Vigilanza alla BCE? No Grazie

13 ottobre 2008 Gustavo Piga
Aumentano le richieste su stampa e nel dibattito per consegnare la vigilanza nelle mani della Banca Centrale Europea (BCE). Qualche ragionamento di chi crede non sia una buona idea.

Il Premio Nobel Milton Friedman, recentemente scomparso, era contrario all’indipendenza delle banche centrali, perché avrebbero dato, così diceva, troppa enfasi e rilevanza all’opinione dei banchieri (Should there be an independent monetary authority?, in “In Search of a Monetary Constitution”, ed. by Leland B. Yeager, Harvard University Press, 219-243). Lo disse nel 1962, spaventato dalla concentrazione dei poteri in una simile istituzione e dal potenziale conflitto d’interessi che sarebbe potuto nascervi in seno, a favore dei membri della comunità finanziaria. E forse perché era uno dei pochi grandi economisti che sapeva intuire le forze in gioco nelle economie di mercato prima che queste si materializzassero, aveva già ben chiaro che i grandi interessi finanziari avrebbero ben presto messo in moto - in qualche parte del mondo - meccanismi per realizzare il suo personale incubo. Recita infatti il Trattato dell’Unione Europea riguardo al Board della Banca Centrale Europea (BCE): “Il presidente, il vicepresidente e gli altri membri del comitato esecutivo sono nominati, tra persone di riconosciuta levatura ed esperienza professionale nel settore monetario o bancario”.

Sarebbe in mano alla Banca Centrale Europea, istituzione indipendente, che - secondo alcune voci che circolano - andrebbe ora affidata non solo la politica monetaria ma addirittura anche la vigilanza sul sistema bancario europeo. In risposta a due parlamentari europei riguardo alle implicazioni della crisi sub-prime sulla supervisione dei mercati finanziari, il Governatore Trichet, in un’audizione di poche settimane fa presso il parlamento Europeo, ha sostenuto come fosse favorevole a sospingere le diverse autorità europee al massimo di stretta (intimate NdT)” cooperazione. E quando è stato stimolato su di un possibile maggiore ruolo per la BCE in tema di stabilità finanziaria, ha sostenuto che la BCE non aveva particolari opinioni al riguardo, facendo comunque notare che simili proposte stavano emergendo in “circoli accademici” e nel Parlamento (in quest’ordine?) e che il Governing Council della BCE li avrebbe studiati da vicino. In effetti recenti discussioni accademiche si sono addirittura spinte a suggerire che forse Presidenti delle Banche Centrali sarebbero in grado di scrivere regole migliori dei politici. Altri suggerimenti più pacati li hanno espressi Gros, Micossi e Spaventa. Cresce dunque la pressione nei media.

Tuttavia non credo esista un economista che non sia d’accordo sul fatto che siamo di fronte ad un fallimento più o meno completo non tanto del sistema di regole, seppure perfettibile, di cui si è dotato in questi anni il complesso dei paesi industrializzati, quanto del sistema di supervisione da parte delle istituzioni preposte al controllo del rispetto di tali regole. Controllori interni a banche commerciali e di affari, agenzie di rating, authorities, banche centrali hanno permesso che si giocasse con il risparmio di tantissime famiglie, mettendo a repentaglio il loro  tenore di vita. E noi italiani non sfuggiamo a tali critiche, anche se meno toccati di altri Paesi da questa crisi: basti pensare ai recenti scandali, dalla Parmalat, ai derivati degli enti locali, alle inchieste più recenti finite in Tribunale, per comprendere come non siamo certo una eccezione a questa disfunzionalità endemica della grande finanza mondiale.

Verrà il momento di affrontare a livello globale la complessa questione della vigilanza, di chi vigila il vigilante, di chi a tale funzione debba essere preposto, tenendo conto: del fallimento di chi all’interno e all’esterno delle banche doveva sorvegliare; della facilità con cui i politici possono essere stati anch’essi catturati dai grandi interessi finanziari; della totale mancanza di accountability di chi ha errato e infine dei conflitti di interesse di chi è transitato con facilità dall’industria dei sorveglianti a quella dei sorvegliati e viceversa.

