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Il fisco e il lavoro delle donne italiane

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Il sistema fiscale italiano prevede una serie di detrazioni fiscali per coniuge e figli a carico, oltre ad assegni familiari per i figli. Le detrazioni e gli assegni diminuiscono all'aumentare del reddito. In particolare,  le detrazioni per coniuge a carico sono concesse solo se quest'ultimo guadagna un reddito annuale inferiore a circa 2900 euro.

Questo sistema di detrazioni genera dei disincentivi alla partecipazione di donne sposate a mariti che guadagnano un reddito medio-basso e che per il loro livello di educazione, avrebbero accesso solo a lavori poco qualificati (o part-time). Infatti, anche un lavoro part-time stagionale farebbe perdere il diritto alle detrazioni e potrebbe costringerebbe la famiglia a pagare la retta dell'asilo nido.

I dettagli del sistema fiscale italiano si possono trovare in questo documento dell'OECD:

 http://www.keepeek.com/Digital-Asset-Management/oecd/taxation/taxing-wages-2014/italy_tax_wages-2014-26-en#page7

Per meglio comprendere gli effetti negativi di questo sistema di detrazioni, abbiamo fatto un esercizio (la riforma (1)) dove le detrazioni per coniuge e figli a carico (proporzionali al reddito) sono state sostituite da una sola detrazione di circa 1800 euro indipendente dal reddito familiare. La sola condizione per aver diritto a questa detrazione fissa è di aver percepito un reddito da lavoro. Anche gli assegni familiari, in questo esercizio, non dipendono più dal reddito, ma solo dal numero di figli.

La finalità dell'esercizio è di far capire che una detrazione indipendente dal livello del reddito  della famiglia, riduce i disincentivi alla partecipazione delle donne sposate a mariti che percipiscono un reddito medio-basso. In questo ipotetico sistema fiscale infatti, le donne avrebbero incentivo a lavorare non solo a tempo pieno ma anche part-time (avendo sempre diritto alla detrazione).

 

Grazie molte per la spiegazione esauriente (anche troppo:-) )

Mi permetto una provocazione non polemica ma per avere opinioni e delucidazioni:

siamo certi della relazione di causalità tra detrazioni coniuge a carico e lavoro femminile? L'ipotesi di partenza del vostro articolo è che, "ripensando" le detrazioni, si rimuova una esternalità che attualmente disincentiva le donne a cercarsi un lavoro. Questo presuppone che siano attualmente disponibili dei lavori "validi" per queste donne. Dove con "validi" intendo tali da compensare i costi per recarsi al lavoro, per l'eventuale l'asilo, per l'eventuale badante, per il tempo sottrato ai lavori di casa (che giusto o sbagliato che sia, attualmente gravano soprattutto sulla moglie/madre). Quindi lavori "validi" che verrebbero accettati se non fosse che gli sgravi fiscali li rendono meno appetibili.

Però, se analizziamo l'esempio della tabella 2, la moglie occupata pur con tutte le riduzioni sugli sgravi, porterebbe il reddito familiare da 23T€ a 29T€. Io sono convinto che nessuna famiglia reale con due figli da mantenere che campa con solo 23T€ euro rinuncerebbe a 6T€ in più all'anno. Certo la tassazione è penalizzante ma non abbastanza da rinunciare a 6T€. Se qualcuno ci rinuncia è perchè questi 6T€ in più, questo lavoro, in realtà non esiste. Quindi i disincentivi creati dalla tassazione sono più teorici che effettivi e forse è su altri aspetti che bisogna intervenire per favorire il lavoro femminile in Italia.

Come detto sopra, questa provocazione è per avere delucidazioni e opinioni al riguardo. Sono comunque convinto anch'io che il sistema fiscale di detrazioni ed incentivi vada ripensanto. Infatti la conclusione del vostro articolo è comunque condivisibile:

Pensiamo possano tuttavia servire come spunto di riflessione affinché in possibili future modifiche del sistema fiscale si possa tener conto, nel rispetto dei vincoli di bilancio e di eventuali obiettivi redistributivi, delle implicazioni sull’offerta di lavoro, con particolare attenzione all’occupazione femminile.

ma temo anche che, proposte di questo genere, possano essere strumentalizzate per avere, con la scusa di una riforma volta ad incentivare l'occupazione, l'occasione per tagliare le detrazioni tout court al solo scopo di recuperare soldi. Tra l'altro il M5S ha accusato il governo Renzi di aver fatto proprio questo recentemente e il governo Renzi ha invece negato, lasciandomi abbastanza confuso riguardo a quanto sia realmente successo.

