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Le quote di Bankitalia: la solita porcata

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I saggi rispondono alle domande che gli vengono fatte. Domanda #1: "Qual'è il valore attuale di un flusso di dividendi compatibile con le attuali condizioni di distribuzione?". Domanda #2: "Qual'è il flusso di dividendi ragionevole?". Questo governo, con questa maggioranza, in questo parlamento, può chiedere solo la domanda #1 e non la domanda #2, mi sembra abbastanza evidente (è curioso notare che un governo PD-M5S avrebbe invece potuto chiederla - forse - questa fatidica domanda).

La risposta dei saggi è stata: "Tra i 5 ed i 7.5 miliardi di euro" e le banche giustamente adegueranno il valore a bilancio. Perché lo capisce anche un bambino che non può valere 156 mila euro un titolo che tra cinque mesi pagherà un coupon di 75 milioni di euro. Non c'è nessun trucco contabile: semplicemente, prima di oggi il titolo era pesantemente sottovalutato (ecco, casomai il trucco contabile c'è stato fino ad oggi). Unico inghippo: se il titolo non è trasferibile, allora ci potrebbero essere delle difficoltà ad usare in bilancio il valore teorico. Ecco allora che viene inserita, con molta ipocrisia, la necessità di polverizzare le partecipazioni superiori al 3%, dando la possibilità alla BdI di ricomprare (ma solo temporaneamente) le quote in eccesso. Dovevano farlo per permettere alle banche di sostenere la liquidabilità del titolo, ma sono disposto a scommettere che il riacquisto non avverrà mai. E' più facile che Intesa o Unicredit vendano la partecipazione ad un'istituzione terza, che ne so, a un'Unipol qualsiasi. O almeno era più facile, prima che si sollevasse tutta questa caciara.

Dire che il governo Letta (che io personalmente non amo) ha permesso un sostanziale trasferimento di risorse dai contribuenti alle banche è una balla clamorosa; casomai il governo Letta ha permesso di dare un price tag ad un trasferimento che era in atto sin dal 1936 e che oggi è ancora in atto.

Hanno dato un aiutino alle banche? Sì, certo hanno consentito di aumentare il CT1 di qualche miliardo di euro (non 7.5, sono molti meno), pagando solo il 20% (in tasse). Ma il vero obiettivo del governo era quello di incassare €1bn di tasse in più, visto che servivano i soldi per finanziare l'abolizione dell'IMU - orrendo, questa sì che è una colpa grave del governo Letta -.

Un'ultima cosa, di cui sinora non ho sentito parlare nessuno: il valore delle quote è così elevato grazie ai tassi, che sono ai minimi storici. Ma i tassi cambiano nel tempo: con che meccanismo il valore sarà aggiornato? Ipotizziamo, per pura ipotesi di scuola, che tra un anno il bund 10yr sia andato al 3%: con una duration così alta (cash flow crescente e perpetuo) il valore delle quote scenderebbe drammaticamente (sparo a occhio: 25% in meno). Se le banche le svalutassero, dovrebbero sopportare una notevole perdita (come oggi la rivalutazione porta invece ad un guadagno) ed andrebbero a credito di imposta.

lo capisce anche un bambino che non può valere 156 mila euro un titolo che tra cinque mesi pagherà un coupon di 75 milioni di euro. Non c'è nessun trucco contabile: semplicemente, prima di oggi il titolo era pesantemente sottovalutato (ecco, casomai il trucco contabile c'è stato fino ad oggi).

La parte del bambino l'avevo capita, mi sfugge ancora la parte successiva.
Il trucco secondo me sta nel fatto che il titolo "quote BdI", che paga dividendi e viene analizzato come tale, non è un vero titolo; è in qualche modo simile ad un Bund decennale? O ad una quota azionaria in FCA (bel nome)? Ad obbligazioni Nokia? A Buoni Postali? Al capitale di ventura investito in una start-up californiana? A cosa devo parametrare questo fantomatico titolo "quote BdI"?
Mi sembra di mettere sullo stesso piano le mele con la soddisfazione per un buon pasto, non sono nemmeno lontanamente simili anche se entrambi hanno a che fare con il nutrimento...

