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Sintomi e cause del declino (I): tre esempi

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Inserisco un commento adesso perché non vi sia sospetto di voler deviare il discorso.

Questo sopra è un richiamo alla necessaria sintesi, per potersi creare un giudizio equilibrato. La quale sintesi risulta tuttavia comunque una violenza che si perpetra sempre alla luce di qualche presupposto, che non è di per se un male ma bisogna almeno esserne consapevoli.

Dal punto di vista contabile appare chiaro che un calcolo statistico, in proiezione media, sui valori complessivi da percepire e sui contributi versati, se evidenzia uno scavalcamento dei primi sui secondi corrisponde ad un furto ovvero ad un'elemosina, e io non trovo altri termini. Si potrebbe certamente dire che la ricchezza prodotta nel tempo ha determinato crescita, sviluppo del paese ecc., ma tutto questo è già contabilizzato nella rivalutazione delle quote versate, dunque è sempre possibile, in linea di principio, determinare la quota media spettante di diritto, secondo ragione. Ma se al termine di qualunque generoso calcolo si trova ad esempio che mediamente uno che ha versato 100, percepirà 200, significa senza dubbio che ci dovranno essere 10 persone che oggi devono versare 110, per poter percepire domani 100. E se queste 10 persone oggi sono poi quei giovani malcapitati delle partite iva che guadagnano al massimo 1000 euro, spaccandosi la schiena nei call center, dovendone versare 400 di contributi per poter pensare infine di percepire una pensione miserabile dopo una vita di stipendio miserabile, reggendo sulle proprie spalle il nobile principio dei “diritti acquisiti” da altri prima di essere persino nati, come chiamare tutto questo? Anche Vincesko deve convenire che si tratta di una usurpazione ributtante, e proprio nel rispetto dei suoi stessi presupposti di giustizia che ha più volte voluto per se ricordare. Non vale infatti in questa eventualità nessun tipo di ragionamento comparativo, quand'anche perfettamente documentato, e questo anche se l'Italia fosse il paese più efferato del mondo in fatto di pensioni. Il punto resterebbe che la necessità di coerenza complessiva supererebbe sempre qualsiasi tipo di struttura sperequata anche se fosse la meno sperequata del mondo. Né, seguendo lo stesso principio, si può concedere, come altri sostengono, il persistere di pensioni d'oro o d'argento, ma anche di bronzo, per il solo fatto che il conteggio complessivo delle entrate recuperabili è irrisorio: il furto è furto anche se si tratta di 10 euro, e a nessuno è concesso di rubare. E poi a chi?, a giovani sacrificati che devono mantenere nonni ingordi, questa è una cosa insopportabile.

Un aneddoto curioso e che mi viene alla memoria mi fu raccontato spesso da mio zio ingegnere, il quale essendo di vecchia costituzione rientra sotto la definizione del mio professore di fisica del liceo quando, non potendone più di domande, diceva di non essere un ingegnere che dovendo prendere il treno per Milano impara a memoria l'orario di tutti i treni d'Italia, ebbene lui appartiene a quella vecchia gloriosa guardia, ma prima di questo era solo un ragazzo sciagurato come tanti altri nel disperato dopoguerra. Pare che un passatempo feroce della sua banda di ragazzacci fosse quella di acciaccare un povero vecchio più di quanto quello stesso vecchio fosse stato acciaccato dalla vita. Si trattava di canzonar ben bene il malcapitato per il fatto che egli, non avendo famiglia e non essendosi sposato, si era costretto ad una vita di risparmi e di stenti in previsione di una vecchiaia almeno tollerabile. Ma ora che si era fatto vecchio e aveva concesso tutto il suo gruzzolo ad una famiglia che lo accudiva, ecco che lo Stato aveva iniziato a passargli una pensione. “Vecchio fesso”, gli dicevano, “hai passato tutta la tua vita senza comprarti neanche un pacchetto di sigarette, e adesso vedi che è stato tutto inutile?!”. Quello pare che dopo aver sopportato le beffe lungamente un giorno reagì dicendo (miglioro solo qualche pesante parola dal dialetto stretto): “E che cavolo ne potevo sapere io, che lo Stato era così fesso che mi dava i soldi quando io non gli ho dato niente?” Trovo notevole pensare che un pover'uomo di bracciante, senza né arte né parte, chiedendosi veramente se la sua vita era stata una inutile beffa sia arrivato a pensare: “E che ne potevo sapere che lo Stato era così fesso?”

Forse è tutto qui il riassunto del problema: come si può giustificare una vita di operoso lavoro se infine si concedono eccessivi privilegi? E questo possa servire da riflessione a chi la fa troppo facile con le generalizzate ridistribuzioni “keynesiane”, virtuose e autogiustificantesi. Attenzione però! Da questo aneddoto, che trovo straordinario, si può riflettere anche al contrario. L'idea della istituzione della pensione ha proprio lo scopo di liberare risorse quando il braccio è forte e di permettere di essere oggi un individuo attivo nel mercato perché non ci si deve preoccupare eccessivamente di quando il braccio non sosterrà più. Una collettività eccessivamente spaventata del futuro è inservibile per qualsiasi attuale progetto.  È sempre un problema di equilibrio.