La visione politico-filosofica di un ex-brain-dead liberal
E’ uscito il 2 Giugno il nuovo libro di David Mamet. Leggere e meditare.
David Mamet e’ lo scrittore e sceneggiatore di classici noti (credo e spero) anche in Italia. Per esempio The Untouchables, per cui basterebbe questa scena. O di Wag the Dog (in italiano, Sesso e Potere) con Dustin Hoffman e Robert De Niro, una satira del potere negli USA dove il presidente e i suoi consiglieri si inventano una guerra finta in Albania per affrontare, come e’ sempre di attualità, lo scandalo di un presidente che fa avances a una minorenne. O Glengarry Glen Ros (Al Pacino, Jack Lemmon), la versione moderna di Morte di un commesso viaggiatore, dove poveri diavoli si scontrano e si mangiano vivi per i premi di vendita o forse la sopravvivenza, primo premio una cadillac, secondo premio un set di coltelli da tavola, terzo premio il licenziamento. Una critica spietata del capitalismo che spinge uomini comuni al cannibalismo morale. O almeno pareva allora, una critica spietata del capitalismo.
Il nuovo libro era atteso perché doveva essere la difesa ed esposizione ragionata della sua recente conversione ad una visione conservatrice della societa’. Qualche anno fa (Marzo 2008) Mamet aveva scritto su Village Voice un pezzo dal titolo (redazionale) provocante: ``Perche’ non sono piu’ un buonista scemo’’ (traduzione italiana mia, libera, titolo reale Why I am no longer a brain-dead liberal). A sinistra la conversione era stata accolta con cinismo (sulla linea ``Ecco a voi un anziano, bianco, ricco, che si scopre repubblicano’’). Una accusa ingiusta, povero Mamet: magari e’ anche ricco ma se vuole rimanere ricco dichiararsi un conservatore non e’ avveduto. Tutti sanno (e tutti lo dicono) che a Hollywood ci sono due partiti, i democratici con forte tendenza liberale e quelli che stanno zitti. A destra invece era stato salutato come l’arrivo di un altro convertito, come lo era Midnight Cowboy alias Oscar "Manny" Manheim, nella vita Jon Voight. Io vorrei prendere il libro per quello che dice, perche’ uno che scrive House of games ha qualcosa di interessante da dire, molto probabilmente.
La ``conversione’’ di Mamet pare un sintomo interessante politicamente, perche’ e’ una riflessione di un esponente di un gruppo di influenza fondamentale negli USA e quindi nel mondo (quello di Hollywood) . E' quindi un sintomo piccolo a significativo di una trasformazione che sta avvenendo in quel mondo in particolare dopo l’ 11 settenbre.
Ma anche, se posso usare il termine, filosoficamente. L’intuizione politica di Mamet non e’ quella di un politologo o di un economista, ma quella di uno scrittore, di un abile regista, di un conoscitore dei processi inconsci. Ed e’ per questo che e’ interessante. Prendete per esempio la sua analisi del multiculturalismo. La sua e’ l'analisi di un processo mentale:
The grave error of multiculturalism is the assumption that reason can modify a process which has taken place without reason, and with inputs astronomically greater than those reason might provide.
Ma questa e’ una intuizione generale:
The actual operations of a culture are deeply mysterious. … The choices of the audience, of napoleon’s army, of the folks in an elevator, are the working out of a mystery. It may be glimpsed, it cannot be understood, and to tinker with its processes is to court a great risk.
Per riassumere, ecco la prima tesi: la modifica da parte di ben intenzionati individui di una societa’ secondo criteri di ragionevolezza e di giustizia non funziona e non funzionera’ mai perche’ il comportamento degli individui e’ dettato da ragioni che si accumulano negli anni o nei secoli, che sfuggono alla ragione analitica, che magari ha il compito, quei processi e quelle motivazioni, di oscurarli.
La seconda tesi e’ che questo processo (di modifica lenta, molecolare, della coscienza) e’ andato avanti da anni, nelle scuole e nei colleges. Crudele la sua ricostruzione della educazione dell’undergraduate americano nelle discipline ``soffici’’, paragonato all’addestramento dei piccioni e conigli negli esperimenti dei behaviorists:
A student recites some bit of received and unexamined wisdom—“Thomas Jefferson: slave owner, adulterer, pull the lever”—and is rewarded with his pellet: a grade, a degree, and ultimately a lifelong membership in a tribe of people educated to see the world in the same way.
La terza tesi e’ che i responsabili sono i soliti noti, e Mamet non e’ gentile con la propria generazione:
We were self-taught in the sixties to award ourselves merit for membership in a superior group – irrespective of our group’s accomplishments. We continue to do so, irrespective of accomplishments, individual or communal, having told each other we were special. We learned that all one need do is refrain from trusting anybody over thirty; that all people are alike, and to judge their behavior was “judgmental”; that property is theft. As we did not investigate these assertions or their implications, we could not act upon them and felt no need to do so. For we were the culmination of history, superior to all those misguided who had come before, which is to say all humanity.
Questo e’ il libro di un conservatore intelligente. E quindi utile per che ha voglia di capire. A Gramsci nel carcere sarebbe piaciuto, e se lo sarebbe letto e commentato. Se la sinistra ha voglia di ripensare le proprie premesse intellettuali, il libro di Mamet e’ una delle tante occasioni. Io ci penserei.


