In viaggio

2 luglio 2009 giorgio topa

...Finché il GT non mi spiega come "twittare", metto qui le mie reazioni al fondo di oggi del Corriere, scrivendo con fatica sul blackberry.

Oggi siamo quasi tutti in viaggio, chi verso Istanbul chi come me verso le terre valdesi. Sono sul Freccia Rossa per Milano e leggo il fondo di Dario Di Vico sul Corriere, riguardo alle sofferenze delle piccole imprese. Tutto il rispetto per la sofferenza, sia chiaro, ma quello che mi colpisce è la chiusa. Dice: "senza voler resuscitare fantasmi del passato si sente forse, a questo punto, la necessità di individuare priorità e criteri della nostra presenza industriale." Mi si rizzano I capelli in testa. Con tono vellutato, Di Vico mi sta dicendo che occorre una politica industriale, decidere su quali settori puntare, programmare, avere delle priorità. Siamo alle solite: CHI dovrebbe decidere? E con quale sfera di cristallo? Lo Stato in concertazione con le parti sociali ovvio. Un bel tavolo con Confindustria e sindacati. Alleluia, son tornati i vecchi (bei o bui che siano) tempi!

21 commenti (espandi tutti)

Esattamente ciò che sosteneva, se ricordi, il deputato - ed incidentalmente ordinario di economia e gestione delle imprese - Borghesi di IDV nel suo intervento, martedì mattina.

Ch'è come affermare la necessità di altra discrezionalità per il primato della politica. Lavorare sulle condizioni al contorno, affrontare gli ostacoli allo sviluppo economico ed al fare impresa nel Paese di Pulcinella - sostanzialmente di origine proprio politica, nel senso ampio e culturale del termine - pare sia tema da dibattiti tra illusi, non concreto obiettivo di chi si propone per il governo della comunità e vanta supposte competenze all'uopo.

Vien da dire, ancora una volta: il mercato, questo sconosciuto ......

Ma no, forse voleva dire: ci vorrebbe una nuova IRI, sapeste quanto ne sentono la mancanza.. migliaia di poltrone (anche per economisti o presunti tali) scomparse all'improvviso..

Proprio cosi'. E' la triste versione nostrana del "never waste a good crisis"

Concordo! Ma al di là delle menate antidiluviane sulla politica industriale, i liberisti da polenta taragna non hanno ancora capito che le crisi, le aziende che falliscono, le conseguenze sociali sono un fenomeno fisiologico sostanzialmene positivo e sano. A condizione che vi siano le opportune cornici normative ed istituzionali. Ma di queste carenza che sono prima di tutto concettuali, non si occupa nessuno. Infatti occorrerebbe, tra l'altro, essere intellettualmente onseti e perfino con il cervello attaccato.

luigi zoppoli

In viaggio

Ivan Crema 2/7/2009 - 12:18

E con quale sfera di cristallo? Lo Stato in concertazione con le parti sociali ovvio.

Da qualche anno chi ci governa e chi ci istruisce dalle colonne dei giornali, si sono accorti che il "tessuto imprenditoriale italiano" è formato dalle PMI , ovvero che le PMI sostengono l'economia italica, soprattutto dalle P e dalle M(icro) più che le M(edie), l'acronimo PMI è entrato nel mantra dei nostri feudatari, come l'om per i buddhisti.

Poi i grandi incontri per "sviscerare e trovare soluzioni" ai problemi si svolgono tra governo -esponenti grigi che vivono su un non ben precisato altro pianeta-, sindacati -organizzazioni di ectoplasmi non realmente presenti nella piccole aziende e, pare,  nemmeno nel XXI secolo, visto che anche il loro linguaggio è fermo agli anni 70 del secolo scorso- e, ma guarda un po', ConfIndustria -che non si sa bene che c'azzecca con le PMI degli imprenditori che aprono l'azienda alle 7 a.m e la chiudono dopo l'orario di cena delle "maestranze"-.

Sono io che non ci arrivo, o mi sfugge qualcosa?

e, ma guarda un po', ConfIndustria -che non si sa bene che c'azzecca con le PMI degli imprenditori che aprono l'azienda alle 7 a.m e la chiudono dopo l'orario di cena delle "maestranze"-.