La tua domanda è azzeccatissima e difficile. Nella risposta cerco di inglobare anche le risposte alle osservazioni di Marco Ardemagni e Dragonfly, visto il limite sul numero di commenti.

Le quote sono un titolo di credito (per quello uso la parola 'titolo'), che trae il proprio valore dalla possibilità del detentore di estrarne 'qualcosa'. Magari Banca Capasso (Corriere di ieri), pur di sedersi a fianco del governatore il giorno dell'assemblea, sarebbe disposta a comprare una quota dalla CR Saluzzo per €150mila, valutando implicitamente l'intero capitale €45 miliardi. Più banalmente, la valutazione viene fatta sulla base delle entrate monetarie previste, scontate per un adeguato tasso che ne rifletta la rischiosità. Essendo un'azione, verrebbe in mente di scontarlo con un tasso che rifletta le attese di guadagno degli azionisti di quel comparto (il cosiddetto cost of capital, che di norma è un tasso abbastanza alto, il che comprimerebbe il valore delle quote). Ma questo è sbagliato per due motivi: 1. la Banca d'Italia non è un'azienda normale, è una banca centrale e come tale è un business poco rischioso (andrebbe aperta una parentesi lunga e complicata, che salto a piè pari, spiegando che la BdI non ha più il diretto controllo del signoraggio e quindi in caso di break-up dell'Euro rimarrebbe debitrice, nei confronti delle altre banche centrali dell'Eurosistema, dei saldi Target2, il che lo rende un business più rischioso di quello che sembra); 2. le quote danno al detentore diritti molto limitati rispetto ad un normale azionista: non decide quasi nulla in termini di governance e di indirizzo dell'azienda (qualche poltrona e qualche consulenza, fastidiose quanto vogliamo, ma non si tratta di molto nel big scheme of things) e l'unico reddito che si può distribuire è limitatissimo (relativamente al bilancio complessivo della BdI, intendiamoci): un ammontare di circa lo 0.5% delle riserve.

Notiamo anche che le riserve sono investire dalla stessa BdI in un portafoglio obbligazionario, secondo criteri molto prudenziali, che ha un certo margine di interesse (se dico il 5.5% sono sicuro, pur non avendo visto il portafoglio, di non essere molto lontano). Qui rispondo a Marco Ardemagni: se il margine di interesse è 5.5% e le banche se ne tengono lo 0.5%, quanto sarà il tasso di crescita delle riserve? Il 5%! Ecco perché gli esperti hanno ipotizzato un tasso di crescita dei dividendi del 5% (ma solo per qualche anno), sono pronto a scommetterci. Ovviamente, man mano che scadono vecchi titoli ad alto margine di intreresse (acquistati quando i tassi erano alti), questo scenderà. Non so se ciò è frutto di un arbitrio recente, potrebbe essere di sì, ci vorrebbe la serie delle distribuzioni e del margine di interesse delle riserve. Un tasso di crescita del 5% a me non sembra però un favore gratuito alle banche, come si potrebbe pensare. 

Abbiate pazienza, ci stiamo arrivando. Quando parliamo di quote della BdI ecco quindi di cosa si tratta alla fin fine: di un anacronistica servitù, di una 'commissione annuale dello 0.5% sulle riserve della BdI', originariamente concessa alle banche pubbliche, poi nel tempo trasferitasi alle banche private (se la meritano le banche questa sevitù? Per me la risposta è un secco no, ma questo è un altro discorso). Una cosa è certa: non sarà forse riskless come il Bund, ma si tratta di un flusso di cassa parecchio stabile e sicuro, simile a quello di un bond (eccetto che la cedola cresce nel tempo) - insomma, non stiamo parlando di Nokia, che per sopravviere deve competere con Apple e Samsung -. Il tasso da usare per scontare il flusso deve quindi per forza essere basso, il che equivale ad un'alta valorizzazione delle quote. Lascio volentieri il lavoro agli esperti della BdI, che sono sicuro ci hanno riflettuto a lungo, conscio però del fatto che le quote BdI valgono sicuramente (molto) di più del loro book value; che è giusto e trasparente che le banche ne aggiornino il valore; che è giusto che l'erario si prenda la sua fetta di plusvalenza.