Una soluzione tuttavia nel frattempo c’è, abbordabile da subito a livello nazionale e non è certo quella di affidare la vigilanza ad una autorità ancora più indipendente. Piuttosto, i politici democraticamente eletti si approprino con tutta la forza possibile dell’altro strumento di azione a loro disposizione: la trasparenza. La differenza rispetto alla vigilanza di questo strumento consiste nel fatto che con esso il Governo potrà ridurre il potere di influenza dei grandi intermediari finanziari, creando uno iato tra regolati e regole (assente nel caso la vigilanza venisse demandata alla BCE, per un semplice argomento di potenziale cattura come diceva Stigler in The Theory of Economic Regulation, Bell Journal of Economics nel 1971), che dia spazio di manovra ai politici grazie all’assistenza di una lobby numerosa ma di solito poco rappresentativa, quale quella dei risparmiatori, e all’analisi della stampa specializzata. Una via che assicura anche maggiore accountability di chi ha commesso errori, improprietà o reati.

La trasparenza è già nelle mani dei politici, solo che non la usano abbastanza (forse perché catturati anche loro?). Se solo si sbloccassero sulla trasparenza avremmo la (parziale?) soluzione perché ci sarebbe una nuova lobby a contrastare il potere delle banche. Passando per la vigilanza non si crea un'altra lobby e quindi con certezza non se ne esce. Cosa dovrebbe spingere i politici a creare più trasparenza? Non è facile dirlo.

Certo si possono fare esempi: si obblighino tutte le Amministrazioni Pubbliche a pubblicare in rete la loro esposizione in derivati, come da anni fa il Governo danese, vietando le operazioni esotiche complesse e difficilmente comprensibili per gli stessi amministratori. Si richieda l’obbligo di far transitare tutti gli scambi di obbligazioni per piccoli investitori su mercati regolamentati e non su mercati Over the Counter, dove è dimostrata la presenza di costi di transazione decisamente maggiori a causa del potere di mercato dei grandi intermediari finanziari (vedi il lavoro sul NYSE di Biais e Green). Alberto Bisin e Michele Boldrin sottolineano anch'essi l’importanza di “aprire i libri” delle banche. Michele tuttavia fa notare che: “solo che vi è una forte reticenza a rendere pubbliche tali informazioni e ad agire in base ad esse”. E si chiede il perché. La risposta se la da poche righe dopo: “le potenziali vittime non gradiscono, sperano di salvarsi ed il regolatore (parzialmente o totalmente catturato da un'industria che protegge se stessa) si adatta cercando di salvare tutte le banche” e ancora, A fronte di tali informazioni il pubblico potrebbe cominciare a chiedersi: fino ad ora, dov'eravate? Fino ad ora, queste informazioni dov'erano celate? Perché non vi è stato intervento un anno o due o tre fa? In che senso tutto questo non è anche (anche, sia chiaro, anche) frutto di seria e colpevole negligenza? Domande sgradevoli, meglio evitarle; specialmente in un periodo di crisi”.

Anche se la trasparenza è indubbiamente costosa per le imprese regolate, poco importa: l’occasione per mostrare un capacità di autoregolamentarsi l’hanno avuta, e non l’hanno sfruttata. Se poi le varie Authority che così miseramente hanno fallito protesteranno di essere aggirate, poco importa. Anche per loro è tempo di ricordarsi che il mandato ricevuto non è senza condizionalità.

39 commenti (espandi tutti)

Piuttosto, i politici democraticamente eletti si approprino con
tutta la forza possibile dell’altro strumento di azione a loro
disposizione: la trasparenza.

E quando mai e' successo? I politici sono maestri nell'arte dell'offuscare la realta' dei fatti e manipolare l'opinione pubblica a loro vantaggio. E i risultati del controllo politico sulla moneta non sono mai stati brillanti: in passato, meno indipendenti sono state le banche centrali e peggiore e' stata la stabilita' dei prezzi, che dovrebbe essere l'obiettivo prioritario di una banca centrale in situazioni di "fiat money". Io mi fido poco dei banchieri, ma molto di meno dei governi (democraticamente eletti o meno). Di banchieri controllati da politici, poi, non ne parliamo: basta l'esempio anche recente del Banco di Sicilia.

La trasparenza è già nelle mani dei politici, solo che non la usano abbastanza (forse perché catturati anche loro?).

Catturati? Diciamo predatori principali: questa e' la regola cardinale della politica nel mondo reale ("la fogna di Romolo, non la Repubblica di Platone", per dirla con Cicerone). Se le authorities sono distratte, non e' un caso: e' by design. Il pubblico potrebbe cominciare a porsi certe domande, ma non lo fa: e' troppo occupato a guardare Retequattro su frequenze illegalmente ottenute per via politica.