Sono io che non ci arrivo, o mi sfugge qualcosa?

Beh, sai, ti sfugge il fatto, ad esempio, che la stragrande maggioranza degli associati a Confindustria assomiglia molto più a me che a Colaninno, sebbene sia doveroso dire, peraltro, che in passato - anche recente - i vertici del mio "Club" abbiano fatto il possibile per confermare la tua impressione che le loro strategie abbiano poco a che fare con me e molto con il finanziere preferito di Baffino ..... :-)

Potrei aggiungere che io sostengo da sempre, insieme a molti altri, la necessità di spostare l'asse decisionale dalla parte della PI e che pian piano sembra ciò stia avvenendo, come si può notare anche leggendo qualche acuto articolo di analisi dei rapporti interni, sulla base degli episodi di scontro che vedono protagonisti - in negativo, s'intende - i cosiddetti "Scaroni boys", cioè le grandi aziende a capitale totalmente o parzialmente pubblico, che io vorrei davvero fuori dai piedi. Meglio ancora, che sarebbe straordinariamente utile, per rafforzare la rappresentanza, l'ingresso - un ritorno alla "casa madre", in parte - degli attuali associati ad altre organizzazioni imprenditoriali che, pur avendo visibilità locale, sul piano nazionale contan meno del due di coppe, con briscola a bastoni ......

Certamente, però, il problema - pur molto più complesso di quanto appaia a prima vista - si potrebbe semplificare sostenendo che, oggi, la dicotomia non è più tra grandi e piccoli, ma tra chi compete sui mercati e chi gode di protezioni oppure vede fatturati e margini determinati da concessioni governative.

Ok, basta, per ora: ho già tolto due giorni e mezzo all'azienda per rimanere - piacevolmente, tra amici interessanti - a Villa la Pietra, ed adesso li sto pagando in termini di accumulo di lavoro ..... :-)

la stragrande maggioranza degli associati a Confindustria assomiglia molto più a me che a Colaninno

Mi fa piacere, faccio parte di un'altra associazione e non conosco Confindustria "dal di dentro", ma senza polemica, ti svelo un segreto: dal di fuori non sembra proprio che sia così!Specie visto da qui, provincia di Cremona.

P.S. mi piacerebbe parlarne + a fondo, ma mi rendo conto che questo non è il luogo, grazie comunque per la precisazione

 

Grande Baffino... Mi commuove, sinceramente. Uno che ha finalmente scoperto il mercato, peccato che il mercato che ha scoperto sia quello degli anni Sessanta - Settanta, quando c'erano ancora banche pubbliche, tentativi di creare campioni nazionali e grandi imprese mezze pubbliche e mezze private! Comunque attendiamo fiduciosi: intanto fa i convegni con banche e grandi industriali. Per il 2030 avrà scoperto le piccole e medie imprese (quando la struttura industriale italiana si sarà evoluta o involuta verso altre forme...). L'uomo è vecchio. Altrochè Serracchianni, Franceschini, Bersani, Veltroni, i quarantenni e l'apparato: se il PD vuole davvero rinnovarsi e modernizzarsi, deve liberarsi da ogni influsso dalemiano, altrimenti rimarrà sempre zavorrato...

rientrata alla base

ME 2/7/2009 - 12:22

Sono rientrata dalla bellissima esperienza di Villa La Pietra! Davvero al di là di ogni più rosea aspettativa (peraltro già molto elevata prima della partenza)... Ora sto rileggendo i post del liveblog e ho già una proposta per l'edizione del prossimo anno: twitter o meno, far partecipare al dibattito anche chi è solo virtualmente presente!!

Un enorme grazie a chi ha organizzato il tutto (cene oversizing comprese!!!)

:-)

ME  

  

Per restare in tema,

il Corriere riporta che il provvedimento sulla sicurezza istituisce un nuovo albo, quello dei buttafuori di pub e discoteche. Mentre la creazione di tale albo era sicuramente necessaria.., viene da chiedersi quale prova occorrerà sostenere per ottenere l'iscrizione.

domanda davvero interessante...