Tutto bene così allora? Eh no, io non ho detto questo! La servitù anacronistica che ho appena descritto è un tipico esempio dello stile predatorio delle banche (e non solo di quelle italiane, anzi). Se parliamo di gestione di prodotti finanziari, sistema dei pagamenti, concessione di prestiti, eccetera le commissioni, ove non esagerate, riflettono la giusta remunerazione dei fattori di produzione del prodotto bancario (ci sarebbe molto da dire su questo, ma mi fermo). Ma qui è chiaro che le banche godono di un privilegio (sbagliato oggi come era sbagliato nel 1936 - ma possiamo capirlo, allora c'era la dichiarazione dell'impero dell'Africa Orientale italiana -) su una massa di ricchezza che con loro non ha nulla a che fare. A ben vedere c'è un valore aggiunto che questo strano assetto azionario ha generato: la BdI è rimasta più indipendente di quanto sarebbe stato altrimenti. Ma non so se è valso l'equivalente di €75 milioni all'anno.

Se si reputa che questo sia un privilegio anacronistico da abolire, si faccia una battaglia (anche parlamentare) contro questa servitù, non si sprechi tempo ed energia a contestarne la valorizzazione, l'unica cosa nuova che, oggettivamente, il governo Letta ha consentito. Lo so anch'io che €7.5 miliardi (il valore cristallizzato a oggi) sono tanti e che da fastidio pensare che le banche abbiano ricevuto questo regalo, ma dobbiamo dare la colpa a chi il regalo lo ha fatto (nel 1936) ed a chi in seguito lo ha perpetuato (tutti i governi della Repubblica Italiana). La discussione sul valore attuale è tutta energia sprecata: bastava pensare a quante cose si possono fare con un flusso perpetuo annuale di €75+ milioni per capirlo, non ci voleva tanto, no? Quando si rendono le cose più complicate di quello che sono, solitamente ci si perde in dettagli inutili.

Levare questo privilegio (travestito da diritto di proprietà) alle banche sarà difficilissimo: sia perché esso è configurato come un diritto di proprietà (quindi non è possibile espropriarlo senza che le banche pretendano legalmente una compensazione - ma se uno è abbastanza smart forse ci sono delle strade da percorrere -); sia perché innanzitutto è necessario avere una maggioranza coesa su questo tema in Parlamento e sinora sicuramente non è mai stato possibile. Altrimenti si fa la guerra ai mulini a vento.

Infine c'è un ultimo punto: l'opportunità di farlo in questo momento storico, in cui le banche sono sotto capitalizzate. Ammettiamo che, a fronte di un risarcimento simbolico, sia possibile ottenere il trasferimento delle quote della BdI nelle mani di un ente (stile EBRD), che possa finanziare uno di quei progetti di sviluppo di lungo periodo dei quali il nostro paese avrebbe tanto bisogno (che ne so: un a riforma del sistema scolastico e universitario pubblico, oppure della cablatura in fibra ottica dell'Italia - che bella idea se fosse applicata bene -). Bello, ma se così facendo provoco una ulteriore riduzione del credito a danno delle PMI, allora forse varrebbe la pena aspettare uno o due anni.

Scusate se sono stato troppo prolisso.

Mi sembrano questioni di natura 'epistemologica' preliminari, che non spostano di una virgola la sostanza qui discussa. Senza trascurare le excusationes non petitae.

l'opportunità di farlo in questo momento storico, in cui le banche sono sotto capitalizzate. Ammettiamo che, a fronte di un risarcimento simbolico, sia possibile ottenere il trasferimento delle quote della BdI nelle mani

L'operazione de qua e' stata conclusa, in fretta, per esigenze di cassa a brevissimo termine e comporta una sostanziale ricapitalizzazione delle banche Ct1 con esiti neppure ancora stimabili. E si fa benissimo a scriverlo. Avrei usato toni anche ben piu' 'impressionistici'.

l'obiettivo era quello di usare risorse pubbliche per rafforzare il nostro sistema creditizio, con dentro l'IMU? Non sarebbero stati piu' opportuni benefici diffusi e non  a vantaggio di pochi soggetti?

