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L'Eni e la finanza

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La risposta di Seminerio mi lascia perplesso. Lui per primo aveva usato il divend yield come misura di rendimento di Eni. Nella risposta a Bisin e Brusco invece fa l'esempio di una start up in cui il dividendo è nullo, mentre rischio e rendimento atteso futuro sono molto elevati. Ma allora dobbiamo guardare al divend yield come misura di rischio e rendimento oppure no? Sul finale del post va in confusione. Ci spiega che il rischio di credito di Eni è percepito dal mercato come più basso di quello dello stato italiano. Ma il rischio di una partecipazione azionaria è ben più alto di quello del rischio di credito: in caso di fallimento prima si pagano i creditori e poi se avanza qualcosa (e non avanza mai nulla) si ripartisce fra i soci il residuo. In ogni caso lo stato non deve acquistare titoli solo perché meno rischiosi dei BTP, altrimenti con questa logica lo stato greco che ha fatto bancarotta nel 2012 dovrebbe comprare BUND tedeschi, T-BILLS americani e GILT britannici.

stesse considerazioni che facciamo io e Pinto più sopra. Una volta che un'imrpesa raggiunge una certa maturità i dividendi dovrebbero essere abbastanza stabili. I prezzi non sono più "gonfiati" da aspettative di dividendi più alti in futuro, ed il dividen yield dovrebbe riflettere solo il rischio della security. Mi sembra una cosa talmente banale (gordon formula) che il fatto che nessuno degli autori, ne da una parte che dall'altra, ci abbia pensato mi fa quasi suppore che non si giusta :)
Detto questo, la discussione ha raggiunto toni talmente astiosi, soprattutto, anzi unicamente, da parte di Seminerio, che mi smbra anche poco profittevole continuare a discuterne.