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Le quote di Bankitalia: la solita porcata

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Caro Marco, condivido tutto (ma tutto) il suo intervento. Negli anni '90 le quote BdI sono state trasferite in mani private, e senza alcuna contropartita. Guardacaso, poco dopo, inizia quello che, retrospettivamente, sembra un piano per portare le banche all'incremento del valore della propria partecipazione (che fino a quel momento era rimasta fuori dagli schermi radar, grazie ad una valorizzazione prossima al book value del 1936) ed al suo successivo cash-in.

Il piano avrebbe avuto, sempre che ci sia stato un disegno preciso, almeno tre fasi:

1. Stop allo scorporo delle quote BdI dagli istituti di credito privatizzati, a metà anni '90;

2. Incremento dei dividendi, a fine anni '90 (la serie postata sopra sembra indicare il bilancio 1999 – distribuzione 2000 – come anno zero della nuova politica di dividendi);

3. Legge del 2005 (citata da Seminerio) per porre le basi del cash-in a favore delle banche ed a danno dell’erario.

Su quest’ultimo punto, vale notare che only the sky is the limit: quali scenari si sarebbero aperti, se le quote fossero passate di mano a €25 miliardi in contanti (uso una stima fatta circolare recentemente da un esponente politico di spicco)?

Ma la crisi finanziaria globale ha stoppato tutto. Riletta così, l'intransigenza sulla restituzione dell'IMU, esibita in modo così spudorato, potrebbe in effetti essere stato il grimaldello per riportare il tema delle quote di BdI di nuovo sul tavolo del Governo. Ma con delle differenze, a mio parere notevoli:

1. Non c’è alcun cash-in a spese dei contribuenti, nel senso che non c’è alcun esborso (almeno immediato) dell’erario: certo, rimane il flusso annuale dei dividendi, ma quello ci sarebbe stato anche se questo governo non avesse legiferato sul tema – e rimane da dimostrare la percorribilità di un esproprio delle quote (non siamo in Sudamerica, dove, senza scomodare nemmeno Chavez, l’Argentina ha potuto espropriare YPF nel 2012) – ;

2. La tassazione della plusvalenza genera un’entrata nelle casse dello Stato (scandaloso che vada a finanziare l’IMU, ma lo trovo irrilevante, poteva essere usata anche per altro);

3. La banche (intese come sistema) miglioreranno i ratios patrimoniali, in un momento in cui il capitale è la questione cruciale per sbloccare la trasmissione della politica monetaria, ma allo stesso tempo è assai difficile reperire risorse fresche sul mercato dei capitali (anche per colpa dello Stato) – e ribadisco, con forza, che questo non è un artificio contabile, nella misura in cui i dividendi rimarranno circa allo 0.5% delle riserve –;

Unico punto debole della riforma è la questione della trasferibilità delle quote. Sembrerebbe un modo di far rientrare il cash-in dalla finestra, anche se, è bene sottolinearlo, non a spese del contribuente. E’ vero che la BdI può, teoricamente, comprare le quote ‘a fermo’ (come sottolineava Seminerio), ma la previsione della norma è chiara: lo può fare solo temporaneamente e per facilitare la distribuzione ad eventuali compratori. Facendo questo, la BdI non può e non deve sprecare risorse pubbliche, anzi, dovrebbe estrarre una commissione dai soggetti intermediati. Non riesco a credere, nemmeno per un attimo, che, nell’esercizio di questa funzione, la BdI possa incorrere in una perdita. Basta anche leggere il parere espresso dalla BCE sull’operazione (http://www.ecb.europa.eu/ecb/legal/pdf/it_con_2013_96_f_sign_2.pdf).

Vista così, a mio parere, l’intera operazione non è poi così uno scandalo ed anzi costituisce un netto miglioramento rispetto al ‘piano’ in tre fasi del 2005 (e che fino a prova contraria avrebbe anche potuto essere scongelato). Dopo questo provvedimento è più difficile rinegoziare la questione con le banche, è vero, ma non è ancora impossibile (e alzi la mano chi ci credeva). Una riforma della BdI che contempli un'attenuazione o uno stop dei dividendi o che disciplini la questione in modo diverso è sempre possibile. 

Con tutto il rispetto, mi sembra che la realtà non sia esattamente come quella dipinta dal M5S in aula, o dall’articolo di Bisin et al (o dai molti commenti assurdi che ho sentito sui media negli ultimi giorni).