Il valore, soprattutto, in caso di eventuale ri-acquisto, e' centrale: Bankitalia si e' impegnata al riacquisto delle proprie azioni, o no? Se poi vogliamo parlare di governance bancaria, si scoperchia ...

Siamo tutti d'accordo sulla circostanza che il compromesso raggiunto dalla legge bancaria ( 1936) avesse una logica: era formalmente posseduta da tutte le banche (che eleggevano il Consiglio Superiore della Banca d'Italia), poi,  Francoforte. l'ircocervo. ecceccecc.

Cio' pero' NOn toglie che A) la valutazione sia arbitraria, frettolosa ed opinabile (ha concretamente letto il DDM? tre ipotesi: che il tasso di crescita sia effettivamente del 5%, che duri a tale livello per 20-30 anni, eccecc. Abbastanza mascettiana...)
; B) la proposta del governo non prevede una nazionalizzazione di Bankitalia, ma solo una redistribuzione delle quote tra istituzioni finanziarie. (parte del suo intervento; mi corregga se sbaglio)

La proposta del governo non solo non aiuta a correggere il problema istituzionale da lei segnalato, ma aiuta le banche a ricapitalizzarsi for free, pro bono, e lo stato si fa carico di comprare le quote in mancanza di compratori privati. Lo stato (i.e. gli Italiani) possono perdere nel lungo; 'guadagnano' (tasse) nel breve.

Rimane quindi contabilita' creativa, come evidenziato da Les Echos, La Tribune, ed altri giornali. A tacere di ulteriori questioni preliminari ...

 

Se si reputa che questo sia un privilegio anacronistico da abolire, si faccia una battaglia (anche parlamentare) contro questa servitù, non si sprechi tempo ed energia a contestarne la valorizzazione, l'unica cosa nuova che, oggettivamente, il governo Letta ha consentito.

 

Obiezioni

amadeus 3/2/2014 - 19:21

Gentile sig. Bollinger,

Ho già scritto nel mio post precedente i motivi per cui trovo arbitrario e contraddittorio il criterio di valutazione prescelto dai cosiddetti saggi o esperti. Noto peraltro che in questo successivo intervento anche lei attenua molto il suo ‘entusiasmo’ per i criteri di valutazione adottati, laddove concede che anche la Banca d’Italia per quanto svolga una attività particolare non è propriamente esente da rischi

 

la Banca d'Italia non è un'azienda normale, è una banca centrale e come tale è un business poco rischioso (andrebbe aperta una parentesi lunga e complicata, che salto a piè pari, spiegando che la BdI non ha più il diretto controllo del signoraggio e quindi in caso di break-up dell'Euro rimarrebbe debitrice, nei confronti delle altre banche centrali dell'Eurosistema, dei saldi Target2, il che lo rende un business più rischioso di quello che sembra);

 

E’ chiaro che gli obiettivi dell’operazione non sono mai stati quelli di attribuire un valore corretto alle quote della banca centrale in possesso delle banche private, ma piuttosto nell’ordine: 1) fare affluire nelle casse dello Stato le imposte sulla plusvalenza straordinaria che le banche realizzano e che è pari alla differenza tra il valore attribuito alle quote e quello a cui sono iscritte a bilancio delle banche, per cui tanto più alto è il valore prescelto maggiore sarà l’incasso, e b) poiché l’imposta di cui sopra è pari solo a 1/5 del maggior valore significa che 4/5 rimangono alle banche sotto forma di maggior patrimonio (ma non risulta che ci siano impegni o vincoli che queste abbiano sottoscritto in cambio del dono ricevuto). E’ chiaro che si tratta di una trovata per togliere un po’ di soldi al cospicuo patrimonio della Banca d’Italia. Non è chiaro se ciò potesse essere fatto direttamente, attraverso un trasferimento diretto al Tesoro senza che qualcuno - in Europa - gridasse allo scandalo. Ovviamente qualcuno ha preso nota dell'operazione utilizzata. Rimane il fatto che, se per far arrivare 1 mld allo Stato è necessario regalarne 4 ad altri (che non sono indigenti), siamo messi piuttosto male e le critiche all’operazione sono un atto dovuto.