Ove esista competizione, devono esistere delle regole stringenti per tutti. Chi gioca con un vantaggio fuori dalle regole viene fermato dalle autorità preposte. Questo vale (o DOVREBBE valere) per il Monopoli, per il ciclismo, per le attività finanziarie ecc...

È stato detto a proposito delle attività “spregiudicate” della Lehman Brothers che in realtà facevano quello che facevano tutti, e che anche volendo non avrebbero potuto fare diversamente perché, nelle parole di una ex-dipendente, “Lehman did NOT do anything that every other wall street firm and for that matter banks around the country didn’t do. If Lehman didn’t increase their balance sheet over the years, we would have been bullied out of the market because as I already mentioned everyone else on the street was doing the same thing.”

Insomma, quando le regole non ci sono (o non vengono fatte rispettare) il mercato si adegua spontaneamente alla linea di minima resistenza, ossia quella che permette la massima competitività SUBITO, e poi… après moi, le déluge. Ma chi ha la forza politica, la capacità tecnica, la lungimiranza necessarie per imporre delle regole ai mercati, dato per scontato che questi si ribelleranno all’imposizione?

 

si obblighino tutte le Amministrazioni Pubbliche a pubblicare in
rete la loro esposizione in derivati, come da anni fa il Governo
danese, vietando le operazioni esotiche complesse e difficilmente
comprensibili per gli stessi amministratori.

Perché i politici dovrebbero obbligare i loro sottoposti locali a pubblicare la loro esposizione in derivati? Come dire: "fai vedere quanto hai investito bene in attivitá rischiose le risorse che ti sono state assegnate"!

Per quanto riguarda la BCE mi sembra che abbia dimostrato piú indipendenza della FED. L'obbiettivo della BCE é solo il controllo dei prezzi e non la crescita economica (ancora in molti sono convinti che abbassando i tassi si cresce, alzando i tassi si decresce). La BCE non ha abbassato il tasso di sconto fino ad avere tassi reali negativi (anche se sono stati vicini allo zero in alcuni periodi) per sostenere una crescita alta unita ad una bassa inflazione come ha fatto Greenspan. Il modello adottato da quest'ultimo infatti é stato: tassi bassi, alta infalzione nell'housing market ma bassa inflazione generalizzata (che risente poco dei movimenti di prezzo nell'housing) e crescita sostenuta. In questa idilliaca situazione ha dato le chiavi della baracca a Bernanke dicendogli: adesso divertiti un po' tu! 

Che dire... non tutti gli anni si può essere soddisfatti...

A me Krugman piace, e non è una novità. Quel che mi sorprende è che l'abbiano dato a lui da solo!

oddio, adesso tutti citeranno i suoi articoli sul NYtimes e diranno: parola di nobel.

Aiuto.

come hanno fatto con friedman, prescott e tutti gli altri

friedman non saprei (sono troppo giovincello e ho letto solo qualche articolo di giornale di quelli famosi, tipo quello contro la CSR); Prescott ha scritto meno di 10 articoli sul Wsj ed erano tutti divulgativi di argomento economico (tipo "perché gli americani lavorano più degli europei) in senso piuttosto stretto, per non dire traduzioni vere e proprie per l'opinione pubblica di alcuni paper scritti per la fed di minneapolis.

Krugman invece sul nyt parla a ruota libera di tutto e di più, cavalcando spesso l'onda del momento; avevo "condiviso" l'opinione A.Bisin su krugman in quell'articolo sull'etica dell'indebitamento...ecco tutto.

Il che riflette una cosa, secondo me, nel quale il premio della
banca di svezia in memoria di nobel propriamente detta si differenzia
dagli altri nobel: quello per l'economia e' sostanzialmente un premio alla carriera, piu' che un premio a un'idea nuova.

se la motivazione per queste reticenze e' che un campo e' troppo vasto, qualcuno mi spiega perche' barro dovrebbe meritarlo da solo e krugman no?

quello per l'economia e' sostanzialmente un premio alla carriera, piu' che un premio a un'idea nuova

Per la cronaca: anche gli altri lo sono. Il nobel per la medicina è stato assegnato per scoperte dei primi anni '80. Quello per la fisica per scoperte degli anni '70. Quello per la chimica per una scoperta della fine degli anni '80. Quello per letteratura e per la pace poi sono ufficialmente premi alla carriera.

