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Le quote di Bankitalia: la solita porcata

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Caro Marco, provo a darle delle risposte per chiarire il mio punto di vista. Complimenti, per essere un neofita le sue osservazioni sono molto pertinenti.

1. La prima interpretazione è esatta. Inoltre, "stop allo scorporo" è un'espressione sfortunata: non sono al corrente di un dibattito sulla destinazione delle quote. Più banalmente, credo siano rimaste in mano alle banche privatizzate per inerzia (ma non decidere è anch'essa una decisione).

2. Mi sono andato a rivedere la legge 262/2005 e devo dire che è abbastanza generica per contemplare "un esito più favorevole all'erario in mano a negoziatori saggi e risoluti". La realtà però è più complicata (lo dico anche a me stesso, in relazione all’ipotetico piano in tre fasi che descrivevo ieri). Legga, ad esempio: http://archiviostorico.corriere.it/2006/dicembre/10/Non_sara_facile_smontare_Tremonti_co_9_061210112.shtml, per capire come l’annoso problema delle quote si intersecasse, in modo non banale, con l'indipendenza di via Nazionale. Un aspetto sinora non sufficientemente evidenziato. La prego di leggere l’articolo, perché, quasi profeticamente, Mucchetti in una quarantina di righe aveva già magistralmente condensato: le misure poi concretamente prese oggi, il dibattito che ne è conseguito e molto altro ancora.

Scoprirà, allora, che nel 2006 Tremonti avrebbe desiderato ‘confiscare’ le quote, risarcendo le banche con €400 milioni – secondo Mucchetti, per aprire la strada alla creazione della “«sua» Bankitalia” –. Non sorprende allora scoprire che, all’epoca, le maggiori pretese patrimoniali delle banche abbiano fatto fronte comune con un alleato meno scontato: il neo Governatore Draghi, preoccupato di mantenere la banca centrale libera da ingerenze politiche. Se Tremonti fosse riuscito nel suo intento, si sarebbe verificato indiscutibilmente un esito più favorevole all’erario (notiamo però che nel 2006, a tassi doppi, la forchetta dei saggi si sarebbe collocata, a spanne, attorno ai €3.5 miliardi), ma sarebbe stato deleterio per la governance di Palazzo Koch. Anche se l’obiettivo di Tremonti non fosse veramente stato quello a cui alludeva Mucchetti, la sola idea che questo potesse succedere mi fa preferire la soluzione odierna.

3. La ringrazio molto per la sua domanda, in quanto mi permette di evidenziare che non è vero che la legge 2014 “rende definitivi, irreversibili, dei vantaggi arbitrariamente concessi alle banche”. Anzi, è forse la soluzione più flessibile.

Da un punto di vista di net present value, la dividend policy, attuata dal 1999 in poi vale €7.5 miliardi. Abbiamo già detto che questa valorizzazione entrerà ufficialmente a bilancio delle banche e contribuirà al loro rafforzamento patrimoniale, senza che oggi ci sia alcun reale trasferimento monetario. Anzi, sappiamo che lo stato incamera la tassazione della plusvalenza, quindi è un’operazione che libera cassa.

Immaginiamo che, tra due anni, il governo cambi idea e modifichi lo statuto della BdI e (dopo una complessa battaglia politica ed, eventualmente, legale sull’argomento, dato che l’ABI presumibilmente non starà a guardare) riduca il tetto massimo dei dividendi allo 0.1% delle riserve (ritornando, di fatto, alla dividend policy pre Fazio). Tutto questo avrà due semplici effetti: le banche saranno costrette ad aggiornare in bilancio il valore della quota, riducendolo ad un quinto di quello precedente; sulla base di questa minusvalenza, le banche pagheranno meno tasse (di fatto gli verranno restituiti i 4/5 della tassazione versata oggi). Ovvero, una vera e propria marcia indietro. Chiaramente, sarà necessario che la manovra venga adeguatamente prevista nella legge finanziaria, per supplire a queste minori entrate.

 

Unica complicazione, se la vendita della partecipazione da parte di Intesa o Unicredit a soggetti terzi fosse già avvenuta, essi incorrerebbero in un danno e pretenderebbero un risarcimento. Va detto che i potenziali acquirenti delle quote sono istituzioni finanziarie sofisticate. Sarebbe strano se il contratto non prevedesse, come è norma in situazioni simili, una clausola di claw-back, che permetta di pretendere dal venditore un rimborso a causa delle modifiche legislative che riducono il valore della quota.

le ho risposto nel post di Giovanni Federico

Io invece le rispondo qui anche perché questa versione del suo commento è più completa rispetto alla parte che ha tagliato e incollato a commento del post di Federico).

Penso che ormai gli elementi di fatto siano stati ormai tutti messi in chiaro, grazie anche ai tre ottimi post (compresi i molti commenti interessanti e i relativi link) che hanno permesso di chiarire anche punti rimasti fuori dal dibattito sugli altri media.

Ad esempio ormai siamo tutti d'accordo, mi sembra, nel considerare "gli anni Novanta alla radice del problema" (rubo la definizione da un commento di Giovanni Federico), come dimostra in modo solare la figura 2 del post Lippi-Brighella.

Restano soltanto possibili divergenze di opinione sui motivi sottostanti alle decisioni prese nel tempo, (cito ancora Federico: dabbenaggine o decisione politica cosciente?) e sulla relativa valutazione costi-benefici laddove lei mette in luce i (a mio avviso pochi, ma capisco la sua attitudine di "darsi uno scopo") punti potenzialmente positivi della recente rivalutazione, mentre Andrea Moro (il cui commento si vede di là, da Federico) sottolinea gli aspetti di creazione di uno status quo ormai irrimediabilmente orientato in un senso favorevole alle banche e non all'erario. Con i miei occhi da profano il mio atteggiamento (ammesso che importi a qualcuno) è molto più portato al pessimismo espresso, con molta più cognizione di causa rispetto a me da Andrea Moro, che non alla possibilità prospettata da lei di giocarsi ancora la partita, anche perché mi sembra piuttosto macchinosa la procedura da lei descritta per uscire dal guaio in cui ci siamo cacciati (soprattutto a partire dagli anni '90) che lei prospetta e descrive.

Ho letto con attenzione l'articolo di Mucchetti che, se vogliamo, conferma quello che immaginavo: già all0ra, nel 2006, si prendeva per lo meno in considerazione una ipotesi di trasferimento delle quote allo stato molto aggressiva ("solo" 800 milioni). E dall'altra parte, allora, nonostante fosse recentissima (meno di dieci anni) l'impennata dei dividendi, alcune banche ipotizzavano un controvalore di 40 miliardi! Sarebbe curioso vedere in base a quali calcoli.

Rispetto al suo intervento sottolineo che il 6% massimo di dividendo previsto dal nuovo statuto è sul "capitale in senso stretto" (rivalutato) e non più sulle riserve.  E che, come sottolinea la stessa Banca d'Italia nel suo documento  del 4 febbraio che "i 7,5 miliardi della rivalutazione sono già nel bilancio di Banca d'Italia. Erano iscritti come fondi di riserva, ora entrano nel capitale sociale".

Grazie per il cortese e utilissimo confronto!