Titolo

Nibor Dooh: prendere ai poveri per dare ai ricchi, ovvero lo strano caso del Dottor INPS.

31 commenti (espandi tutti)

riforme

andrea moro 11/3/2014 - 10:22

La riforma proposta credo sia politicamente improponibile, e, forse, incostituzionale. Io vorrei proporre un'idea che va in quella direzione ma che credo sia in qualche forma realizzabile. 

Si tratta di calcolare per tutti quale sarebbe la pensione calcolata con i contributivo (c'e' da decidere cosa fare con i contributi figurativi, immagino, non so quanto fattibile sia usare le regole che si usano per chi ora e' a regime). La riforma e' che ogni futuro incremento delle pensioni (per inflazione o meno) dovra' andare nella direzione di ridurre la differenza fra quanto elargito e quanto risultante dal calcolo effettuato sopra.

Si possono stabilire dei minimi che comunque verrebbero integrati per l'inflazione, e anche livelli in cui il tasso di convergenza puo' essere piu' veloce. Il punto e' che nessuna pensione diminuirebbe mai; quelle alte aumenterebbero meno delle basse; e tutte le pensioni calcolate col retributivo che elargiscono somme in eccesso del contributivo aumentano meno delle pensioni calcolate con il contributivo puro. Il tutto in modo trasparente, che evidenzi in busta il regalo che i giovani contribuenti stanno facendo al pensionato. 

La riforma è proponibile, tanto che l'abbiamo proposta, che sia politicamente accettabile o meno, essendo un blog che esprime opinioni fuori dalla norma, non ci riguarda, sta di fatto che sembra l'unica percorribile, l'altra è l'aumento dei contributi pensionistici per tutti (che è quella più percorribile, essendo nota la preferenza degli italiani per le tasse), per il momento aumentano quella degli autonomi, aumentandone il relativo costo e costringendo le aziende a scappare all'estero.
Sulla costituzionalità ha già risposto la Corte (è scritto anche nel post): la pensione è un trattamento salariale differito nel tempo e basato "su requisiti anagfrafici e contributivi", quindi se ricalcoli i contributi, e li attualizzi in maniera differente la Corte non eccepirà alcunchè.

La riforma proposta credo sia politicamente improponibile, e, forse, incostituzionale. Io vorrei proporre un'idea che va in quella direzione ma che credo sia in qualche forma realizzabile. 

Hai probabilmente ragione, e sul breve la tua proposta è più realizzabile. Due note:
  • quella di Marco Esposito è una soluzione, che nel mio piccolo anch'io propongo da una ventina d'anni, che va nel senso di provare a fermare e potenzialmente invertire il declino. La tua servirebbe  certamente a mitigarlo, forse contribuirebbe a fermarlo, ma dubito che potrebbe aiutare molto ad invertirlo nei prossimi 20-30 anni.
  • Lavoro vicino ad una stazione dove arrivano passeggeri sbarcati in uno dei principali aeroporti londinesi. Praticamente non mi capita giorno di non notare, due o 3 volte al giorno, gruppi di 2-5 under 35 italiani con la valigia che discutono su come cercare casa o lavoro. Capisco sia aneddotico, ma pare praticamente un esodo. Se la mia esperienza è generalizzabile, chi le pagherà le pensioni retributive?

Per chi come me fa un altro mestiere, serve un aiuto per capire alcune cose forse banali.

-) "contributivo" invece che "retributivo" è il mantra, abbiamo capito. Visto che qui citi l'inflazione, chiedo come si rivalutano i contributi versati per il calcolo della pensione col metodo contributivo. Una ipotetica impennata dell'inflazione al 25% metterebbe i pensionati in ginocchio?

-) La pensione calcolata col metodo contributivo va sempre bene, pure se è da 10.000 € mensili. Sicuri? Mi viene subito il caso del politico, cha già ha guadagnato troppo per tutta la vita, e continua ad essere privilegiato pure da pensionato. E se si mettesero dei tetti massimi?

-) Il metodo retributivo può mettere in crisi i conti (anche se non è necessario che lo faccia) ma va incontro ad esigenze di ordine diverso, che non si possono ignorare del tutto. Non credo che il sistema sia stato pensato così senza alcuna ragione. Poniamo che un contribuente che guadagna 100 quando va in pensione, per un motivo o per l'altro si ritrovi di colpo a percepire 30. Ciò è sostenibile per le casse dell'INPS, ma o è anche per lui? Quali conseguenze ha questa circostanza negli equilibri sociali?

