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Le due o tre cose concrete del documento congressuale di Renzi

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Non sono mai stato molto un fan di Matteo Renzi. Ho sempre nutrito qualche sospetto e ultimamente questi sospetti stanno crescendo (e l'articolo me li conferma).
Il linguaggio che sta usando sembra tornato ad essere molto nei binari della ordinaria retorica PD.
Quello che al tempo mi ispirava era proprio la sua voglia di rompere gli schemi e - soprattutto - quella di aprire il PD agli elettori "esterni" che non si riconoscevano in quella retorica (quelli, come me, che nutrono dubbi che la nostra sia la costituzione più bella del mondo, che nutrono dubbi verso un partito che non fa mistero di voler redistribuire ricchezza prima di crearla, che aborre qualunque cosa abbia l'etichetta "privato", eccetera...).
Un tentativo di apertura, soprattutto verso gli elettori, che era lodevole ed in linea con quello che succede in altri paesi, dove le primarie non servono per compattare la base convinta, ma attirare elettori dubbiosi.
Ignoro se ora il suo tentativo sia una tattica momentanea per basarsi sugli elettori convinti in modo da diventare segretario e poi riprendere il percorso di un tempo, o se invece gli sia più di interesse solo prendere la guida del PD (e il potere che comporta).
Verso il PD tout-court continuo a nutrire gli stessi dubbi che Brusco e Boldrin scrissero l'anno scorso qui su NfA e riassunti in queste tre domande: "qual è il livello di coinvolgimento dei suoi dirigenti nel sistema della casta che, dalle fondazioni bancarie alle municipalizzate, tanto danno crea al paese? Quanto consenso ha il partito nelle zone e nei ceti più produttivi del paese? Quali sforzi ha fatto per recuperare il consenso in quelle zone e di quei ceti?"
Se Renzi, una volta segretario, darà risposte credibili a quelle domande, ben venga. Se invece si piegherà alle logiche di potere e annegherà quelle risposte nella retorica PD, beh, vorrà dire che lo ricorderò come uno dei più simpatici segretari PD degli ultimi anni, ma niente più.