Caro Hermann, mi fa piacere che il mio precedente intervento abbia incontrato il suo gradimento. Da parte mia, essendo un totale (ma appassionato) neofita della materia, ho un paio di ulteriori domande relative alla sua risposta (per essere sicuro di avere capito bene il suo punto):

1) quando lei dice che negli anni '90 le quote di BdI sono state trasferite in mani private immagino che intenda dire che le mani che le detenevano sono state privatizzate e poi concentrate (per intenderci: nell'ambito del processo che, iniziato nel 1990 ha poi portato alla creazione ad esempio di Unicredit e Intesa Sanpaolo) oppure invece che fisicamente ci sono stati dei trasferimenti negoziati delle quote da una serie di istituti ad altri?
E in che senso parla di " Stop allo scorporo delle quote BdI dagli istituti di credito privatizzati"? Scusi ma questo è un pezzo che mi manca del tutto.

2) Non mi è chiaro perché, messa in mano a negoziatori saggi e risoluti, la legge del 2005 non avrebbe potuto, almeno sulla carta, portare a un esito più favorevole per l'erario. O era proprio insito nella lettera del provvedimento che, allora, nel 2005, il cash-in (seguo la sua definizione) sarebbe stato particolarmente oneroso per il Tesoro?

3) In ogni caso non mi è chiaro, alla luce di quanto lei stesso ha esposto, perché lei non arriva alla conclusione di considerare, comunque, la legge del 2014, come una quarta stazione della via crucis (o del piano implicito-esplicito) che lei ha delineato (dove le prime tre stazioni sono grosso modo 1990-2000-2005). In fondo pur facendoci schivare i potenziali disastri (ma su questa "potenzialità" è aperta la mia domanda precedente) del 2005 e (pur non essendo arbitrario il calcolo dei 7,5) il provvedimento utilizza pur sempre come base e rende definitivi, irreversibili, dei vantaggi arbitrariamente concessi alle banche nel 1997-2000 (o DAL 1997). Viste le premesse, mi sarei aspettato un giudizio più severo di quello da lei emesso nel finale: "non uno scandalo". Così come non trovo poi così "assurdo", ad esempio da parte del M5S, opporsi (proprio ora) a questa legge, proprio perché (pur evitando guasti maggiori e/o ulteriori) compie un ulteriore e, temo, irreversibile, passo nella via crucis su esposta. Magari non lo fanno con gli argomenti più appropriati e non nella tempistica più opportuna: ma loro non c'erano nel 1990-2000-2005.

Caro Marco, provo a darle delle risposte per chiarire il mio punto di vista. Complimenti, per essere un neofita le sue osservazioni sono molto pertinenti.

1. La prima interpretazione è esatta. Inoltre, "stop allo scorporo" è un'espressione sfortunata: non sono al corrente di un dibattito sulla destinazione delle quote. Più banalmente, credo siano rimaste in mano alle banche privatizzate per inerzia (ma non decidere è anch'essa una decisione).

2. Mi sono andato a rivedere la legge 262/2005 e devo dire che è abbastanza generica per contemplare "un esito più favorevole all'erario in mano a negoziatori saggi e risoluti". La realtà però è più complicata (lo dico anche a me stesso, in relazione all’ipotetico piano in tre fasi che descrivevo ieri). Legga, ad esempio: http://archiviostorico.corriere.it/2006/dicembre/10/Non_sara_facile_smontare_Tremonti_co_9_061210112.shtml, per capire come l’annoso problema delle quote si intersecasse, in modo non banale, con l'indipendenza di via Nazionale. Un aspetto sinora non sufficientemente evidenziato. La prego di leggere l’articolo, perché, quasi profeticamente, Mucchetti in una quarantina di righe aveva già magistralmente condensato: le misure poi concretamente prese oggi, il dibattito che ne è conseguito e molto altro ancora.

Scoprirà, allora, che nel 2006 Tremonti avrebbe desiderato ‘confiscare’ le quote, risarcendo le banche con €400 milioni – secondo Mucchetti, per aprire la strada alla creazione della “«sua» Bankitalia” –. Non sorprende allora scoprire che, all’epoca, le maggiori pretese patrimoniali delle banche abbiano fatto fronte comune con un alleato meno scontato: il neo Governatore Draghi, preoccupato di mantenere la banca centrale libera da ingerenze politiche. Se Tremonti fosse riuscito nel suo intento, si sarebbe verificato indiscutibilmente un esito più favorevole all’erario (notiamo però che nel 2006, a tassi doppi, la forchetta dei saggi si sarebbe collocata, a spanne, attorno ai €3.5 miliardi), ma sarebbe stato deleterio per la governance di Palazzo Koch. Anche se l’obiettivo di Tremonti non fosse veramente stato quello a cui alludeva Mucchetti, la sola idea che questo potesse succedere mi fa preferire la soluzione odierna.

3. La ringrazio molto per la sua domanda, in quanto mi permette di evidenziare che non è vero che la legge 2014 “rende definitivi, irreversibili, dei vantaggi arbitrariamente concessi alle banche”. Anzi, è forse la soluzione più flessibile.

