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Le quote di Bankitalia: la solita porcata

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parto dalla fine:

 perché debba ricevere dei dividendi chi non fa nulla né dal punto di vista di impiego delle risorse umane e di capitale, né dal punto di vista del rischio.

 I "dividendi" sono  frutto dell'investimento iniziale. A me interesserebbe capire esattamente come si scorpora quell'investimento dai redditi da signoraggio, ma assumendo che lo scorporo sia fatto bene, non c'é niente di strano nel fatto che il detentore goda del dividendo  senza  "fare nulla dal punto di vista di risporse umane etc". Coglie i frutti del suo investimento passato.

tralasciando i vantaggi provenienti dai poteri di nomina, anche pochissimi ricavi (se ho capito bene, almeno fino a qualche anno fa, i dividendi erano poco più che simbolici, certamente lo erano per la parte relativa al capitale, ma ritengo anche per la parte relativa alle riserve, corretto?) 

Domanda interessante. Per quanto ho potuto vedere (capitolo del bilancio, relazione del consiglio superiore)   i dividendi  del 2002  (primo anno disponibile online) non sono simbolici, l'ordine di grandezza e'  simile a quello attuale (come detto, da allora sono cresciuti circa del 5% all'anno).   Una rapida scorsa a una vecchia relazione del 1997 nella mia libreria mi fa ritenere che anche allora la situazione fosse simile (il dato e' coerente con il 5% di crescita annua del dividendo). Personalmente avrei trovato utilissimo  un  prospetto di sintesi dettagliato nella relazione dei saggi, oppure  in questo articolo, per  informare  l'analisi  su base solida:   Qual e'  la serie storica  di queste cedole/dividendi e da cosa originano?  (questa la sua domanda (1), cruciale a mio parere). Purtroppo non so risponderle al di la di quanto scritto sopra.


Credo sarebbe particolarmente  interessante capire  qual era il dividendo prima della privatizzazione, per vedere se i frutti attuali, e di riflesso il valore delle quote, sia una "sorpresa degli ultimi anni" o fosse scontato  (cioe'  incorporato nel valore della azienda) sin da allora.

Sui punti   2 e 3 non  so niente  di specifico,  non la tedio con le mie opinioni.  


 

  




Grazie

marco ardemagni 1/2/2014 - 20:16

Grazie per le risposte.  Sulla prima ovviamente concordo, i dividendi sono giustificati solo dall'investimento iniziale come anch'io dicevo a metà delle domande.
Riguardo all'assenza della serie storica dei dividendi corrisposti, questa assenza salta subito all'occhio nella relazione dei "saggi", quando - per me non a caso - in fondo a pag. 2 si limitano a citare i 70 milioni del 2012. Restano sia dubbi, come sottolinea lei, sull'origine di questo "relativamente recente" aumento dei dividendi del 5% annuo, sia perplessità sull'assunzione, su cui poi si basano i calcoli seguenti che portano ai 7,5 milioni, che questo 5% si mantenga nei prossimi 20-30 anni (come si chiedeva il 20 dicembre Luigi Zingales, vedi pag. 63 qui).

Professore, lei sostiene che per un giudizio approfondito e sensato della valutazione effettuata bisogna andare a leggersi l’apposito documento (su carta intestata della Banca d’Italia…). L’ho sfogliato brevemente ma ho concluso che entrare nel merito dell’analisi è solo una perdita di tempo. Basta scegliere un tasso di crescita dei dividendi grande a piacere e si ottiene qualunque risultato desiderato. Anche un risultato infinito se il tasso di crescita atteso è maggiore del tasso di sconto. Da dove salterebbe fuori quindi il famoso 5% ? La mia opinione è che qualunque tasso di crescita, diverso dal tasso di crescita atteso per il PIL nominale italiano, dovrebbe essere abbondantemente giustificato e, visto i tempi che corrono, mi sembra chiaramente inappropriato.

 

Ora, se proviamo, a guardare le cose da un altro punto di vista (quello del mercato) vediamo che uno degli indicatori più utilizzati per valutare una azione è il rapporto prezzo/utili. Nel caso della Banca d’Italia si è detto che gli utili derivano in gran parte dal signoraggio e quindi non sono pertinenti nella valutazione. Si è detto altresì che gli utili di pertinenza degli azionisti sono proprio quelli che vengono attualmente distribuiti agli stessi sotto forma di dividendi, quindi sono i famosi 71 milioni di euro. Se rapportiamo 7,5 mld a 71 mln. otteniamo un multiplo di 105, che non sta né in cielo né in terra per qualsiasi attività economica che abbia una storia consolidata (ovvero che non sia una start up con pochi anni di vita e grandi prospettive future). Se si utilizza un multiplo ragionevole tra 20 e 30 (anche considerando la situazione particolare della Banca d’Italia) si ottiene una valutazione che non supera i 2 mld. Davvero c’è qualcuno che può pensare che vi sia un investitore disposto a impegnare 7,5 mld di euro in una attività economica  per avere in cambio 71 mln all’anno sotto forma di dividendi ? Senza dimenticare che si tratterebbe comunque di un investimento sull’Italia, ovvero su un paese che non è considerato a bassissimo rischio.

 

Altra incongruenza: si è detto che le riserve accumulate dalla Banca d’Italia derivano dalla sua attività di emissione, ma allora perché una parte di tali riserve (i famosi 7,5 mld) viene utilizzata per l’aumento di capitale che serve ad allinearlo al valore che le viene attribuito arbitrariamente? Non si era appena detto che il valore della banca deriva dalla futura distribuzione dei dividendi ? Che bisogno c’era di convertire le riserve in capitale ?

 

A pensar male…e infatti spunta anche la norma che stabilisce che i dividendi distribuiti non potranno eccedere il 6% del capitale appena incrementato con l’utilizzo delle riserve, che si era detto, non erano degli azionisti. Quindi il nuovo dividendo potrà arrivare fino al 6% di 7,5 mld, ovvero 450 mln di euro…

 

Comunque, per tagliare corto, il problema era quello di stabilire quanta parte dell’utile (o perdita) della banca centrale non è dovuto all’attività di emissione. La risposta non è chiara.

 

Ultima osservazione: è stato anche stabilito un limite max alle quote dei singoli soci, ma, sapendo che al valore attributo con tratto di penna, nessuno sarà disposto a  rilevare le quote messe in vendita da Banca Intesa e Unicredit (che assieme fanno più del 50%) si è pensato che se le potesse ricomprare la Banca d’Italia stessa. A quale prezzo non è ben chiaro però tutto fa pensare che saranno i famosi 7,5 mld (rapportati alle quote messe in vendita). Come noto il diavolo fa le pentole ma non i coperchi e allora rimane sospesa la domanda seguente: se la Banca d’Italia si ricompra le proprie quote cosa se ne fa ? Le annulla ? Ma anche se non venissero annullate, i diritti di voto di tali quote non potranno che essere ripartiti fra quelle rimanenti, non potendosi computare le azioni (quote) proprie fra quelle votanti. In tal modo il peso delle quote restanti risalirà di nuovo sopra il limite stabilito.

quote BdI

valerio 3/2/2014 - 21:48

potrebbe rivendere le quote ad un centesimo del "valore" arbitrariamente dato loro.
a quel prezzo le comprerei pure io.