Di Vico mi sta dicendo che occorre una politica industriale, decidere su quali settori puntare, programmare, avere delle priorità. Siamo alle solite: CHI dovrebbe decidere?

Mah, magari un Governo, visto che lo scegliamo più o meno ogni 5 anni. Che potrebbe decidere se puntare sul nucleare o sull'energia rinnovabile, sulle infrastrutture per sviluppare il turismo al sud, se incentivare la costruzione di alloggi popolari per gli immigrati che (fortunatamente) arrivano in Italia, se è il caso di costruire carceri (per evitare fastidiosi indulti) o asili nido (per evitare di essere il paese al mondo con la più bassa natalità), se fare il MOSE a Venezia o no, se fare la pedemontana (o no) se fare (15 anni fa, adesso per fortuna è stato fatto) il passante di Mestre o no, ecc.

Non mi sembra che necessariamente tutto ciò richieda concertazione (e poi una cosi orribile parola?) con le parti sociali. A Mestre stiamo facendo il tram: bello o brutto, sbagliato o giusto (io penso giusto) ma a decidere è stato il "Governo" della città. Ci sono alternative? Facciamo una colletta tra i cittadini interessati? E' stato sbagliato programmare, avere una "politica dei traporti"? I miei pochi capelli in testa non mi si sono rizzati.

I miei pochi capelli in testa non mi si sono rizzati.

Perché non hai letto con attenzione, Mario. Il signor De Vico sta proponendo, come altri sopra menzionano, l'IRI per la piccola e media impresa, i sussidi, i distretti organizzati dallo stato e via dicendo.

Tu, poi, mischi il diavolo e l'acqua santa. Un conto è decidere se usare o meno l'energia nucleare prodotta in Italia ed un conto completamente diverso è che lo stato decida di "sviluppare il turismo al Sud"! Mentre la prima compete allo stato, la seconda non compete in assoluto e, francamente, non so nemmeno come si faccia. Se pensi si faccia nella stessa maniera in cui cinquant'anni fa decisero di sviluppare la siderurgia e la chimica al Sud, sai già i risultati.

 

[...]ed un conto completamente diverso è che lo stato decida di "sviluppare il turismo al Sud"! Mentre la prima compete allo stato, la seconda non compete in assoluto e, francamente, non so nemmeno come si faccia.

Ma come non lo sai: ovviamente salvando l'italianita' dell'Alitalia, che la perfida Air France voleva comprarsi per dirottare i turisti oltralpe...

Scusa Mario, ma non mi sembra che il fare o far fare delle cose esprima necessariamente una "politica" dei trasporti (oltre al tram mi vengono in mente delle simpatiche diavolerie tipo l'IMOB o la linea tre-solo-per-residenti...).

Se i vari livelli di governo del veneto avessero avuto una qualche politica dei trasporti vivremmo molto meglio.

E poi non è detto che una politica debba essere fatta solo di decisioni: una posizione liberale decente, forse minimalista, suggerirebbe una politica orientata al controllo ed all'eliminazione dei privilegi, che in veneto interessano tutto il sistema dei trasporti, dalla gondola all'appalto miliardario.

O no?

In viaggio

Mauro 3/7/2009 - 01:41

Premetto che l'articolo non l'ho letto, comunque una frase come quella riportata, può voler dire troppe cose... Probabilemente non si vuole proporre un'IRI per le PIM (e se si volesse proporla, sarebbe follia, dal momento che, in un quadro industriale molto più semplice dell'attuale, l'IRI diede risultati più scuri che chiari), ma un indirizzo di politica industriale. Che vuol dire indirizzo di politica industriale? Non lo so, nel senso che o si definiscono chiaramente i limiti del discorso oppure si rischia solo di parlare dei sogni o degli incubi di ognuno...

Una battuta finale: il guaio dell'Italia repubblicana (fino agli anni Novanta, almeno...) è legato non solo alla pervasività e invasività dell'intervento pubblico nell'economia, ma anche al fatto che la politica industriale è quasi sempre stata di breve respiro e di vista corta. Insomma, sono prevalsi i piani contingenti, ciechi (soldi buttati a caso, finanziamenti a pioggia), legati più all'occasione che a una precisa e razionale scelta di politica economica: ci fosse stata una scelta simile, non sarebbe stato il migliore dei mondi possibili, ma di certo migliore di quello che è stato...