 

Caro Amadeus, mi spiace ma secondo me non è così. Le banche avevano già tutta la torta prima di questo provvedimento. I criteri utilizzati si possono discutere, ma, al di là di qualche aggiustamento soggettivo al margine, sono sicuramente corretti e servono a determinare quanto è grande questa torta (che prima nell'ipocrisia generale era valorizzata zero o quasi). Ha regalato 5 miliardi (anzi, ci dicono i saggi che sono 7.5) alle banche chi nel 1936 ha dato loro il diritto patrimoniale sulle riserve della BdI, nonché chi non vi si è mai opposto (tutti i governi della Repubblica Italiana dal 1948 ad oggi). Questo governo, tassando la plusvalenza, permette ai cittadini di recuperare qualcosa. Se lei crede veramente a quello che scrive, ed io non ho motivo di mettere in dubbio la sua buona fede, è la dimostrazione che l'intervento di Bisin et al. è confuso e controproducente. Condivido le loro motivazioni di fondo, ma trovo la strategia falllimentare (voglio concedere la buona fede anche a loro).

Caro New Deal penso il trafiletto di Les Echos sia sbagliato. Non c'è nessun abbellimento artificiale: non posso che ripetere che la rivalutazione è corretta e compatibile con (almeno) gli ultimi 15 anni di dividendi (si vedano i datapoint scovati da Alessandro Riolo). Anche lei secondo me è vittima del confuso intervento di Bisin et al.

Il problema è che delle banche private si prendono €75 milioni (running) dalla BdI. E' giusto o sbagliato? Si può fare qualcosa per cambiare le cose? E' questo il momento giusto per cambiarle?

Bisin et al avrebbero fatto un miglior uso dei loro talenti scrivendo di questo, invece che perdersi in una discussione astrusa ed iutile sul valore di €75 milioni running, infarcita di errori ed imprecisioni. Non si tratta di una questione epistemologica.

Gent. sig. Bollinger le mie opinioni non coincidono necessariamente con quelle di Bisin et al. né sono state rese confuse dal loro intervento. La invito a rileggere quanto ho scritto e in particolare che il criterio di valutazione adottato – che lei sembra accettare – è totalmente sballato. Il fatto che sia stato proposto o avallato da tre ‘esperti’ non lo rende meno insostenibile.

Per favore può gentilmente trovare qualcuno disposto a scambiare 7,5 mld di euro contro un flusso annuale di dividendi (dividendi non cedole) di 70-75 mln, potenzialmente perpetuo ma non assolutamente certo ?

Inoltre le faccio notare che l’ipotesi di crescita annuale degli stessi non è oro colato ma discende implicitamente da comportamenti passati che lei apparentemente critica ma poi finisce per accettare aprioristicamente! In ogni caso tale tasso di crescita utilizzato non è sostenibile, ma è indispensabile per ottenere il risultato desiderato. Non ho dubbi che se i cd saggi o esperti avessero avuto (per dirlo con N. Taleb) ‘skin in the game’ avrebbero partorito una valutazione completamente diversa. Gli incentivi contano, e sono certo che lei lo abbia ben presente anche se finge di ignorarlo. Purtroppo il mondo è pieno di perizie super partes che tali non sono ma esiste ancora la libertà di farlo notare.

 

Per chiudere, attiro la sua attenzione sul fatto che la stessa Banca d’Italia oggi ha chiaramente affermato che le riserve accumulate non sono di pertinenza dei soci privati in quanto sono il frutto dell’attività di emissione.

Mi scuso per la mia risposta, mi dispiace ma in questi giorni l'argomento mi ha portato una certa dose di frustrazione.

Ho guardato quello che lei aveva scritto riguardo alla valutazione e, a mio parere, applicare dei multipli borsistici (come il price/earning) ad una Banca Centrale è fuorviante. Ancor più fuorviante se i soci non sono i veri proprietari degli asset della banca (per quello che ho scritto che quello della banca d'italia non è un dividendo), ma gli viene riconosciuta di fatto una percentuale sulle riserve (non un vero riconoscimento degli utili).