per carita' , non mi interessa difendere PK giornalista. Quello che notavo solo e' che la glorificazione del personaggio,  in questi casi di economisti che trattano argomenti "controversi",  e' simmetrica  tra conservatori e liberals. Appropriarsi delle aste ottime di Myerson o dell'equilibrio correlato di Aumann e' gia' piu' difficile:)

Su Friedman: se consideri "free to choose" un'opera scientifica (anche solo scientificamente divulgativa), allora beh si, Friedman non e' mai stato un pubblicista. 

Giusto per il gusto di precisare :) non mi esprimo su free to choose: ho visto una sola puntata in realtà su youtube (e mi sembrava scientifica divulgativa, a dire il vero :-P); sul fatto che ci sia la glorificazione dei nobel della parte "culturale-politica" che se li ritiene più vicini, senz'altro è vero; c'è modo e modo di fare il "personaggio pubblico", però. Siccome c'è una gran fame, soprattutto in questo momento, a sinistra (e non solo), di gente che spari a zero su tanti argomentini (paghe dei manager, regolazione mercati finanziari, ma anche welfare universale, tasse ai quantili elevati della distribuzione dei redditi, "globalizzazione" e protezione dei campioncini domestici) su cui PK ci delizia da un po' di anni sul NYTimes, mi girano un po' le scatole, perché fino a ieri ci sparava a zero un "ex-economista", da oggi ci spara a zero un nuovo premio nobel. Va a finire che perdo tutte le mie discussioni al bar ;)

Troppo pesante se dico che Krugman è, da almeno una decina d'anni, un ex economista turned writer/journalist? E la motivazione (international trade e new economic geography) avrebbe giustificato altri nomi al suo fianco, che so, Venables, Grossman, Helpman.

non conosco a sufficienza il field di international per dare un'opinione. A pelle, dare un nobel a 3 persone per mech design e ad una sola per international e' proprio sbagliato.

troppo leggero semmai, anche se PK ha il pregio di scherzarci un po' su ogni tanto.. quello che piu' mi stupisce è, ma le sue ricerche di international theory quelle sull'importanza di open capital markets non le ha rinnegate poco tempo fa (vabbé non direi rinnegate, però diciamo che non ne è piu' tanto convinto). parlo da ignorante ovviamente.

Il premio è necessariamente alla carriera. Tuttavia quello che scrive oggi e la situazione in cui ci troviamo hanno avuto un grosso peso (anche nell'escludere altri co-vincitori). Il messaggio è abbastanza chiaro: il vento sta cambiando direzione. Forse è prematuro.

A me pare scorretto criticare l'attribuzione del Nobel sulla base di articoli divulgativi di carattere generale. Tanto piu' che il fatto di dedicarvisi mi risulta perfettamente comprensibile sulla base di una logica strettamente economica. Gli economisti piu' brillanti pubblicano i loro contributi piu' significativi primi dei 40 anni, dopo di che "monetizzano" scrivendo sulla stampa. Continuare la carriera accademica non avrebbe senso dato che dai 40 in poi non puoi competere con la freschezza mentale delle nuove generazioni ne' lo vuoi fare poiche' divulgando "pillole" del tuo pensiero guadagni milioni.

In realta', molti economisti di II e III schiera criticano i colleghi "famosi" (vedasi Krugman o Stiglitz) solo perche' piu' intelligenti di loro. Insomma, la volpe e l'uva di Fedro.

Se è per questo von Neumann diceva che un matematico dopo i trenta anni non ha più nulla da dire. Sul decadimento mentale degli economisti ultra-quarantenni penso che ti risponderanno, ovviamente grati, i curatori di questo blog. Io no, perché essendo un economista di dodicesima schiera non sono mai stato brillante nemmeno a vent'anni... Comunque, PK ha 55 anni. Un po' presto per il premio alla carriera, o no?

Detto però tutto il male possibile del Krugman tuttologo attuale, voglio dire un paio (ma solo un paio, che a tre non ci arrivo...) di cose positive sul Krugman economista. Primo, i lavori su trade, new geography ed anche quelli sugli attacchi speculativi non erano malaccio (sull'ultimo tema in particolare so già che molti qui non saranno d'accordo).

