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Le quote di Bankitalia: la solita porcata

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Condivido l'articolo, tranne che per questo:

Per dare un'idea, se un capitale iniziale di 156mila euro del 1936 avesse avuto un rendimento del 6% per 78 anni, e se non fossero stati distribuiti dividendi (che invece son stati distribuiti), oggi varrebbe 14,7 milioni, cioé circa un cinquecentesimo della valutazione imposta dalla riforma.

Non bisognerebbe considerare che i 300 milioni di lire del 1936 versati dalle allora banche pubbliche, oggi varrebbero molto di più (senza considerare i rendimenti fino ad oggi dei frutti delle riserve)?
Qui una tabella di rivalutazione.

Il conto e' chiaramente un po' a spanne, e pensavamo di aver tenuto conto dell'inflazione in quel 6% che per un titolo risk-free e' alquanto generoso. Comunque, seguiamo la tua logica. 300 milioni nel 1936 valgono 300 milioni di euro nel 2014, euro piu' euro meno. Non e' che un titolo esente da rischio ti dia molto di piu' dell'inflazione, quindi siamo a meno di 1/20 di quanto ammonta la rivalutazione; ma siamo generosi, diamogli l'1% di rendimento annuo sopra l'inflazione. Viene un capitale di 652 milioni dopo 78 anni. Sempre meno di 1/10 di quanto valutato dai "saggi". 

Tieni conto pero' che in quel periodo dividendi sono stati effettivamente distribuiti, non sono stati reinvestiti nel capitale, quindi non e' ovvio che 300 milioni di lire di allora oggi costituirebbero 300 (o 659) milioni di euro di capitale. 

E' probabile che abbiano calcolato la rivalutazione dal patrimonio netto?
Non ho guardato, qualcuno del Governo o di Bankitalia ha illustrato come si è ottenuto quella cifra (immagino sia negativa la risposta)? 

Il 9 novembre il ministro Saccomanni ha pubblicato sul sito del ministero il rapporto sull’aggiornamento del valore delle quote di capitale della Banca d’Italia (redatto su richiesta del Ministro dalla stessa Banca d’Italia con l’ausilio di un comitato di esperti composto dai professori Franco Gallo, Lucas Papademos e Andrea Sironi).

Poi lo stesso Saccomanni ha spiegato quali metodi sono stati utilizzati in audizione alla Commissione Finanze della Camera, il 16 gennaio (non è ancora disponibile il resoconto stenografico, ma dai report giornalistici sembrerebbe che abbiano usato vari metodi convergenti sui 7,5 miliardi).

Di fatto dal rapporto di cui sopra, pag. 3, il valore sarebbe stato determinato dalla  attualizzazione del flusso dei dividendi futuri (Dividend Discount Model).

Ragioni contro l'utilizzo di questo metodo sono state illustrate qui da Giovanni Siciliano, il 5 novembre 2013, su lavoce.info (vedi a pag. 4). 

Ma Lucas Papademos non era governatore della Banca Centrale di Grecia mentre quel paese presentava bilanci FALSI per entrare nell'Euro? Non sapeva o faceva finta di non sapere?

Correggetemi se sbaglio, ma io ho dati diversi. Per iniziare le quote della Banca d'Italia sono state create nel 1893, art. 1 legge 449 - http://www.bancaditalia.it/bancaditalia/storia/1936/dal1893_a_giolitti/L....
Quindi, rivalutando con un interesse composto per 120 anni i numeri vengono completamente diversi. Per cominciare solo per tenere conto dell'inflazione bisognerebbe applicare un interesse del 7,8% (prendo i dati da http://www.oppo.it/tabelle/riv-lira-dal1861.html) mentre per passare da 156000€ a 7,5 miliardi ci vorrebbe un tasso del 9,4%. La differenza, 1,6%, è ragionevole come tasso di rendimento reale risk free.

 1.6% reale mi sembra eccessivo: i bond tedeschi a 10 anni rendono oggi l'1.5% nominale, e quelli a due anni sono vicini allo zero, con un rendimento reale negativo. 

Non so quanto abbia senso andare indietro nel tempo cosi' tanto. Tieni conto che in tutti questi anni abbiamo continuato a regalargli dividendi in cambio di niente, anzi, con il privilegio nominare sindaci e consiglieri, quindi non e' che devi incorporare i rendimenti nel capitale per forza.

Comunque, liberi di continuare a ritenere ragionevole l'elargizione perpetua di 70 milioni e piu' l'anno a chi detiene solo privilegi. 

A quanto mi consta invece è corretto, come riportato nell'articolo di Bisin, Boldrin e Moro, il riferimento al 1936 e non al 1893 in quanto in quell'anno, con il regio decreto-legge 12 marzo 1936, n. 375, la Banca d'Italia, pur fondata nel 1893, diventò istituto di diritto pubblico e, vedi l'articolo 21, agli "attuali azionisti" (intesi come gli azionisti al momento della entrata in vigore del decreto) venne rimborsato "a partire dal 1° giugno 1936, il valore delle azioni in relazione con la situazione della Banca al 31 dicembre 1935, nella misura fissa  di lire 1.300 (milletrecento) per ciascuna azione, rappresentante il capitale versato e la quota di riserva  afferente a ciascuna azione".

E sempre nell'articolo 21 si precisa che "Entro il 15 aprile 1936 sarà costituito, sotto la presidenza del Governatore della Banca d'Italia un consorzio tra gli istituti e gli enti di che all'art. 20 per l'assunzione delle trecentomila quote di partecipazione del capitale della Banca d'Italia." Gli enti a cui si fa riferimento nell'art. 20 sono "a) Casse di risparmio; b) Istituti di credito di diritto pubblico e Banche di interesse nazionale; c) Istituti di previdenza; d) Istituti di assicurazione".

Pertanto, gli azionisti precedenti al 1936 sono stati rimborsati in quell'anno ed è giusto calcolare la rivalutazione delle quote in mano ai partecipanti al consorzio dei nuovi azionisti solo a partire dal 1936.