A mio parere, il pagamento assomiglia piuttosto alla cedola di quello che nel mercato finanziario viene chiamato bond ibrido. Una sorta di intercapedine tra equity e debito, che a tutti gli effetti però è strutturata come un bond e come tale viene valutato e analizzato. Unica complicazione, la cedola crescente e la perpetuità. Ho detto già in altri commenti che secondo me la crescita del 5% è compatibile con la fisiologica crescita delle riserve, che avviene a prescindere dal livello assoluto del dividendo.

Sarà anche ipocrita, ma a prescindere da quello che uno desidera (dividendi simbolici come sostiene giustamente alessandro riolo? dividendi raddoppiati come forse farebbe di nuovo Fazio?), lo status quo ha un peso notevole. Anche perché è il direttorio a decidere il dividendo, non sono io, ed è facile che se questo è il livello attuale di distribuzione, questo rimanga anche per il prossimo futuro.

Agganciandomi alla sua citazione di Taleb, autore che mi sta molto cuore, riconosco un tail risk che potrebbe sovvertire completamente questa valutazione delle quote, sa qual'è? Per esempio un nuovo governo, nella prossima legislatura, che riprenda in mano la materia in modo meno favorevole alle banche. Ma come lei sa, visto che apprezza anche lei Taleb, il bello dell'incertezza è che colpisce quando meno ce lo aspettiamo, quindi sarebbe ben difficile cercare di incorporare scenari di questo genere nella valutazione. Diciamo allora che sono €7.5 miliardi (la stima più 'ragionevole' che può essere fatta oggi) consci del fatto che è una stima soggetta a molta fragilità.

 su LesEchos, ma sul modello di valutazione a dir poco anomalo (a valore ' terminale', si usa un tasso di crescita allineato all'inflazione, typically, oltre a varie robe surreali evidenziate nell'editoriale ed altri Postisti)

Mi occupo di distressed Debt, fundamental credit and private Equity, in passato M&A.

Anche alcuni 'quants' ex colleghi cui ho sottoposto la questione valutano la vicenda come semplicemente...  OUT OF SCALE. per ca. 3/3.5 bn (suona qualche campanello di allarme?) 

Enfasi a parte

(i)  una valutazione di 3.5 -> 4 sarebbe stata congrua. Il differenziale, e' un cadeau empoisonné  per il contribuente Italiano

(ii) una banca centrale non ha bisogno di una simile 'capitalizzazione'...

(iii) ogni parola rischia di essere superflua, visto che e' un regalo pari a circa un anno di Imu sulla prima casa.  Il che rimanda direttamente alla questione del... belletto contabile. Ossia, scomputando il mancato gettito IMU si ritorna entro parametri (chissa' come mai...)

Detto questo, condivido parte dei suoi caveat/valutazioni, ma cosa crede che sia stato fatto qui, se non denunciare un sistema piegato ad usi....contingenti? Ossia un BanKettum?

Chiudo. Lei cosa suggerisce concretamente di fare per raddrizzare la situazione? A tendere, a qualcuno potrebbe venire in mente di.....vendere le riserve.....(non credo conoscano esattamente neppure le implicazioni...se non per sentito dire, su Topolino..)

1) Il trasferimento dei dividendi è certamente in atto dal 1936. Sappiamo che l'ultimo è stato di 70 milioni, e sappiamo che negli ultimi 10 anni è cresciuto del 5%.
Ma per quanto riguarda il passato non si è riusciti a capire se questi ultimi 10 anni sono stati un'eccezione (manca la serie storica) e per quanto riguarda il futuro non sappiamo quali garanzie ci sono che continui così.
"I tre saggi nominati da Bankitalia hanno assunto che i dividendi futuri aumentino allo stesso tasso di crescita registrato negli ultimi dieci anni: ovvero il 5%. In questo modo sono arrivati a una valutazione tra i 5 e i 7.5 miliardi di euro. Questa valutazione è altamente discutibile (...) con (...) due semplici correzioni, la valutazione si riduce a 3.3 miliardi
(Luigi Zingales, il Sole 24ore 20/12/13).
La sensazione è che per far cassa, si sia voluto rendere proiettare in avanti, come fosse permanente, un arbitrio relativamente recente, portando i calcoli verso l'alto.

