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L'ordinanza di affidamento di Berlusconi letta da un comune cittadino

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la sentenza del giugno 2001 è della Corte d'Appello di Milano. Poi nel novembre dello stesso anno Berlusconi è ricorso senza successo in Cassazione. I dati li ho presi da qui.

devono essere interpretati. Se la Corte d'appello di Milano - non la Cassazione - ha dichiarato la prescrizione, verosimilmente non è entrata nel merito, cioè non ha stabilito se SB fosse o no colpevole del delitto ascrittogli: qualunque cosa dica wikipedia, la sentenza che dichiara la prescrizione non accerta la colpevolezza (infatti il testo citato parla di ipotesi).

Non mi sembra che da wikipedia si ricavi che SB abbia proposto ricorso per cassazione: se non ho inteso male la fonte citata, il ricorso fu proposto dagli altri imputati e l'esito non fu a loro favore.

Fatte tutte le riserve possibili sulla fonte, mi pare che non giustifichi le Sue affermazioni. 

Nella sentenza civile di risarcimento alla CIR, sono riassunte, a pagina 56-60 e seguenti, le vicende penali. Berlusconi ricorse in Cassazione (vedi a pagina 57, riga 8).

Per il resto, i fatti parlano da soli. Giova anche ricordare che Previti non fu fatto ministro della Giusrtizia solo per l'opposizione di Scalfaro, che fu poi attaccato per anni dai giornali Fininvest.

ancora dati

massimo 24/4/2014 - 20:52

In verità la vicenda è assai più complessa; nel prosieguo, salvo diversamente specificato, faccio riferimento alla sentenza civile opportunamente indicata da Alberto Rotondi. La famosa sentenza della Corte di Appello di Roma 14-24.1.1991 fu emessa da un collegio composto dal presidente Arnaldo Valente, il giudice Giovanni Paolini e il giudice relatore Vittorio Metta (pag. 15). Non trovo menzione di dissensi e deduco quindi che i tre giudici fossero concordi, ma dei tre solo uno (Metta) è stato indagato e condannato per corruzione; come si spiega la posizione di Valente e Paolini? Se la sentenza era ingiusta perché frutto di corruzione, perché non si sono opposti mettendo Metta in minoranza? Si deve dedurre forse che Fininvest avesse corrotto un giudice per ottenere una sentenza giusta?

A pag. 21 (è la difesa Fininvest che parla) si legga che "CIR procedette con ricorso in Cassazione ribadendo le proprie ragioni". Bene allora perché CIR, certa delle proprie ragioni non continua il ricorso per ottenere soddisfazione in giudizio, ma si rivolge ad Andreotti (che alcune procure considerano un mafioso: vedi anche il post di ieri sulle preferenze – la Sicilia era un feudo andreottiano) e cerca un accordo con l'appoggio di Giuseppe Ciarrapico, neanche lui in odore di santità? Ricordiamo che all'epoca il patron della CIR aveva già spolpato la Buitoni-Perugina e l'Olivetti ad aveva avuto un ruolo non edificante nella vicenda del Banco Ambrosiano.

vecchiaia

floris 24/4/2014 - 23:57

Non trovo menzione di dissensi e deduco quindi che i tre giudici fossero concordi, ma dei tre solo uno (Metta) è stato indagato e condannato per corruzione; come si spiega la posizione di Valente e Paolini? Non trovo menzione di dissensi e deduco quindi che i tre giudici fossero concordi, ma dei tre solo uno (Metta) è stato indagato e condannato per corruzione; come si spiega la posizione di Valente e Paolini?

Sono abbastanza certo che della questione parlò Alex Bisignano su queste pagine, non ricordo se fra i commenti o in un articolo. Se ricordo bene (...) il punto è proprio che l' accusato era il giudice relatore, l' unico che in pratica legge tutte le carte e riferisce al riguardo agli altri due, che basandosi su ciò decideranno insieme al primo.

...o meglio spero di non aver capito bene. La legge prescrive un giudizio collegiale, ma due su tre giudici se ne infischiano e lasciano al solo relatore il compito di leggersi le carte? Ma allora a che serve il collegio giudicante? Non basterebbe un giudice monocratico? Eppure la causa era grossa, si trattava di 900 miliardi di lire (di allora); oltre a ciò, trattandosi di un importate gruppo editoriale, qualcuno potrebbe anche osservare che si ponesse anche un problema di democrazia, eppure questo non bastò a indurre il presidente Valente e il giudice Paolini a faticare un pochino. Eppure nel successivo processo lo stesso Paolini ebbe a dichiarare: "Il teste Giovanni Paolini, componente del collegio che, assieme al Presidente Valente ed a Metta, aveva deciso la causa Lodo Mondadori, esaminato all'udienza dibattimentale del 25.2.2002 (doc. F 10 CIR), aveva fatto presente che il collega relatore era molto spesso in ritardo, rispetto ai termini di rito, nel deposito delle sentenze e che, per tale ragione, egli era solito lavorare anche durante le ferie. Ciò nonostante, evidenziava CIR, egli fu assegnatario di una causa così gravosa ed onerosa come l'impugnazione del lodo Mondadori."

Insomma gli sembrava che ci fosse qualcosa di strano, ma di lavorare non se ne parlava neppure. È così che si arriva alle sentenze che "non si commentano"?