Titolo

Sui diritti acquisiti, o della discrezionalità politica

4 commenti (espandi tutti)

a margine delle complesse questioni teoriche evocate da questa brillante discussione (molto a margine...) e relativamente al solo tema delle pensioni, vorrei osservare che qualunque riforma o rimaneggiamento in materia non configura probabilmente alcun tipo di discrezionalità problematica. il tema del limite (di oggetto e di misura) dell'azione normativa dello stato c'è tutto, ma secondo me non coinvolge la questione delle pensioni. essendo il nostro sistema infatti un sistema a ripartizione è implicita nel suo stesso impianto normativo l'idea che il pagamento delle pensioni sia costantemente vincolato dalle contingenze della finanza pubblica. il pagamento delle pensioni è un onere di spesa corrente che non è sostenuto da nessun meccanismo di capitalizzazione (neppure dopo la riforma), pertanto qualunque sua ridefinizione non pone in linea di principio nessun problema di irretroattività della norma.

 

inoltre, il principio del pacta sunt servanda ha validità nel solo ambito del diritto privato e di quello internazionale, cioè in quei rapporti giuridici che si costituiscono tra soggetti di pari condizione. in nessun caso esso entra in gioco nella definizione dei rapporti tra stato e cittadino, perché nel nostro ordinamento stato e cittadino, per la costituzione, mai, in nessun caso, sono pari e intrattengono rapporti simmetrici. lo stato italiano ha sempre il diritto di rivedere la propria posizione non solo nell’attività legislativa ma perfino in quella meramente amministrativa. la stessa locuzione “diritti acquisiti”, nel senso in cui viene correntemente adoperata, non corrisponde veramente all’idea sancita dall’art.25 comma 2 della Costituzione. e infatti le sentenze della corte costituzionale che di recente hanno cassato alcuni interventi di riduzione della spesa pensionistica e di quella per il pubblico impiego (sent.7/2015 e 178/2015) non vi fanno alcun riferimento ma tirano in ballo altri principi (ragionevolezza, solidarietà, proporzionalità dei sacrifici) e confermano sempre, in linea generale, la più ampia libertà del legislatore nell’amministrare le risorse pubbliche.

giusto

Guido Cacciari 31/7/2015 - 14:41

ed integro ribadendo che non solo la libertà del legislatore è illimitata (pensiamo solo allo scudo fiscale Monti che ri-puniva retroattivamente i rientri di capitali già sanzionati dallo scudo fiscale 3Monti) ma lo è anche quella della corte costituzionale.
Quando poi le sentenze di quest'ultima si basano sull'indefinibile "principio di ragionevolezza" si giunge puntualmente alle comiche. L'unico vero principio a cui il legislatore avebbe fatto bene ad attenersi nel caso citato era quello di non ledere gli interessi privati di quegli stessi giudici "supremi".

E' quindi inutile citare il fatto che le violazioni costituzionali non prevedono sanzioni, né per il pubblico né per il privato (diversamente da quelle Inglesi, sin dalla versione 600tesca dell'Habeas Corpus). La sua debolezza è tale che sarebbero comunque inutili.

grazie

dragonfly 31/7/2015 - 16:10

della spiegazione, molto chiara. in attesa di una spiegazione migliore che mi convinca dell'opposto, trovo che questo sia il punto non proprio ovvio a tutti

...non coinvolge la questione delle pensioni. essendo il nostro sistema infatti un sistema a ripartizione è implicita nel suo stesso impianto normativo l'idea che il pagamento delle pensioni sia costantemente vincolato dalle contingenze della finanza pubblica. il pagamento delle pensioni è un onere di spesa corrente che non è sostenuto da nessun meccanismo di capitalizzazione (neppure dopo la riforma), pertanto qualunque sua ridefinizione non pone in linea di principio nessun problema di irretroattività della norma.

Purtroppo la % di persone che sembrano aver compreso questo fatto (a mio avviso ovvio, in particolare per la parte relativa agli ambiti in cui pacta sunt servanda risulti applicabile) e' veramente infinitesima. A volte trovi anche cosidetti "esperti" che ragionano come se il sistema a ripartizione, sulla base dei contributi, creasse "capitale e rendimenti". Per non parlare, ovviamente, della popolazione at large dove l'invocazione "la mia pensione me la sono pagata con i miei contributi" e' onnipresente.