2) che sia una balla clamorosa il fatto che il governo Letta abbia permesso un sostanziale trasferimento di risorse dai contribuenti alle banche, andrebbe spiegato quantomeno anche a Mario Draghi che chiude così il suo Parere della Banca Centrale Europea del 27 dicembre relativa all'aumento di capitale della Banca d'Italia:  "La BCE prende atto che la possibilità, per Banca d’Italia, di effettuare tali operazioni, può comportare un trasferimento di risorse finanziarie agli azionisti."

Ma per quanto riguarda il passato non si è riusciti a capire se questi ultimi 10 anni sono stati un'eccezione (manca la serie storica) 

Nel 2008 mi andai a costruire la serie storica 1997-2007 guardandomi le relazioni pubblicate sul sito.

Questo fu il risultato:

Ratio

 

1997

1998

1999

2000

art. 54 20% riserva ordinaria (€)

R

168.838.936

472.190.356

106.995.088

25.483.183

art. 54 6% del capitale (€)

P

9.296

9.296

9.296

9.296

art. 54 20% riserva straordinaria (€)

R

-

-

-

25.483.183

art. 54 10% riserva straordinaria (€)

R

84.419.468

236.095.178

53.497.544

-

art. 54 4% del capitale (€)

P

6.197

6.197

6.197

6.197

art. 54 rimanenza al Tesoro (€)

S

590.920.785

1.652.650.754

374.467.315

76.434.058

art. 56 max 4% (€)

P

6.304.544

9.953.932

28.290.000

39.236.000

art. 56 max 4% (%)

P

0.15

0.20

0.50

0,55

Governatore

 

Fazio

Fazio

Fazio

Fazio

 

Ratio

 

2001

2002

2003

2004

art. 54 20% riserva ordinaria (€)

R

101.371.082

12.860.459

10.479.453

5.090.900

art. 54 6% del capitale (€)

P

9.296

9.360

9.360

9.360

art. 54 20% riserva straordinaria (€)

R

101.371.082

12.860.459

12.860.459

5.090.900

art. 54 10% riserva straordinaria (€)

R

-

-

-

-

art. 54 4% del capitale (€)

P

6.197

6.240

6.240

6.240

art. 54 rimanenza al Tesoro (€)

S

304.097.754

38.565.776

31.422.757

15.257.100

art. 56 max 4% (€)

P

45.015.000

42.945.000

45.219.000

47.478.000

art. 56 max 4% (%)

P

0,55

0.50

0.50

0.50

Governatore

 

Fazio

Fazio

Fazio

Fazio

 

Ratio

 

2005

2006

2007

art. 54 20% riserva ordinaria (€)

R

10.056.875

26.751.543

19.031.361

art. 54 6% del capitale (€)

P

9.360

9.360

9.360

art. 54 20% riserva straordinaria (€)

R

10.056.875

26.751.543

19.031.361

art. 54 10% riserva straordinaria (€)

R

-

-

-

art. 54 4% del capitale (€)

P

6.240

6.240

6.240

art. 54 rimanenza al Tesoro (€)

S

30.155.023

80.239.027

57.078.482

art. 56 max 4% (€)

P

49.470.000

53.466.000

56.148.000

art. 56 max 4% (%)

P

0.50

0.50

0.50

Governatore

 

Draghi

Draghi

Draghi

 

 Salta all'occhio il salto dallo 0.15% del 1997 allo 0.50+% post 1999.

Alessandro, mannaggia, sono andato sul sito di Bankitalia a spulciarmi le relazioni per scoprire che tu avevi fatto lo stesso esercizio. Comunque il dividendo sulle riserve resta lo 0,1% dal 1982 al 1996 e poi nel giro di quattro anni balza allo 0,55% (0,15% nel 1997, 0,20% nel 1998, 0,50% nel 1999, 0,55% 2000 e 2001). Poi scende allo 0,50% nel 2002 e non viene più cambiato. 