Okkio

andrea moro 26/5/2014 - 13:19

Lascio a Stefania una risposta dettagliata, ma okkio che il confronto non e' fra 6K in piu' o 6K in meno. A tutti piacerebbe avere 6000 euro in piu'. Il problema e' che devi scambiarli con ore di lavoro, ed e' questo il motivo per cui le famiglie "reali" come dici tu, con due figli a carico, preferiscono (spesso) che la mamma resti a casa. 

La vera domanda e' quanto importante sia una diversa configurazione delle detrazioni (che alla fin si risolvono con una differenza di poche centinaia di euro) nel cambiare la scelta. L'evidenza empirica dice che e' importante. Molte famiglie si trovano attorno a quel margine per cui la differenza di poche centinaia di euro fa la differenza nella scelta fra lavorare e non lavorare.

Il problema e' configurare le detrazioni in modo ragionevole, come spiega Stefania, soprattutto nel "phasing out", cioe' nella fascia di redditi di livello medio in cui queste detrazioni vengono diminuite.  E il modo in cui e' stata realizzata la famosa riforma degli "80 euro" non fa ben sperare perche' introduce, come scritto altrove in questo sito, incentivi perversi. 

Condivido la precisazione che ha fatto Andrea. Vorrei aggiungere un paio di cose.

Purtroppo il basso livello (per presenza territoriale e alto costo) dei servizi all'infanzia in Italia, rende molto importante il trade-off tra lavorare fuori casa (e pagare una baby-sitter o un asilo) e restare a casa. Noi, nel nostro esercizio, ci focalizziamo sulle detrazioni per dimostrare che (anche cominciare da) una loro diversa configurazione potrebbe avere degli effetti importanti su questo trade-off.

Resta comunque, a mio avviso, importante sottolineare che anche il lato della domanda di lavoro  (le imprese) deve essere considerato nel quadro che si sta studiando. Per esempio un incentivo all'assunzione (part-time, per esempio) potrebbe venire da un abbassamento del costo di lavoro finanziato dalla diminuzione/riconfigurazione delle detrazioni.  

Ringrazio entrambi delle risposte e, causa limite ai commenti, rispondo qui a tutti e due (sia mai che scopro il senso della vita nelle prossime 24 ore e non ho la possibilità di condividerlo :-) )

Il problema e' che devi scambiarli con ore di lavoro, ed e' questo il motivo per cui le famiglie "reali" come dici tu, con due figli a carico, preferiscono (spesso) che la mamma resti a casa (...) Molte famiglie si trovano attorno a quel margine per cui la differenza di poche centinaia di euro fa la differenza nella scelta fra lavorare e non lavorare.

Capisco l'ipotesi ma ad esempio: la tabella 2 considera i 6T€ al netto della retta d'asilo, quindi ore di lavoro risparmiate per la madre. Non insisto perchè non ho dati a supporto della mia tesi però rimango scettico sul fatto che questo sistema di detrazioni sia disincentivante per un numero "consistente" di famiglie. Può avere il peso ipotizzato in alcuni casi ma non riesco a vederlo come "nodo" della questione. Questo non cambia il fatto che il sistema potrebbe (e dovrebbe) essere migliorato, in particolare se in combinazione con interventi sull'offerta di lavoro come dice Stefania qui:

Resta comunque, a mio avviso, importante sottolineare che anche il lato della domanda di lavoro  (le imprese) deve essere considerato nel quadro che si sta studiando. Per esempio un incentivo all'assunzione (part-time, per esempio) potrebbe venire da un abbassamento del costo di lavoro finanziato dalla diminuzione/riconfigurazione delle detrazioni. 

