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Sull'utilità ed il danno dell'istinto in politica

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Si scrive politica, ma in italiano si legge "partitica".
Questo è l'argomento di tutto il discorso.
E non è un bell'argomento.

Se l'obiettivo non è una "carriera politica" (partitica), bensì una "rivoluzione politica" (classe e sistema), l'unica strategia è quella indicata da Gaetano Mosca un secolo fa (vedere la voce su wikipedia da me curata).

Ovvero, puntare prima sulla vittoria intellettuale, spazzando via le "formule politiche" su cui si basa l'attuale consenso al sistema, e poi raccogliere il successo quando è già maturo.

Se, al contrario, non si ha interesse ad una completa modifica del sistema istituzionale e giuridico (io auspicherei in senso liberale), oppure non si dispone dei mezzi culturali (cultura = capacità di comunicare) per proporla, allora conviene accettare la strategia attuale della "carriera" individuale o di gruppo, inserendosi in formazioni più o meno consolidate.

Auspicherei la prima scelta.

Non 'sfonda'. Senza trascurare l'assoluta......del merito di talune boutades.Inconsistenza/incoerenza cerebrale preludio della 'dissoluzione politica'?

Senza trascurare Figlio-Leggio, ossia la nobil (meritocratica) progenie di Casa-digitale-Leggio (o leggìo?) .

Una precisazione: condivido purche' vero driver siano numeri e benchmark con altri Paesi (best practice). Basta blablablologie ottocentesche di Cartesiana - astratta, vertiginosa e non falsificabile - perfezione.

<<Grillo e il partito liquido dove uno vale l’altro>>, M. Feltri, La Stampa di oggi

Non ci si fermerebbe mai. Una sentenza chiama sempre una controsentenza e poi una sentenza successiva con immediato ribaltamento. In questi giorni il presidente della commissione di Vigilanza della Rai, il grillino Roberto Fico, esprime perplessità sui 150 milioni di euro chiesti dal governo alla tv pubblica: «Non rappresentano purtroppo una revisione di spesa ma sono la maschera per svendere parte di Raiway, la società che detiene l’infrastruttura pubblica di trasmissione». Alla presidenza della commissione Fico ci era arrivato perché, disse Grillo un anno fa, la Rai offre «propaganda gratis a spese di tutti i contribuenti italiani che hanno ripianato la perdita di 200 milioni di euro del 2012».  

Renzi taglia? Non è così che si taglia. Si propone la cancellazione delle province? Non è così che si cancellano le province. Fine del bicameralismo paritario? Non è così che se ne decreta la fine. A un anno e qualche mese dall’inizio della legislatura, il Movimento non ha trovato un punto di incontro su alcun argomento con alcun partito, a costo di sembrare incoerente e prevenuto. Del resto Grillo non voleva nemmeno incontrare Renzi nei giorni precedenti alla formazione del governo; interpellò la rete che diede indicazione opposta: vai a sentire che ha da dirti. Grillo partì da Sanremo, giunse a Roma dopo sei o sette ore di automobile, si presentò da Renzi e gli disse: con te non ci parlo. Fine. Addio. 

È stata l’ultima volta che abbiamo visto Grillo in streaming. Eccolo, streming: uno dei termini fondamentali del vocabolario grillino. Manderemo tutto in streaming. Trasparenza. La casa di vetro. Già alle prime riunioni dei parlamentari grillini negli hotel romani la diretta streaming funzionava forse che sì forse che no, ma più probabilmente no. Oggi non interessa più a nessuno: Grillo vola a Londra a incontrare l’ultraconservatore Nigel Farage, e non se ne sa niente, impossibile vedere, vietato ascoltare. Si installano le basi di un’alleanza imprevedibile («non ci alleiamo con nessuno, la demolizione è cominciata», diceva Grillo un anno fa e lo ha ripetuto per l’anno successivo) e stordente, visto che l’Ukip ha accenti xenofobi e, per stare su questioni più centrali della politica a cinque stelle, sostiene l’energia nucleare.