E' in quei quattro anni che si passa da una decina di milioni a una cinquantina. La domanda, anche per Hermann, visto che (come ci spieghi) il primo fattore, quello delle riserve, aumenta anno su anno del 5%, (non so nel 1996 che tassi ci fossero, ma per intenderci) che senso aveva aumentare anche il secondo fattore dallo 0,1 allo 0,55% come fece Fazio in quattro anni?  

Nella relazione del 1997, per giustificare il primo aumento dallo 0.10% allo 0,15%, Antonio Fazio scrive: Dall'esercizio 1982 la percentuale applicata all'ammontare delle riserve è stata pari allo 0,1 per cento. Il proposto incremento è volto a migliorare la remunerazione complessiva del capitale, tenuto conto anche del lungo periodo di invarianza. 

Che senso aveva?

Che senso aveva?

Una marchetta con i soldi dei contribuenti?

Immagino che sarebbe un ottimo esempio di intervento pro business per il prossimo libro di Zingales.

Alessandro Riolo: grazie per la preziosa serie storica. Ai saggi non è stato chiesto di giudicare se 0,10% è meglio di 0,5%, ma di valutare le quote prendendo atto della dividend policy (che è la stessa da 15 anni). Quindi la valutazione di €7,5 miliardi non è affatto un artificio contabile, come invece detto erroneamente nell'articolo di NFA.

Marco Ardemagni: il dividendo è una marchetta a prescindere, ma oggi scopro l'ennesima marachella combinata da Fazio. Non c'era alcun motivo logico di alzare il dividendo e la giustificazione data nel 1997 è una tautologia.

La porcata è che le banche ricevano €75 milioni annui a fondo perduto, che poi questo privilegio valga €7,5 miliardi è un dato di fatto che non ne cambia la natura. Penso quindi che sarebbe stato più onesto intellettualmente da parte di NFA un bell'articolo dal titolo: "Dividendi BdI: le radici lontane di una porcata".

Invece si è ceduto ad un grillismo testosteronico nel quale non mi riconosco. Con zampata finale a Renzi, che mi sembra gratuita, astiosa e che personalmente non condivido - si vede che loro sanno qualcosa che io non so -.

Marco Ardemagni: il dividendo è una marchetta a prescindere, ma oggi scopro l'ennesima marachella combinata da Fazio. Non c'era alcun motivo logico di alzare il dividendo e la giustificazione data nel 1997 è una tautologia.

Una immagine vale piú di 1000 parole:

Notare come nel 2004 ai partecipanti venne ripartito il 150% degli utili della Banca centrale italiana, attingendo alle riserve patrimoniali accumulate tramite attività bancarie gestite in regime di monopolio

Ma come si fa a scrivere CERTE cose? Miglioramento? Non cambia la natura? Un drill- down eziologico, o regressum in infinitum..

it' s you money, I don't care. O ci sono 'vested' interests'?

e' una 'roba' abbastanza macroscopica. E il rationale e' stato candidamente ammesso ..

mah

Oggi, giornata piovosa,  ho fatto un salto in biblioteca e ci ho passato la mattinata scaricando  manualmente  i dati dal 1936.   Cerchero' il tempo per un breve resoconto . 

il valore delle quote è così elevato grazie ai tassi, che sono ai minimi storici. Ma i tassi cambiano nel tempo

ottima osservazione. questo livello dei tassi ad alcuni sembrerà normale, visto che oscillano attorno allo zero (tassi reali) da un decennio. storicamente non è affatto così, anche se non si può certo dedurne che cresceranno. scontare una perpetual è quindi affare delicato che sarebbe meglio lasciar fare a un robusto mercato.

se il titolo non è trasferibile, allora ci potrebbero essere delle difficoltà ad usare in bilancio il valore teorico. Ecco allora che viene inserita, con molta ipocrisia, la necessità di polverizzare le partecipazioni superiori al 3%, dando la possibilità alla BdI di ricomprare (ma solo temporaneamente) le quote in eccesso.

infatti questo è un punto debolissimo: sembra che si voglia creare a posteriori un mercato delle quote, per rinviare la questione. a seconda del clima del momento, fra due anni si vedrà. è questa la famosa time-inconsistency? noi italiani la paghiamo tutti i santi giorni.