-) (più filosofico) La pensione in teoria è una retribuzione differita. In astratto, si tratta di accantonare una parte del proprio reddito in età lavorativa, per poi attingere dall'accumulo quando non si è più nell'età per lavorare. In un ipotetico sistema a inflazione zero, io la pensione potrei pure farmela da solo, mettendo una scatola da scarpe nell'ultimo scaffale della libreria, e infilando nella scatola il quinto del mio stipendio ogni mese. Quando decido che sono stanco di lavorare, smetto, e comincio ad attingere dalla scatola. Non c'è bisogno di qualcun altro che paga la mia pensione, posso essere rimasto l'ultimo uomo sulla terra: dentro la scatola ci sono i soldi miei, e devono esserci per forza, perché io ce li ho messi. Non ci sono? Allora qualcuno me li ha rubati! Chi è stato?

Visto che qui citi l'inflazione, chiedo come si rivalutano i contributi versati per il calcolo della pensione col metodo contributivo. Una ipotetica impennata dell'inflazione al 25% metterebbe i pensionati in ginocchio?

i contributi vengono rivalutati secondo l'andamento del PIL nei cinque anni precedenti, se non sbaglio. almeno nell'ultimo anno non hanno avuto alcuna rivalutazione.

sicuramente  la stagflazione, non la sola inflazione, ucciderebbe il montante, salvando le pensioni in essere fino ai 1600e lordi circa, quelle che attualmente sono indicizzate completamente all'inflazione.

Per effetto del criterio di rivalutazione del montante contributivo che hai citato l'effetto della crescita negativa del PIL nominale del 2009 e del 2013 è stato quello di ridurre il montante contributivo e quindi le pensioni attese per gli attuali lavoratori. E' evidente che ciò contrasta con le affermazioni di coloro che ritengono che un ricalcolo delle pensioni in essere con il sistema retributivo sia improponibile. In realtà è proponibile perchè la riforma Dini ha introdotto una disparità di trattamento, citata da M. Esposito, tra coloro che al momento della riforma avevano maturato almeno 18 di contribuzione e quelli che non avavano ancora raggiunto tale traguardo. Si tratta di una divisione totlmente arbitraria e priva di giustificazione. Un legislatore serio avrebbe fatto scattare il sistema contributivo pro-quota (ovvero per gli anni di contribuzione successivi all'entrata in vigore della riforma Dini) per tutti. Ciò è stato fatto solo a partire dal 2013, ovvero con 18 anni di ritardo, che hanno pesato come macigni sul bilancio INPS.

Una ipotetica impennata dell'inflazione al 25% metterebbe i pensionati in ginocchio?

Non necessariamente, perché quei contributi saranno investiti. Qui nel Regno Unito sui contributi per la pensione statale lo stato garantisce il tasso d'inflazione.

E se si mettesero dei tetti massimi?

Sì, i tetti massimi vanno messi, ma anche per i contributi. In questo modo sarebbe anche più semplice per lo Stato garantire l'investimento ed il tasso d'inflazione. Nel Regno Unito ci sono tetti massimi per le pensioni statali, chi vuole di più fa da se, ed è incentivato a farlo.

Su 3, il retributivo in Italia non è sostenibile, infatti è stato abolito, parzialmente per alcuni, negli anni 90. Se sei un lavoratore da pochi lustri, sei nel contributivo.

Sulla filosofica, hai descritto la contributiva come cosa buona e giusta, e la retributiva come un furto.

Bene

Nasissimo 11/3/2014 - 13:41

Chiaro per le domande 1 e 2. Mi manca una risposta alla domanda tre. La mia non era nemmeno un obiezione, era una domanda. Non so se sia possibile, passando al metodo contributivo, la circostanza immaginaria del contribuente che guadagna 100 all'ultimo stipendio e poi si ritrova di colpo a percepire 30 di pensione. Ditemelo voi. Se può accadere, ciò è sostenibile per le casse dell'INPS, ma o è anche per lui? La domanda era: quali conseguenze ha questa circostanza negli equilibri sociali?

