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Cambiamento climatico: un aggiornamento

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E in effetti Rocco la penso proprio così, l’uomo dovrà comunque adattarsi alle variazioni climatiche, come del resto ha sempre fatto. Detto questo, non sposo la tesi “beh ma se è un fenomeno naturale...” perché non vedo la questione in termini assoluti: o tutta colpa dell’uomo o unicamente un processo naturale.
Vedo piuttosto un clima fatto di sue dinamiche naturali, chiamiamole cicli, mutamenti o come vogliamo, e vedo un attività umana che potenzialmente interferisce con questi cicli, peraltro a caso dato che le meccaniche del clima non sembrano ancora del tutto chiare e soprattutto perché le "emissioni umane" non sono una scelta mirata nella speranza di “aggiustare” il clima, ma solo un effetto collaterale di processi produttivi, trasporti ecc, non governati da alcun disegno.
E qui, Corrado, io la contraddizione la colgo, perché se tu vai a mettere qualcosa in un dato sistema, un effetto lo hai, a prescindere dal fatto che sia un effetto positivo, negativo, trascurabile.
Quindi non capisco come si pretenda l’immutabilità del sistema nel momento stesso in cui si interviene su di esso con un agente x qualsiasi.
Perciò davanti alla domanda: Preferisci andare ad intervenire in modo incontrollato in un sistema che con conosci con effetti che potrebbero essere anche dannosi o preferisci cercare alternative che abbiano meno interferenze con detto sistema, opterei per la seconda ipotesi, se non altro per prudenza.
Quello che contesto, ed era lo scopo del mio primo intervento, è quest’idea filosofico-romantica di un mutamento climatico come bilancia universale che leva terra al ricco e opulento olandese e trasforma la Mauritania in un roseto sconfinato. Può essere, per carità, ma può essere pure che l’Olanda diventi il paese delle palafitte a vento e la Mauritania ancora più un deserto, solo con piogge un po’ più torrenziali del solito quand’è stagione.
Dice: Si, ma se questo accadesse comunque per cause squisitamente naturali? Finora la natura ha dato tempo e modo all’uomo di adattarsi, o quantomeno di spostarsi un po’ più in là, sebbene a costo di fatiche e perdite notevoli.
E se l’interferenza umana sul clima fungesse da acceleratore o amplificatore di questi processi? Avremmo ancora l’opportunità di un adattamento?
Probabilmente si, ma a quali costi?

Finora la natura ha dato tempo e modo all’uomo di adattarsi, o quantomeno di spostarsi un po’ più in là, sebbene a costo di fatiche e perdite notevoli.

In realtà non è proprio cosi'.  Questo possiamo dirlo per le civililtà che ci sono riuscite, o per loro dinamismo o perché il fenomeno era abbastanza lento. Tuttavia per società piu' statiche e fenemeni piu' rapidi ben poco possiano raccontare di civiltà che non sono sopravvissute. Troviamo tracce e facciamo supposizioni. Oppure troviamo antichi fasti ed una popolazione che sembra impossibile che li abbia saputi produrre. Un buon caso è l'Isola di Pasqua e Jared Diamand in questo libro (seguito del famoso Armi, Acciaio e malattie) fa innumerevoli altri esempi di civiltà messe in crisi - ed estionte - dai cambiamenti subiti o da loro stesse provocati.

Sulla rapidità, va detto che se i cambiamenti in passato potevano dar tempo all'uomo e l'uomo era piu' lento, oggi l'uomo è molto piu' veloce sia negli spostamenti sia nelle edificazione di nuove città in posti nuovi (la Cina è un esempio). Giusto chiedersi a quali costi ma anche quali opportunità cogliere o meno.  E sulle opportunità è anche qui un fatto di rapidità: chi le coglie prima ha un innegabile vantaggio.

Caso mai il problema non è l'uomo ma le altre specie viventi, animali e vegetali. Esse hanno dei meccanismi che permettono una lenta migrazione (ogni specie con la sua velocità, diversa) ma alcune potrebbero non farcela se il cambiamento è troppo repentino.  Altra considerazione è che l'aumento di CO2 comporta un incremento della crescita di specie vegetali. In che in teoria è a tutto favore della produzione agricola. Purtroppo pare che le specie che piu' approfittano dell'eccesso di CO2 siano le infestanti, non quelle che noi mangiamo. Anche qui tecniche OGM potrebbero produrre piante che assimilano (sequestrano) piu' CO2.

Per me non c'è alcun dubbio che l'uomo si adatterà al cambiamento, cogliendo piu' opportunità e benefici che costi, tuttavia ribadisco quanto detto asll'inizio e cioè che questo non comporta di continuare allegramente ad introdurre CO2 nell'atmosfera. Tra l'altro CO2 è solo un effetto collaterale dell'inquinamento da combustione, che provoca danni ben piu' gravi a livello di malattie polmonari, tumori, mutazioni genetiche. Quindi meno bruciamo idrocarburi, meglio è (CO2 o non CO2).

Totalmente d'accordo. in effetti nella frase che citi mi sono espresso male, in un post precedente anche io dicevo che il clima ha permesso lo sviluppo di certe civiltà e ne ha annientato altre.
Grazie per aver segnalato quel libro che non conoscevo.