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Sui diritti acquisiti, o della discrezionalità politica

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Se le pensioni fossero pari alle contribuzioni versate capitalizzate e rateizzate mensilmente in base a criteri attuariali allora una loro decurtazione sarebbe un esproprio. Poiché invece il loro importo è stabilito dalla Legge e il legame con i contributi versati è piuttosto labile e irregolare né consegue che la Legge medesima può modificarne l' importo senza che qualcuno possa dirsi espropriato. Se la Legge dà, la Legge toglie. Oppure può solo dare ? Peccato che ciò sia impossibile...

nello stato costituzionale, non è arbitrio perché è vincolata dalla Costituzione: potrà piacere o non piacere, ma nel costituzionalismo moderno è diffusa l'idea che alcuni diritti debbano essere preservati anche nei confronti delle maggioranze politiche transitorie: tra questi, il diritto di proprietà, nonostante tutti i tentativi dei giuristi progressisti di limitarlo o funzionalizzarlo.

Ovviamente, il dirittto di proprietà è disciplinato dalla legge, abbia esso ad oggetto la casa d'abitazione, la biblioteca privata, come lo è il diritto a peprcepire regolarmente la pensione liquidata secondo le regole vigenti al momento della cessazione dell'attività lavorativa. Affermare che la legge possa  modificarne l'ammontare ex post senza conseguenze equivale a dire che la legge può ridurre la protezione del diritto alla casa d'abitazione perché anche tale diritto è disciplinato dalla legge.

Aggiungo che la Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo, protocollo 1, appresta una tutela particolarmente estesa al diritto di ciascuno di godere dei propri beni: laddove la pratica i nterpretativa della Corte di Strasburgo include tra i beni anche i diritti di natura patrimoniale. Non ci vuole un grosso sforzo di fantasia giuridica per prevedere che uno stato che riducesse i diritti dei pensionati rischierebbe una severe condanna da parte di quella Corte. Lo stato italiano ha una lunga tradizione di condanne per violazione del diritto di proprietà dei suoi cittadini, vorrà dire che ne subirà altre.

Mia moglie ha cessato la sua attività lavorativa una decina di anni fa; la normativa al tempo vigente (dipendenti privati) prevedeva il diritto alla pensione di vecchiaia al compimento del 60° anno di età. Ora la normativa è cambiata e questo diritto diverrà fruibile 7 o 8 anni dopo. Non c'è un'emergenza economica perchè io, che lavoro ancora, guadagno abbastanza per tutti e due, ma mia moglie è egualmente molto seccata. Un'imposta patrimoniale che oltrepassi il rendimento normale del capitale è una violazione del diritto di proprietà dei cittadini, o almeno ci somiglia molto, così come le ingiustificate lungaggini per rientrare in possesso di un immobile abusivamente occupato, che può anche essere la casa di abitazione, o una di esse. In altre parole in Italia il diritto di proprietà è piuttosto strapazzato. Posso essere d'accordo che modifiare un trattamento pensionistico già in corso sia ingiusto, ma non maggiormente ingiusto di altre manipolazioni alle quali assistiamo continuamente. Ma c'è dell'altro; come qualcuno ha giustamente ricordato quello italiano è un sistema a ripartizione: non c'è alcun fondo accumulato da qualche parte per pagare le pensioni future. I diritti patrimoniali vantati dagli attuali pensionati consistono quindi nel ricevere quanto prelevato dai lavoratori ancora in attività; prelevato forzosamente perchè nessun opting-out è permesso. Chiaramente se si altera il rapporto numerico fra pensionati e lavoratori in attività e si vuole mantenere costante l'erogazione ai pensionati si dovrebbe aumentare l'aliquota contributiva che attualmente è già il 33% (un terzo a carico del lavoratore, due terzi a carico del datore di lavoro) una delle più alte d'Europa. I giovani (e "quasi giovani") sono chiamati a rispettare un "patto generazionale" che è stato stipulato senza consultarli è che di giorno in giorno diventa più gravoso e non è impossibile che come scriveva Hirshman nel secolo XX dopo una ribellione (voice) scelgano in massa la defezione (exit) che in questo caso si configurerebbe come emigrazione. Emigreranno in massa i più brillanti, motivati e produttivi, quelli che sono in grado di produrre un reddito elevato e potenzialmente di pagare alte tasse contributi; per differenza rimarranno i bamboccioni, quelli che si aspettano che qualcun altro risolva i loro problemi; difficilmente saranno in grado di produrre abbastanza per mantenere in equibrio il sistema.

A scanso di equivoci, non espongo quanto sopra con compiacimento, ma con costernazione.