Sulla filosofica: Lo so. Infatti non sono mica difensore della retributiva, a parte che per la considerazione precedente (mi pare che si tenda a trascurare un po' troppo le questioni non-economiche, in generale). Ma non era questo il punto. Il "filosofico" della domanda stava nella considerazione che il meccanismo (teorico) delle pensioni è un accantonamento di risorse per usi futuri. E' un risparmio. In linea di principio non c'è alcun bisogno che nuovi contribuenti provvedano a riempire le casse: queste dovrebbero essere già piene, coi contributi versati in passato dai pensionati dell'ora.

Nel meccanismo ideale, nel caso limite (filosofico, neh) in cui il tasso demografico si arrestasse di colpo a ZERO, ove non nascesse più nessun bambino, e non si iscrivesse più NESSUNO all'INPS, non si creerebbe nessuno scompenso, filerebbe tutto liscio. L'istituto pagherebbe regolarmente le pensioni ai pensionati attuali, coi contributi versati da loro, fino alla naturale estinzione del genere umano. L'ultimo pensionato riscuoterebbe la sua ultima pensione dalla mano dell'ultimo funzionario con gli ultimi spicci di cassa, poi i due vecchietti chiuderebbero l'INPS per sempre, e andrebbero insieme a bersi l'ultimo cicchetto.

Se non è così, se c'è bisogno per forza di trasfusioni di sangue fresco, c'è qualcosa che non torna. C'è puzza di schema piramidale.

E' così

marco esposito 11/3/2014 - 14:02

C'è puzza di schema piramidale.

Perchè non è chiaro ? L'INPS attuale è uno schema piramidale, tanto che sta fallendo. Per salvarlo si deve fare quallo che dico: eliminare lo schema piramidale e erogare in base ai contributi versati.

Sul metodo di calcolo della rivalutazione dei contributi: la L. Dini dispone che siano calcolati al tasso annuo dell'inflazione calcolata dall'ISTAT + 2,5%. Probabilmente questo sistema potrebbe generare degli altri buch(ett)i futuri, ma non era argomento del post.

ul metodo di calcolo della rivalutazione dei contributi: la L. Dini dispone che siano calcolati al tasso annuo dell'inflazione calcolata dall'ISTAT + 2,5%.

neanche per sogno! dove li hai pescati questi numeri? assomigliano un po'  alla rivalutazione del tfr, che è cosa ben diversa. cerca di essere più preciso, almeno tu.

Per la rivalutazion sulla base dell'inflazione (ultimi cinque anni, media mobile), vedi art. 6 della L. Dini (è linkata), la rivalutazione del 2,5% è stata aggiunta nella L. Fornero, se ti serve ti pesco l'articolo preciso.

2%

marco esposito 11/3/2014 - 17:47

Era il 2% e non il 2,5%, però era riferita alla quota di pensione calcolata ancora con il retributivo sotto la riforma Fornero (pensionandi con meno di 18 anni di età contributiva a i fini INPS nel 1996, anno di entrata in vigore della riforma Dini). Tra l'altro era pure a scalare, scendeva fino all'1% (non me lo ricordavo), quindi sorry ho fatto confusione andando a memoria (mai farlo, mannaggia alla miseria).

Quindi è esatta la definizione che nel contributivo vale il PIL nominale (che incorpora l'inflazione) degli ultimi 5 anni, a capitalizzazione anno per anno.

Marco, un altra cosuccia di rilievo che sta nel bilancio INPS è il saldo patrimoniale delle varie gestioni, da cui si evince che nemmeno le attuali aliquote contributive (tra le più alte al mondo)  pari al 33% sono state sufficienti a garantire l'equilibrio dei conti anche della gestione dei lavoratori dipendenti (al netto quindi delle ultime devastanti fusioni con INPDAP ecc.). Infatti il saldo patrimoniale è pesantemente negativo e, oltre ad essere compensato da quello dei lavoratori parasubordinati, è compensato ancor di più a livello patrimoniale dal saldo attivo degli altri contributi (malattia, maternità ecc) di natura puramente assicurativa che con le pensioni di vecchiaia e anzianità c'entrano assai poco. Ovviamente molti fanno finta di non vedere (a cominciare da Mastrapasqua), che si è preoccupato solo del saldo finale del conto patrimoniale.