Secondo, mi è sempre piaciuto l'approccio generale che traspare dei suoi lavori, quello che il suo co-autore e mio prof. a Warwick, Marcus Miller, chiamava MIT-Yale style, o back of the envelope modeling. In pratica, l'arte di costruire modelli semplici, fregandosene delle implicazioni indirette, per dare una risposta specifica ad un problema economico specifico. [Che poi le risposte spesso fossero sbagliate proprio a causa delle implicazioni omesse...bé, non si può avere tutto dalla vita!] Mi è sempre parso un modo di costruire modelli economici molto down-to-earth, molto modesto e consapevole che ciò che dice la teoria economica vale solo "grosso modo", senza presuntuose pretese di esattezza quantitativa.

 Addendum: lette velocemente le motivazioni del Nobel, è abbastanza sorprendente il mancato premio ad Avinash Dixit, per Dixit/Stiglitz 1977. Forse due di Princeton era proibito? 

Il nobel a krugman e' stato appunto dato per la teoria della localizzazione e altre cosucce, oltre che per il suo approccio come noti. Considerato che e' di trent'anni fa, e che e' nella shortlist da anni, era maturo per un premio alla carriera.

Se e' per quello, von Neumann lo diceva da giovane, poi a 30 diceva che un matematico e' finito a 35, a 35 che e' finito a 40, a 40 che e' finito a 50, a 50 la smise di dire cazzate e fece la teoria degli automata. Anche Feynman pensava la stessa cosa, tanto che passo' gli anni dal 1944 al 1948 in vero e proprio blocco mentale. Fini' per continuare a fare cose egregie fino ai settanta.

Non e' una regola generale, quel che conta e' l'approccio mentale. L'unico motivo per gui la maggioranza tende a fare il grosso del proprio lavoro importante da giovane e' che va in burnout relativamente presto, e si deprime, invece di lavorare efficientemente.

Anche Feynman pensava la stessa cosa, tanto che passo' gli anni dal 1944 al 1948 in vero e proprio blocco mentale.

Idem Nash. Non a caso i suoi problemi mentali esplosero nel 1958, cioè allo scoccare dei fatidici 30 anni, senza avere ancora vinto l'agognata Field Medal.

Beh, che dire? Attribuire i sintomi della schizofrenia a questo, e' davvero da XII schiera (di dodici pero').

Evidentemente quelli delle prime schiere non sanno leggere. Ho scritto appunto "esplosero" (se non erro, il primo ricovero è proprio del '58), non "si rivelarono per la prima volta". Che Nash avesse purtroppo gravi problemi sin da giovane lo sanno tutti, così come è arcinota la vicenda della scoperta multipla con il matematico pisano de Giorgi.

Tutte cose note, appunto, salvo forse a chi lavora al Bagaglino (in prima fila, però...)

A quando la tua Storia del pettegolezzo economico? Ti vedo ferrato.

Solo se mi scrivi tu la prefazione. L'introduzione no, quella la faccio fare a Bombolo.

Ma non era morto? Ti do' una dritta: lo sai che Keynes era recchia?

Egregio Professor Giocoli, le confermo di esser morto da piu' di 20 anni, nel gennaio del 1987. In caso le occorra un mio intervento, tuttavia, le dichiaro sin da ora mia disponibilita' se questo potra' servire alla diffusione della storia del pensiero economico.

 

Cordiali saluti 

Franco Lechner, in arte "Bombolo"

Non mi sembra di dire cose insensate. Anzi, implicitamente riconosciute dalle istituzioni americane, basti pensare alla John Bates Clark medal. Anzi, il numero di economisti che l'hanno presa e che prima dei 60 hanno preso il Nobel darebbe forse una conferma finale a quanto dico.

Molti di essi (I guess) sono stati anche dei (milionari) publicisti. E i colleghi invidiosi (e meno eleganti) a dargli addosso sui blogs.... 

 

Stando a quanto scrive Gianni Toniolo (pp.11-12) c'è un pò di Italia nel premio Nobel a Krugman: alcune intuizioni del compianto Riccardo Faini.

http://www.lavoce.info/binary/la_voce/dossier/VitaEconomistaRF_RSE.1200654149.pdf

Su "Il Foglio" di qualche giorno fa qualcuno si era speso per il Nobel a Greenspan

http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&currentArticle=JH0NJ

"La nostra speranza è che il premio non venga assegnato ad un costruttore di modelli tanto incomprensibili quanto fallaci"

Tanto di cappello a Paul Krugman ma il Nobel andrebbe assegnato non alla carriera ma a coloro che fanno ricerca attiva. Forse l'Accademia svedese dovrebbe assegnare due Nobel dividendo equamente il compenso.   