A proposito di questo punto:

Purtroppo il basso livello (per presenza territoriale e alto costo) dei servizi all'infanzia in Italia, rende molto importante il trade-off tra lavorare fuori casa (e pagare una baby-sitter o un asilo) e restare a casa. Noi, nel nostro esercizio, ci focalizziamo sulle detrazioni per dimostrare che (anche cominciare da) una loro diversa configurazione potrebbe avere degli effetti importanti su questo trade-off.

L'ho sempre pensato anch'io ma recentemente ho scoperto, con mio grande stupore, che in Germania i costi e la presenza di servizi per l'infanzia non è molto dissimile da quella che trovo nel nord Italia (cioè: fa schifo uguale :-)). Parlo di scoperta empirica, cioè ne ho parlato con colleghi/e ed ho visto che pagano e sacramentano e hanno difficolta a trovare posti all'asilo più o meno come da noi. Forse la grossa differenza con noi, che magari annulla il trade-off, è negli aiuti alle famiglie con figli (che mi sembrano decisamente più alti).

PS

Un' altra cosa che mi ha stupito è che gli stipendi femminili sono sensibilmente più bassi di quelli maschili (ad occhio un 20%) eppure il lavoro femminile è comunque più diffuso che da noi.

Provo a convincerla con i dati. Ho ripreso i dati EUSILC 2012 che ho usato per la tabella 1.

Ho cercato le coppie sposate che si trovano in una situazione simile a quella dell'esempio nella colonna 2 della tabella 2, cioè che hanno un reddito inferiore o uguale a 24.000 euro e dove la moglie non lavora. Ora, queste famiglie sono il 26,5 per cento di tutte le famiglie con coniugi di età compresa tra i 25 ed i 60 anni. Se considero le famiglie che hanno figli a carico, queste rappresentano il 22,2 per cento del totale di coppie sposate.  Penso che siano delle percentuali piuttosto importanti.

Sicuramente, ma io non sto "contestando" che siano tante le famiglie nella situazione descritta. Io sto "contestando" che queste famiglie rinuncino a 6T€ e, quindi, che lo facciano a causa delle detrazioni. Mi sembra poco plausibile sulla base della mia esperienza. La mia sensazione è che lavori part time come quello descritto siano semplicemente pochi (un esempio di quello che intendo si veda  qui, a pagina 214, anche se è roba vecchia, e qui) e questo mi sembra dovuto a come la tassazione grava sul datore di lavoro, più che sulle detrazioni. Al riguardo trovo molto interessante l'appunto di Alessandro Riolo sul nero e la sua risposta.

Ripeto: non contesto la necessità di ripensare le detrazioni solo che, per aumentare il lavoro femminile, mi sembra sia prioritario, e porti maggiori benefici, agire sugli incentivi/esternalità delle aziende.

E' solo una mia idea e mi dispiace parlare per ipotesi con chi invece il problema lo studia veramente come lei, ma non è per fare discorsi da bar solo per imparare.

A proposito ringrazio anche Andrea Moro per il paper che leggerò il prima possibile.

Rinunciano ai 6K non solo in base alle detrazioni ma in base a detrazioni + fatica di lavorare. Non dimenticare che se rinunci ai 6k stai a casa. 

C'e' sicuramente un problema di costi fissi nel generare lavori part-time, il che impone alla fine un salario orario inferiore. Il problema e' che spesso a questi si aggiungono costi sindacal-burocratico-fiscali che rendono piu' costoso l'avere due gemelli identici a 4 ore l'uno che uno solo a 8 ore.  

Rinunciano ai 6K non solo in base alle detrazioni ma in base a detrazioni + fatica di lavorare. Non dimenticare che se rinunci ai 6k stai a casa. 

Sì, consideravo anche questo nella mia ipotesi.

A titolo di esempio, questo paper usa dati americani, la policy e' di dare un tax credit (cioe' una tassa negativa) a donne con redditi bassi. L'effetto sulla partecipazione femminile e' di diversi punti percentuali. Il massimo credito pero' e' notevole, quasi 4mila dollari per chi ha redditi da 9 a 15mila circa (nel 1999), e a scalare per chi ha redditi inferiori o superiori a quelle soglie.