Mi manca una risposta alla domanda tre. La mia non era nemmeno un obiezione, era una domanda. Non so se sia possibile, passando al metodo contributivo, la circostanza immaginaria del contribuente che guadagna 100 all'ultimo stipendio e poi si ritrova di colpo a percepire 30 di pensione.

Non esistono pranzi gratuiti. Se quel contribuente non ha messo da parte abbastanza, ci sará qualcun altro che dovrá pagare per lui. Ad oggi é quello che succede. Molti di quelli che sono andati in pensione con il retribuitivo stanno ricevendo 100 dopo aver pagato 30, mentre quelli che per ora lavorano stanno pagando 100 per ricevere 30. Ho un paio di amici che sono emigrati dall'Italia specificamente per questa ragione. Immagino non siano i soli.

l "filosofico" della domanda stava nella considerazione che il meccanismo (teorico) delle pensioni è un accantonamento di risorse per usi futuri. E' un risparmio. In linea di principio non c'è alcun bisogno che nuovi contribuenti provvedano a riempire le casse: queste dovrebbero essere già piene, coi contributi versati in passato dai pensionati dell'ora.

Ma questo é appunto il ragionamento del contributivo. Nella realtá le casse nel 1995 erano vuote proprio perché quei lavoratori non pagavano i contributi necessari ad ottenere i trattamenti previdenziali che la classe politica gli aveva regalato, facendoli pagare a chi sarebbe venuto dopo, per comprarne il consenso elettorale, e continuare a vivere nel lusso piú sfrenato alla faccia nostra.

Chi oggi lavora in Italia paga i contributi per la sua pensione contributiva ed i contributi per la pensione di qualcun altro andato in pensione con la retributiva. La soluzione proposta da Marco in questo articolo non é la piú pragmatica, ma é l'unica moralmente accettabile, io direi anzi l'unica costituzionalmente comprensibile. Altre soluzioni, come quella del Sig. Dini del 1995 o quella ancora migliore descritta da Andrea Moro nel commento piú sopra, sono piú realistiche, ma sono tutti compromessi morali, ed io aggiungerei costituzionali, perché fanno pagare ad altri un beneficio per alcuni, senza tenere in minima considerazione l'equitá di questo trasferimento, dacché il beneficiario é spesso molto piú ricco, sia nel momento del beneficio che durante la sua carriera lavorativa, di quanto chi é costretto ad elargirgli quel beneficio sará probabilmente mai in qualsiasi punto della sua vita.

Quando decido che sono stanco di lavorare, smetto, e comincio ad attingere dalla scatola. Non c'è bisogno di qualcun altro che paga la mia pensione

a che ritmo li spendi? devi per forza barattarli tutti con un vitalizio, che un'assicurazione calcolerà.

Certamente

Nasissimo 11/3/2014 - 16:53

Ma è solo per questo che serve l'INPS, o in generale una rete che faccia da volano delle risorse accantonate. Nell'esempio della scatola da scarpe nell'ultimo scaffale della libreria, dove mi faccio la pensione da solo, ci sono, grossolanamente, solo due problemi elementari. Il primo è l'inflazione, che consuma il risparmio cumulato nella scatola. Ma questo si può ovviare, sempre in astratto, trasferendo i fondi dalla scatola da scarpe ad un investimento a rischio basso che copra il tasso di inflazione. Il secondo è quello che dici: al momento in cui io decido che sono stanco e voglio smettere di lavorare, per decidere a che ritmo spendo i soldi cumulati nella scatola io dovrei conoscere il tempo che mi resta da vivere. Questo un individuo non lo può sapere, ma perdinci, in una popolazione di 50 milioni di persone l'aspettativa di vita media la conosciamo con discreta precisione. Quindi mettiamo insieme tutte le scatole, e quello che vive più a lungo della media si fa la pensione attingendo alla scatola di quello più sfortunato, che ha avuto un infarto appena smesso di lavorare.

Questo meccanismo, in linea di principio, è sempre quello della scatola: è un Risparmio. Si è dovuto introdurre un ente gestore (un INPS) che cumula i risparmi di tutti - oltre magari che per prevenire il cicala che si "dimentica" di mettere sghei nella scatola, e poi viene a frignare - solo per gestire degli investimenti che coprano l'inflazione, e per innescare il volano, ossia il trasferimento risorse da chi muore prima a chi vive di più, che permette di superare la difficoltà segnalata da te: l'impossibilità di prevedere quanto camperà un individuo particolare.