E poi non è detto che una politica debba essere fatta solo di decisioni: una posizione liberale decente, forse minimalista, suggerirebbe una politica orientata al controllo ed all'eliminazione dei privilegi, che in veneto interessano tutto il sistema dei trasporti, dalla gondola all'appalto miliardario.

Giusto. Per controllo intendo anche condizioni accettabili di legalità (che molto aiuterebbero il turismo al sud) difficilmente garantibili dalle ronde, verdi o nere che siano. Sarebbero auspicabili invece significativi investimenti (di riqualificazione e potenziamento) delle forze di polizia e di intelligence per fare in modo che un quarto del Paese non viva in condizioni di legalità molto simili a quelle della Colombia.

Perplesso

Sergio 6/7/2009 - 15:05

Se non una politica industriale, cosa?

La storia economica italiana del dopoguerra mi pare indubbiamente segnata da scelte politiche, molto più che dalla spontaneità del mercato o simili. Si iniziò con la scelta di aprirsi all'economia internazionale, seguita dallo sviluppo del triangolo industriale (il nord-ovest). Dopo la fine di Bretton Woods e i primi shock petroliferi, seguì la scelta di favorire con svalutazioni competitive le imprese medio-piccole esportatrici (il nord-est). E poi c'è stato il netto cambio di rotta segnato dall'adesione all'euro e dalla concertazione.

Il vero problema mi pare quello sottolineato da Mauro: l'instabilità politica, l'assoluta mancanza di obiettivi politici (ed economici) di medio/lungo periodo.

Qualche tempo fa abbiamo avuto in facoltà una chiacchierata con alcuni economisti cinesi, che ci hanno raccontato la loro storia dal 1978 ad oggi. Impressionante la coerenza delle scelte nell'arco di un trentennio. Il commento di una prof: "Si vede che ci vuole un forte partito comunista per realizzare l'economia di mercato!".

 

Spammo un po' in questo post per segnalare l' ultima trovata del commercialista di Sondrio: il dodecalogo per l'economia etica.

Visto che al corriere non solo linkano la homepage dell' OCSE, ma son riusciti perfino a sbagliare il link, riporto il link all' articolo originale dell' OCSE ed il blog ufficiale dove si possono discutere.

wow!

"...il superamento del segre­to bancario, nuove governance societa­rie, il rispetto degli standard per la difesa dell’ambiente, del lavoro, della società che «non devono andare verso il basso» ma mirare a una «convergenza condivi­sa al massimo livello da strutture legali internazionali». Così come ci sono ampi riferimenti alla lotta contro l’evasione e l’elusione fiscale, contro la criminalità fi­nanziaria e il «riciclaggio del denaro sporco» che vanno «effettivamente colpi­ti e puniti». Nel mirino dei nuovi Global Legal Standard anche i superstipendi dei top manager non solo bancari — fatti di stock option e paracaduti d’oro — che devono essere «sostenibili», collegati a obiettivi di lungo termine e condivisi da tutta la filiera degli stakeholder. Di con­seguenza la governance delle grandi compagnie — siano esse private o pub­bliche, industriali o finanziarie — deve rispettare precisi schemi legali condivisi dal management e dagli azionisti senza nascondere attività illecite, debiti ma­scherati, pratiche fiscali non corrette, manipolazione improprie dei bilanci."

C'e' tutto, finalmente possiamo andare a letto tranquilli. E come pensano di "enforce" queste nuove regole illuminate? E quelle che gia' c'erano, come mai non sono mai state applicate interamente?

A proposito, una curiosita': quand'e' che in Italia si e' cominciato ad usare il termine "filiera"? Anche alle Giornate nFA l'ho sentito adoperare almeno una dozzina di volte. Non credo che fosse cosi' in voga anche solo un anno fa.

Re: In viaggio

Michele 7/7/2009 - 15:38

Secondo Massimo Gaggi, del Corriere, il dodecalogo e' un buon passo avanti.

Certe volte e' meglio non fare che fare qualcosa per forza.

Inizia una nuova discussione

Login o registrati per inviare commenti