Il thread dovrebbe continuare nell'altro articolo, ma mi sento in dovere di avvertire chi ci sta leggendo che tutto questo parlare di "nobel alla carriera" e' completamente fuori luogo. Non so nemmeno cosa voglia dire "nobel alla carriera". Krugman ha preso il nobel per aver iniziato una letteratura, la cosiddetta "New Trade Theory" che ha avuto un discreto seguito soprattutto negli anni Ottanta. Che questa letteratura non meritasse il nobel, che l'abbia iniziata assieme ad Helpman, etc... si puo' discutere, ma il premio non e' stato dato alla "carriera" (che peraltro ha smesso da svariati anni). E' stato dato all'idea, come tutti i nobel di tutte le discipline direi. 

Andrea, un'idea nuova avanzata tra le altre cose fa una carriera.

Non sono un economista, ho conosciuto Krugman tramite Nfa, potrei essere praticamente d'accordo con tutti sulle varie sfumature riguardo a questo nobel, ma penso che dovremmo semplicemente complimentarci, un Nobel è sicuramente un riconoscimento, soprattutto alla carriera,ma questo non significa che chi lo ha vinto sia meglio di altri, o da domani mattina abbia la sfera di cristallo, significa solo che la sua opera ha aiutato lo sviluppo dello studio della sua materia.

Complimenti a Krugman, speriamo che il prossimo tocchi a uno dei redattori di Nfa, sarà come averlo vinto anche noi che li seguiamo, e talvolta li sopportiamo -).

Ed io aggiungo le scuse a Gustavo Piga per avergli invaso (io per primo!) l'articolo con questi commenti che non c'azzeccano nulla.

(Però, insomma, su nfA potevate anche aggiungercelo un articoletto di due righe al solo scopo di consentire uno sfogo al tifo curvaiolo, sempre molto acceso quando si parla di Nobel... Do you remember last year, Michele?) 

anche i redattori di nfa riposano la notte, credo :)

Lo sostiene la signora Merkel

BN    9:06    *MERKEL SAYS ROLE OF IMF IN SUPERVISION OF BANKS NECESSARY

BN    9:06    *MERKEL SAYS ROLE OF IMF IN SUPERVISION OF BANKS NECESSARY

Ma l'han poi venduto qualche chilo d'oro per risolvere la loro personale crisi?  :-)

Tuttavia non credo esista un economista che non sia d’accordo sul
fatto che siamo di fronte ad un fallimento più o meno completo non
tanto del sistema di regole, seppure perfettibile, di cui si è dotato
in questi anni il complesso dei paesi industrializzati, quanto del
sistema di supervisione da parte delle istituzioni preposte al
controllo del rispetto di tali regole. 

 Puoi mica essere più esplicito? che so... fare qualche nome? :O altrimenti non si capisce che vuoi dire...

Per godermi il cabaret sul nuovo laureato mi sono scordato di bruciato la risposta al post. Mi accodo quindi a Pietro, aggiungendo: se dico che la regolamentazione attuale (tipo Basilea) si basa su modelli fallaci (tipo i rating) con conseguenze indesiderabili (tipo aumentare la prociclicità) e non risolve invece le cause fondamentali (tipo il problema principale-agente* da cui discende lo short term bias dei manager) di crisi di questo tipo, sbaglio di molto?

* Sono ben conscio che non è che gli economisti siano là a girarsi i pollici e che soluzioni al problema principale agente ne studiano da trent'anni, non la stavo facendo facile...

A quanto ho capito, i premi nobel vengono assegnati politicamente: o meglio, io so questo per la letteratura, dove ogni anno i nobel vengono assegnati a rotazione in base ad aree geografiche o nazioni. Poi non so se anche negli altri premi è così, ma guardando quanti scienziati giapponesi sono stati premiati quest'anno il dubbio mi viene naturale.

Poi voglio fare una domanda da apprendista economo all'autore dell'articolo:

 "vietando le operazioni esotiche complesse e difficilmente comprensibili per gli stessi amministratori".

Non rallenta il mercato questa scelta?

 

 

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