Stanti così le cose, un INPS non dovrebbe poter andare in crisi mai, perché la sua gestione è alla portata anche di mastro cipolla. Non c'è da far altro che investire in titoli di stato il risparmio raccolto premurandosi di coprire l'inflazione; e calcolare le pensioni con un algorimo che consideri il tempo di vita atteso medio (che è solo una stupidissima divisione, a parte gli scaglioni e poche complicazioni facilmente superabili). Può farlo la zia Sofonisba. E non c'è nessun bisogno che arrivino nuovi iscritti a riempire le casse. Se anche non nasce più nessuno, e all'INPS non si iscrive più nessuno, non c'è alcun problema. I contributi versati da quelli che ci sono *devono* bastare per erogare le loro pensioni. Se non è così, vuol dire che c'è qualcosa che non torna. Vuol dire che qualcuno si è sussato i risparmi dei pensionati. C'è puzza di schema piramidale, dicevo prima, ed Esposito ha già confermato che è così.

Ma se è così, oltre a correggere la stortura, c'è da inseguire, e punire, chi ha frugato nelle scatole da scarpe, e ha derubato i pensionati. Perché avevo sentito dire che il marketing piramidale è una truffa. Non è così?

Non c'è da far altro che investire in titoli di stato il risparmio raccolto premurandosi di coprire l'inflazione.

ma potrebbe finir male lo stesso. se lo stato fa default, lo fa con tutti i suoi titoli, anche con quelli legati all'inflazione. è il motivo per cui la rivalutazione del montante è più realisticamente indicizzata alla media mobile a 5 anni del pil.se decresciamo, anche la pensione promessa deve decrescere.

Niente affatto

Nasissimo 12/3/2014 - 21:05

Ricorda che avevo chiamato "filosofica" la mia quarta domanda. Con ciò rinunciavo di proposito ad essere realistico: io volevo dire che nel caso ideale, astratto, in cui l'INPS fosse davvero, e soltanto, quello che a rigore dovrebbe essere, ossia un ente gestore di Risparmio finalizzato esclusivamente ad erogare una retribuzione differita, non ci sarebbe punto bisogno di tutte queste sofisticazioni, ed esso in pratica non potrebbe fallire.

Non ci sarebbe nemmeno alcuna ragione per collegare le pensioni al PIL. L'ente dovrebbe soltanto raccogliere il risparmio e proteggerlo dall'inflazione, mediante investimenti differenziati a basso rischio e basso rendimento. Avevo scritto "in titoli di stato" per farla semplice. Ma non è mica necessario che siano titoli dello stato italiano, potrebbero essere BUND tedeschi, o titoli di 100 paesi diversi, o altro ancora. E per il rischio residuale, basterebbe studiare una copertura assicurativa. Se l'INPS facesse questo (che è quel che dovrebbe fare), nemmeno nel caso di fallimento dello stato avrebbe problemi ad erogare le pensioni. A parte casi piuttosto estremi (fallimento contemporaneo di tutti gli stati del mondo, guerra termonucleare globale, pioggia di asteroidi, armageddon) nessuna "forza maggiore" potrebbe giustificare un suo fallimento, senza che ci fossero dei responsabili da individuare e punire.

Torna all'esempio della scatola da scarpe nella libreria. Nell'esempio io ho scelto di non dare nulla all'INPS, e di accumulare nella scatola quanto serve per la mia pensione. Ho messo lì dentro il quinto del mio stipendio, per quarant'anni, ed ora comincio ad auto-erogarmi la pensione frugando nella scatola. Ma ecco che proprio adesso.. "decresciamo". Tra il 2030 e il 2031, il PIL precipita del 40%. Che accade agli sghei nella mia scatola? NULLA.

Checcazzo me ne frega ammé?

Risposta

marco esposito 13/3/2014 - 11:21

Innanzitutto una tirata (virtuale) d'orecchi: il turpiloquio è bandito da nFA, la stessa cosa si può in tanti modi, anche più simpatici, ma transeat.

Sull'approccio filosofico concordo: in effetti l'aver legato i rendimenti al PIL è la cartina di tornasole del fatto che con i tuoi contributi tu paghi la pensione di un altro, e non la tua. Tutto il resto, quindi, vien da sè.

