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Sull'utilità ed il danno dell'istinto in politica

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non è insensato -- anche se concordo col commento di dragonfly qui sotto.

Se si fa un progetto serio di entrata in uno dei partiti esistenti, lo si fa per conquistarlo e cambiarlo radicalmente. In questa prospettiva, ciò che quel partito è ora, conta meno della sua scalabilità. Nel senso che un partito che non sia scalabile -- e probabilmente né quello di Grillo né quello di Berlusconi lo sono -- va escluso in partenza.

Per cominciare, bisognerebbe progettare come diventare una minoranza agguerrita nell'uno o nell'altro dei partiti scalabili, mantenendo però i connotati programmatici di Fare.

E' stato giusto tentare di fare un partito a sè, e non sopravvaluterei gli errori del primo e del secondo tentativo. Ma, al di là degli errori, considererei seriamente la possibilità che l'obiettivo non sia realizzabile né a breve né a medio termine.

Perciò considererei, in alternativa, una seria strategia entrista, valutando i vantaggi (sostanzialmente risparmio di risorse) e valutando come minimizzare i costi (perdita d'identità e annacquamento programmatico). La scelta di quale partito provare a scalare è, ripeto, secondaria, anche se ovviamente importante, e andrebbe fatta in base a un calcolo realistico che tenga conto dei molti aspetti rilevanti.

Poi l'integrità personale e di gruppo ce la si giocherebbe nelle singole mosse politiche. Certo, tutto questo richiederebbe un'estrema compattezza di gruppo, che può essere assicurata solo grazie a un leader forte e capace -- Boldrin stesso, grazie all'esperienza acquisita, errori inclusi, sarebbe ora un buon candidato. E, lui o altri, potrebbe farlo con molto meno impegno di tempo, se sostenuto da una buona squadra.   

Oppure, come immagino si deciderà, forse più saggiamente, aspettare il prossimo treno.