Da un punto di vista di net present value, la dividend policy, attuata dal 1999 in poi vale €7.5 miliardi. Abbiamo già detto che questa valorizzazione entrerà ufficialmente a bilancio delle banche e contribuirà al loro rafforzamento patrimoniale, senza che oggi ci sia alcun reale trasferimento monetario. Anzi, sappiamo che lo stato incamera la tassazione della plusvalenza, quindi è un’operazione che libera cassa.

Immaginiamo che, tra due anni, il governo cambi idea e modifichi lo statuto della BdI e (dopo una complessa battaglia politica ed, eventualmente, legale sull’argomento, dato che l’ABI presumibilmente non starà a guardare) riduca il tetto massimo dei dividendi allo 0.1% delle riserve (ritornando, di fatto, alla dividend policy pre Fazio). Tutto questo avrà due semplici effetti: le banche saranno costrette ad aggiornare in bilancio il valore della quota, riducendolo ad un quinto di quello precedente; sulla base di questa minusvalenza, le banche pagheranno meno tasse (di fatto gli verranno restituiti i 4/5 della tassazione versata oggi). Ovvero, una vera e propria marcia indietro. Chiaramente, sarà necessario che la manovra venga adeguatamente prevista nella legge finanziaria, per supplire a queste minori entrate.

 

Unica complicazione, se la vendita della partecipazione da parte di Intesa o Unicredit a soggetti terzi fosse già avvenuta, essi incorrerebbero in un danno e pretenderebbero un risarcimento. Va detto che i potenziali acquirenti delle quote sono istituzioni finanziarie sofisticate. Sarebbe strano se il contratto non prevedesse, come è norma in situazioni simili, una clausola di claw-back, che permetta di pretendere dal venditore un rimborso a causa delle modifiche legislative che riducono il valore della quota.

le ho risposto nel post di Giovanni Federico

Io invece le rispondo qui anche perché questa versione del suo commento è più completa rispetto alla parte che ha tagliato e incollato a commento del post di Federico).

Penso che ormai gli elementi di fatto siano stati ormai tutti messi in chiaro, grazie anche ai tre ottimi post (compresi i molti commenti interessanti e i relativi link) che hanno permesso di chiarire anche punti rimasti fuori dal dibattito sugli altri media.

Ad esempio ormai siamo tutti d'accordo, mi sembra, nel considerare "gli anni Novanta alla radice del problema" (rubo la definizione da un commento di Giovanni Federico), come dimostra in modo solare la figura 2 del post Lippi-Brighella.

Restano soltanto possibili divergenze di opinione sui motivi sottostanti alle decisioni prese nel tempo, (cito ancora Federico: dabbenaggine o decisione politica cosciente?) e sulla relativa valutazione costi-benefici laddove lei mette in luce i (a mio avviso pochi, ma capisco la sua attitudine di "darsi uno scopo") punti potenzialmente positivi della recente rivalutazione, mentre Andrea Moro (il cui commento si vede di là, da Federico) sottolinea gli aspetti di creazione di uno status quo ormai irrimediabilmente orientato in un senso favorevole alle banche e non all'erario. Con i miei occhi da profano il mio atteggiamento (ammesso che importi a qualcuno) è molto più portato al pessimismo espresso, con molta più cognizione di causa rispetto a me da Andrea Moro, che non alla possibilità prospettata da lei di giocarsi ancora la partita, anche perché mi sembra piuttosto macchinosa la procedura da lei descritta per uscire dal guaio in cui ci siamo cacciati (soprattutto a partire dagli anni '90) che lei prospetta e descrive.

Ho letto con attenzione l'articolo di Mucchetti che, se vogliamo, conferma quello che immaginavo: già all0ra, nel 2006, si prendeva per lo meno in considerazione una ipotesi di trasferimento delle quote allo stato molto aggressiva ("solo" 800 milioni). E dall'altra parte, allora, nonostante fosse recentissima (meno di dieci anni) l'impennata dei dividendi, alcune banche ipotizzavano un controvalore di 40 miliardi! Sarebbe curioso vedere in base a quali calcoli.

Rispetto al suo intervento sottolineo che il 6% massimo di dividendo previsto dal nuovo statuto è sul "capitale in senso stretto" (rivalutato) e non più sulle riserve.  E che, come sottolinea la stessa Banca d'Italia nel suo documento  del 4 febbraio che "i 7,5 miliardi della rivalutazione sono già nel bilancio di Banca d'Italia. Erano iscritti come fondi di riserva, ora entrano nel capitale sociale".

Grazie per il cortese e utilissimo confronto!