Chiedo Venia

Nasissimo 13/3/2014 - 19:15

Sono avvezzo a forum più truculenti, e poi son toscano e mi esce così. Ma apprezzo la policy di nFA e cercherò di evitar parolacce d'ora innanzi.

Nel merito, Lei aveva già confermato il mio sospetto di cui alla mia domanda scrivendo "è così". Il punto cui volevo arrivare è quello che segue.

E' mai possibile che se uno ruba una bicicletta lo si arresta, e di fronte a un ammanco cinquantennale di questa portata non ci siano responsabili? E' possibile che il massimo del castigo che si riesce a concepire (se ci si fa) sia la rimozione dall'incarico ed un lauto pensionamento?

Perdinci, immagini di avere affidato il risparmio di tutta la sua vita ad un consulente finanziario (magari lei non ne ha bisogno, ma immaginiamo di sì), con l'incarico esplicito di fare solo investimenti sicuri per preservarlo dall'inflazione. E si immagini che dopo 40 anni, quando si affaccia per riavere i suoi risparmi e realizzare un qualche progetto, Lei si accorge che questo ananspa, prende tempo, e aspetta che qualche altro allocco gli affidi dei risparmi per rimborsarle i suoi. Che cosa fa Lei, quando si accorge che costui l'ha derubata per 40 anni? Lo licenzia in tronco, e cambia consulente finaziario! Ah beh, senz'altro. Ma questa è la seconda cosa che fa. La prima, è afferrare costui per la cravatta, e rompergli il .. ehm, va bene va bene, il turpiloquio è bandito su nFA, comunque ha capito il concetto.

Fuor di metafora: chi come me appartiene a un ordine professionale, ed è abituato, ogni volta che mette il suo timbro e la sua firma su un progetto, ad assumersi responsabilità personali, a rispondere in proprio, penalmente con restrizioni alla propria libertà personale, civilmente con il proprio patrimonio personale, e sia per dolo che per errore, rimane attonito di fronte a questa aura di impunità assoluta di cui paiono circonfusi questi signori, che pure hanno ruoli di responsabilità (e prestigio, e retribuzione) ben superiore alla nostra.

In questo intervento si analizza il sistema pensionistico attuale e si propongono le linee guida per una riforma. Bene: non sarebbe il caso di introdurre, in questa come in tutte le "riforme" della cosa pubblica di cui si ciancia ogni giorno, anche il principio della responsabilità, individuale e personale, per gli amministratori della cosa pubblica?

Lei non considera che sta ponendo sullo stesso piano chi viola le leggi (il ladro di biciclette) e gli amministratori che danno attuazione alle leggi approvate dal Parlamento. Questo è la sede della sovranità e l'unico limite è dato dalla conformità delle leggi alla Costituzione.

Ma nemmeno il legislatore può essere legibus solutus, altrimenti nessuna riforma risolverà mai il problema. Il problema dell'INPS non è stato prodotto solo dal metodo retributivo, dalle pensioni d'oro, dalle baby-pensioni, dalle pensioni di reversibilità, eccetera concesse troppo allegramente. E' stato prodotto dall'aver usato il denaro dei pensionati per scopi diversi dalle loro pensioni. Si è svuotata la cassa perché si sono mescolate finalità previdenziali e assistenziali (penso al terremoto dell'Irpinia) e in generale perché si è attinto alle casse dell'INPS per elargire prebende agli amici degli amici, ed alimentare i soliti circuiti clientelari cui siamo tristemente abituati.

Finché a politici ed amministratori sarà concesso di derubare impunemente i pensionati per servire le loro clientele, servirà a poco riformare le pensioni, secondo il metodo contributivo o qualunque altro criterio. Visto che qui si parla di una riforma delle pensioni, cioè di una legge, io sostenevo che sarebbe opportuno inserire in questa riforma, in lege, un meccanismo che renda impossibile per il futuro il ripetersi di questi ammanchi. E l'unico meccanismo che può servire a qualcosa, oltre a fissare nella legge che i contributi previdenziali si usano esclusivamente a fini previdenziali, è quello di introdurre, per chi contravvenisse a questo, un principio di responsabilità, che sia individuale e personale. Le responsabilità collettive non hanno mai spaventato nessuno.

fa le leggi, di conseguenza le modifica secondo la sua valutazione dell'interesse pubblico che, in democrazia, è mutevole con le maggioranze politiche.

