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Sui diritti acquisiti, o della discrezionalità politica

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Credo che la prospettiva dei diritti acquisti non sia la strada giusta per inquadrare il problema pensionistico in Italia e ogni discorso fondato sugli stessi è destinato inevitabilmente ad essere inconcludente, favorendo chi invece vuole evitare che si affronti la questione seriamente.

 

Alla base del concetto di diritti acquisiti c’è un assunto, ricorrente anche in questo dialogo fra Luigi e Michele quando si parla di promessa pensionistica e spesa pensionistica, che implica che c’è una parte che dà e un’altra che riceve senza avere dato nulla in cambio.

 

Di qui la conclusione che lo stato può prendere così come ha dato.

 

Anzi, devo confessare di essere molto sorpreso da come gli economisti usano “spesa” quando in effetti dovrebbero utilizzare il termine “esborso”, dato che una spesa implica un pagamento senza contropartita mentre nel caso delle pensioni la contropartita c’è stata sotto forma di contribuzione.

 

Si parlerebbe di spesa quando si rimborsano le obbligazioni emesse dal Tesoro? Certo che no.

 

Si parla di spesa quando le banche restituiscono i soldi ai depositanti? Certo che no.

 

In questi casi al massimo si parla di spesa per interessi sulle obbligazioni e sui depositi e comunque credo che nessuno dubiti della legittimità di chi presta i suoi risparmi a vedersi riconosciuto un congruo rendimento.