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Le quote di Bankitalia: la solita porcata

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Le quote di Bankitalia derivano il proprio valore dal flusso cedolare (io preferisco chiamarlo così, perché in fondo non si tratta di un vero e proprio dividendo) ricevuto dalle banche azioniste. Se non erro, questi pagamenti avvengono sin dal 1936 ed il pagamento per l'anno 2103 sarà di €74 milioni. Sulla base di questo valore iniziale (che corrisponde allo 0.5% delle riserve) e di successive proiezioni al rialzo (ma è vero che le riserve crescono nel tempo, sia per effetto del signoraggio, che per il reddito da investimento - non sono sicuro che quest'ultimo punto vi sia chiaro, a giudicare da alcune vostre frasi -) il comitato di saggi stima un valore delle quote di €5-7.5bn. A me questa stima sembra coerente con le assunzioni che vengono fatte nel documento dei saggi (http://www.bancaditalia.it/media/notizie/aggiornam_quote_capitale_BdI/Va...) e nel vostro intervento non trovo specifiche critiche su tali assunzioni. Comunque, al di là dei tecnicismi sulla scelta dei tassi da utilizzare, la vera discriminante per il valore delle quote (lo scrivete anche voi) è l'entità del flusso cedolare. Ora qui sta il punto: se il flusso cedolare ipotizzato nel documento dei saggi è coerente con quello distribuito dal 1936 ad oggi, allora la valorizzazione delle quote è neutrale, nel senso che non sta dando alcun indebito vantaggio alle banche, rispetto a quello che nella prassi è già avvenuto nel passato. Non vedo nel vostro intervento alcun dato o analisi che aiuti a capire se è stato così e la trovo una grave mancanza. Peraltro, se così fosse, non vedo nemmeno dove sia l'arbitrio contabile, visto che l'asset ha effettivamente quel valore. Insomma, se c'è veramente quello che chiamate "trasferimento di risorse dai contribuenti alle banche" (il flusso cedolare), allora non può esserci quello che chiamate "una (legale) truffa contabile a favore dei bilanci di alcune banche del paese e dell'erario" (la plusvalenza): delle due, l'una. Trovo che questa sia una forte inconsistenza del vostro ragionamento.

Interpretando il vostro pensiero, credo che la questione che vi stia più a cuore sia quella del trasferimento di risorse dai contribuenti alle banche, ovvero del flusso cedolare. Ma, allora, la radice del problema sta nel fatto che le banche private sono azioniste della banca centrale e che lo statuto di quest'ultima consente un tale prelievo: ecco allora la vera 'battaglia' che vorreste combattere, rispetto alla quale la valorizzazione delle quote è stata assolutamente neutrale. Una battaglia che avreste dovuto intraprendere non da oggi, ma sin da vent'anni fa, visto che l'attuale assetto azionario è il lascito delle privatizzazioni degli anni '90: all'epoca, le quote Bankitalia non sono state scorporate dagli istituti e conferite (ad esempio) ad una fondazione. Imputarne la colpa a Letta, all'attuale Parlamento e financo a Matteo Renzi mi sembra strumentale. Quasi uno straw man argument.

l'étiologie secondo Pierre de Gasquet, a seguire, Les Echos. Mi ricorda un po' Telecom Spagna (o Argentina)...la compagnia ex (?)  statale con la rete pubblica intorno...

Fuor di battuta, non mia pare che il bersaglio sia - direttamente - di natura politica. Ovvio che rappresenta l'esito di un....'banchellum', o banchettum. Si sa, del resto, a taluni Italiani piace (anche) la poppa materna di mamma STATO.

Pierre de Gasquet | 26/12 | 06:00

<<Coup d'envoi à la réforme de la Banque d'Italie>>

« Un embellissement artificiel »

« Les évaluations de nos services ont été partagées par un groupe d'experts de haut niveau, choisis pour leur indépendance indiscutable », a souligné le gouverneur de la Banque d'Italie, Ignazio Visco. Parmi les experts figuraient l'économiste Andrea Sironi et l'ex-Premier ministre grec Lucas Papademos. Techniquement, l'augmentation de capital de 7,5 milliards d'euros sera réalisée à travers l'utilisation des réserves de change de la banque centrale en vue de sa transformation en « public company ». Les banques auront deux ans pour réduire leur participation sous la barre des 5 %, ce plafond pouvant être réduit à 3 % à la demande du Sénat

Particulièrement visés, Banca IntesaSanPaolo et UniCredit, qui détiennent à eux seuls plus de 55 % de la Banque d'Italie, pourraient réaliser des plus-values respectives de 2,5 et 1,4 milliard d'euros, selon les calculs de Goldman Sachs. « On va créer un imbroglio : la banque centrale n'a pas besoin d'un tel patrimoine car elle ne risque pas de faire faillite », ajoute l'économiste Fulvio Coltorti, ex-directeur des études de Mediobanca. Il note qu'à un tel niveau de valorisation, la Banque d'Italie aura un capital social équivalent à trois fois celui de la Bundesbank (2,5 milliards d'euros) et sept fois celui de la Banque de France. De son côté, la Bundesbank a déjà émis des objections en demandant que les participations des banques soient comptabilisées au chapitre « assets for sale ». L'ancien vice-président de la Bundesbank, Christoph Zeitler, a même évoqué une « opération de comptabilité créative » et le risque de distorsions liées à un « embellissement artificiel ». A court terme, la Banque d'Italie a, toutefois, précisé que « la revalorisation des participations n'aura pas d'impact sur le niveau de fonds propres réglementaires des banques participantes au 31 décembre 2013, en vue de l'"asset quality review" de la BCE ». A charge pour le législateur italien de préciser les prochaines étapes...eccecceccecc