L'esigenza di porre limiti all'arbitrio del legislatore non è nuova: in altri tempi, si tentò di ravvisarli nel diritto naturale di origine divina. Dopo la Riforma, il libertinismo, l'illuminismo e quel che seguì, nel mondo contemporaneo tocca al costituzionalismo porre quei limiti: ma è ovvio che essi operano come salvaguardia procedurale, piuttosto che sostanziale. Vale a dire, il legislatore deve rispettare le procedure previste dalla Costituzione e può incidere su determinate posizioni soggettive solo se ha previamente valutato i pro e i contro della sua azione, mentre i casi nei quali non può fare nulla sono rari.

Supponendo che il legislatore rispetti i diritti fondamentali e per il resto effettui scelte ragionevoli, è responsabile solo sul piano politico: vulgariter, l'elettorato lo manda a casa ma nessuno può imputargli responsabilità di tipo giuridico. Questo è lo stato di diritto, altrimenti detto Rule of Law.

I governanti sconfitti nelle urne si processano solo se hanno commesso violazioni delle leggi, non se hanno governato male. Le cose vanno diversamente quando cade una dittatura in seguito ad un processo rivoluzionario.

"I governanti .. si processano solo se hanno commesso violazioni delle leggi" scrive lei.

E appunto proponevo di riformare la legge (anche) nel senso di rendere illegale l'atto di stornare i fondi delle pensioni verso scopi diversi, e quindi passibile di punizione chi si azzardasse a farlo di nuovo. Perché continua a sembrarmi evidente che "finché a politici ed amministratori sarà concesso di derubare impunemente i pensionati per servire le loro clientele, servirà a poco riformare le pensioni, secondo il metodo contributivo o qualunque altro criterio."

Serve quindi "un meccanismo che renda impossibile per il futuro il ripetersi di questi ammanchi. E l'unico meccanismo che può servire a qualcosa, oltre a fissare nella legge che i contributi previdenziali si usano esclusivamente a fini previdenziali, è quello di introdurre, per chi contravvenisse a questo, un principio di responsabilità, che sia individuale e personale. "

Era già abbastanza chiaro, mi sembra. Se il meccanismo non la convince ne proponga uno diverso, purché serva lo scopo altrettanto efficacemente. Perché il fine è irrinunciabile: senza di ciò, qualunque riforma è inutile.

Come ci si può fidare di un istituto previdenziale, vecchio o nuovo, riformato o non riformato, INPS o ANPS o UNPS, retributivo o contributivo che sia, ed affidargli i nostri risparmi, se si sa che ogni governante di passaggio può frugare nella cassa a suo piacimento, impunemente, per i comodi suoi?

 

No, Luciano ti ha risposto benissimo: anche se ci fosse una legge che proibisse di "stornare i fondi" basterebbe farne un'altra che lo consente, essendoci una sola legge che è superiore alle altre: la Costituzione, ovvero ci vorrebbe una legge Costituzionale. Non riescono a mettersi d'accordo per lìabolizione del CNEL e del Senato, figurati per la cassa.

Lo so

Nasissimo 15/3/2014 - 14:07

ma l'esigenza rimane. Per difficile che sia, mettiamo almeno al punto zero l'esigenza di questa legge Costituzionale. A che serve studiare riforme delle pensioni, in un senso o nell'altro, se nel frattempo la porta sul retro è aperta, e la banda bassotti sta svuotando il deposito?

Non è possibile serrare la porta sul retro? Bisogna renderlo possibile. Solo per dire la prima cosa che mi viene in mente. Poco tempo fa, anche qui su nFA, si è fatto un gran discutere sull'operazione di ricapitalizzazione delle quote di Bankitalia. Senza andar fuori tema, domando solo: cosa impedisce ai governi di frugare direttamente nelle riserve della banca d'italia? Bene, il fondo pensioni deve essere altrettanto intoccabile quanto quelle. Altrimenti è tutto inutile.

in Italia i fondi pensione veri e propri (fondi accumulati con i contributi individuali e di proprietà del depositante) sono volontari e molto limitati. L'INPS paga le pensioni con i contributi dei lavoratori. Il metodo di calcolo retributivo/contributivo determina solo l'importo della pensione. Il problema non è prevenire fantomatiche espropriazioni dei soldi dei pensionati. E' come  ridurre l'importo delle pensioni pagate col retributivo non corrispondenti a contributi versati in passato. Se vuoi, come ridurre i trasferimenti netti dai lavoratori ai pensionati. Questo pone enormi problemi di equità: riduciamo a tutti, col rischio di affamare i pensionati poveri? Riduciamo solo ai pensionati ricchi? E come si definiscono ricchi?  Riduciamo a tutti i ricchi o solo a quelli che non hanno contributi sufficienti? Etc. 

Questa parte della discussione partiva da una domanda "filosofica", lo so benissimo come l'INPS paga le pensioni, solo che credo che non dovrebbe punto essere così, e credo che se si deve riformare l'INPS, la prima cosa da fare sia fargli fare davvero (e solo) quello che dovrebbe fare: gestire il risparmio accumulato, per erogare retribuzioni differite. Osservavo che se ora si pagano le pensioni con i contributi attuali dei lavoratori, significa che prima si è svuotata la cassa. Secondo logica pura, "filosoficamente" parlando, l'INPS dovrebbe fare solo due cose: proteggere il risparmio dall'inflazione, con investimenti a basso rischio, fornire un volano di fondi che permetta di erogare la pensione a quello che sopravvive oltre la media, con il denaro versato da quello che è morto prima (è per poter fare questo, che non può essere "individuale"). E, se si vuole, una terza: rendere previdente l'imprevidente, che lasciato libero di scegliere non accumulerebbe per poi tramutarsi in un problema sociale.

Se l'INPS fosse solo un ente gestore di risparmio collettivo, non ci sarebbe alcuna ragione per collegare le pensioni al PIL. Qualcuno qui ha scritto: "se decresciamo, anche le pensioni devono decrescere". Ma niente affatto. Se decresciamo, se la popolazione diminuisce (il che può accadere, visto il trend demografico) il lavoratore che ha versato i suoi contributi per tutta la vita non deve avere nulla da temere. I suoi soldi sono lì, e devono esserci perché lui li ha versati.

C'è un aspetto che voglio sottolineare, restando nel "filosofico", ma per amor di chiarezza. Pensiamo una popolazione che ha un inizio, un durante, una fine. Poniamo che la civiltà X debba durare, che so, 500 anni. L'immaginifico INPS della società X inizia a raccogliere contributi all'anno zero. Per i primi 40 anni dalla sua istituzione, questa INPS incassa soltanto, non dovendo erogare alcuna pensione. Dopo 40 anni, se nessuno ha saccheggiato le casse, ha un enorme avanzo di cassa. Al quarantesimo anno comincia ad erogare le prime pensioni, ma per i primi anni sono poche, e l'avanzo di cassa aumenta ancora. Va a regime dopo circa 60 anni dall'istituzione. A questo punto, se è ben amministrata, le uscite pareggiano le entrate. Il bottino dei primi 60 anni resta quindi intonso nel deposito, sempre se nessuno lo saccheggia. A che serve? E' la riserva d'uscita: serve per coprire il periodo dal 440° anno al 500°, quando la civiltà X si avvierà alla fine, i trend demografici saranno negativi, e i nuovi iscritti sempre di meno; fino agli ultimi 40 quando all'INPS non si iscriverà più nessuno e l'INPS avrà solo uscite, senza nessun entrata.

Questo è il paradigma ideale. Non è realistico immaginare un trapezio perfetto in questo modo, lo so bene, ma il modello va tenuto a mente quando si struttura l'INPS reale. Perché se la fine della civiltà all'anno 500°, con tasso di nascite nullo dal 440°, è forse circostanza di fantasia, non lo è per nulla quella di un periodo a crescita negativa. E anche perché, moralmente, quell'enorme avanzo di cassa accumulato nei primi 60 anni di INPS appartiene a quelli che lo hanno versato, e a loro deve tornare.

se non è disposto da una legge, probabilmente concreta un delitto di peculato: dico probabilmente, perché occorrerebbe configurare con precisione la fattispecie.

Voglio dire, il ritmo in base alla data della richiesta.

Per garantire (=con margine) almeno la sopravvivenza.

E se "vivi troppo" rispetto alle previsioni, subentra l'assistenza sociale, perché è il suo mestiere (soccorrere in caso di "sfiga").

Nonché l'ispettorato specifico, nei confronti dell'impiegato pubblico "calcolatore".