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Sui diritti acquisiti, o della discrezionalità politica

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Chiaro

Nasissimo 8/9/2015 - 15:27

Tuttavia anche se i pensionati non hanno in teoria "la possibilità di contrattare i termini della loro adesione" [all'INPS] in pratica essi possono ritagliarsi con una certa discrezionalità una alternativa, ad esempio scegliendo di non versare contributi all'INPS e di versarli invece ad uno dei vari enti previdenziali alternativi, come le "casse" degli ordini professionali.
Nel mio caso ad esempio (sono ingegnere) avrei potuto scegliere una forma contrattuale diversa, tale da permettermi di continuare ad essere libero professionista, e come tale continuare a versare contributi ad Inarcassa, come ho fatto per il periodo in cui sono stato libero professionista; senza dare nulla all'INPS.
La mia contribuzione quindi è "obbligatoria" solo fino a un certo punto. Le mie scelte di vita di adesso sono fatte anche in base al livello di fiducia che ripongo nella affidabilità dell'Istituto Nazionale di Previdenza Sociale, e soprattutto alla non-possibilità dei governi futuri (di cui non posso sapere nulla) di modificare arbitrariamente i trattamenti.
Non c'è dubbio che salvaguardare le esigenze di bilancio sia importante, e naturalmente non c'è dubbio neppure che "lo stato può fare quello che vuole"; ma una esigenza da salvaguardare di cui pure si deve tener conto è quella di rendere il sistema previdenziale robusto agli attacchi delle future maggioranze parlamentari, almeno nella misura che serve a rendere ragionevolmente prevedibile il trattamento.
In mancanza di ciò non se ne fiderà più nessuno, e a questo punto anche l'aver reso "obbligatorie" le contribuzioni sarà poco utile, perché si troverà sempre un sistema per non versare contributi a un ente inaffidabile e dirottarli verso qualcos'altro.

Approfitto qui per fare una seconda considerazione. Ogni volta che si parla di pensioni si punta il dito contro il sistema a ripartizione, come se fosse in esso l'origine di tutti i mali.
Può darsi che il contributivo sia migliore, ma mi pare sciocco affermare che un sistema a ripartizione sia necessariamente, sempre, insostenibile.
Anche con l'attuale invecchiamento della popolazione.
In particolare mi chiedo (e chiedo ai molti esperti di questo forum) come sia possibile che l'invecchiamento della popolazione ci abbia colto di sorpresa.
Ma come si può? Di tutti i dati del futuro, la piramide demografica è il più prevedibile di tutti. A meno di guerre o invasioni aliene perlomeno, assumendo costanti i tassi di mortalità (e sbagli di poco) e stimando i parametri di ingresso e uscita, io posso stimare il numero di trentacinquenni del 2050 osservando il numero di nuovi nati del 2015 (che è un dato disponibile ORA) con una precisione del 90%. E ci sto largo.

Penso che sia il caso di chiarire i concetti di sistema a ripartizione e sistema contributivo, altrimenti si fa confusione.

Il sistema a ripartizione è un metodo di finanziamento di un piano di pensione, l'altro è l'accumulazione.

Il sistema a contributi definiti ("contributivo") è un metodo di calcolo delle prestazioni, l'altro è il sistema a benefici definiti ("retributivo").

Quindi quest’ultimo risponde alla domanda “quanto si deve pagare?”, il primo “da dove si prendono i soldi per pagare?”

Il sistema a ripartizione non è sempre insostenibile. Infatti, anche in un'ottica di invecchiamento della popolazione la produttività - quindi i salari e i contributi versati – può essere sufficiente a tenere in piedi il sistema. 

D’altro canto non si può negare che al momento quello sembra essere il problema, e non solo in Italia. L’OECD stessa parla diffusamente del population aging e del longevity risk (http://www.oecd-ilibrary.org/finance-and-investment/oecd-pensions-outlook_23137649).

 

L’invecchiamento della popolazione si conosce da tempo, ecco perché si sono fatte e si fanno le riforme pensionistiche in tanti paesi.

In Italia si è pensato di attaccare il problema del “da dove si prendono i soldi per pagare?” operando sul “quanto si deve pagare?”.

Si

Nasissimo 9/9/2015 - 10:55

Conosco la distinzione, nello scritto precedente ero stato frettoloso. Il sistema può essere a ripartizione o a capitalizzazione, il metodo di calcolo della pensione può essere contributivo o retributivo. Ciò precisato, posso aggiungere anche che mi piace di più un sistema a capitalizzazione, mentre per il metodo di calcolo ho qualche dubbio: vedo dei difetti in entrambi.
Tuttavia - dicevo - non è che sistemi a ripartizione siano impossibili da concepire, del tutto sbagliati, e per forza insostenibili. Neppure in periodi di denatalità come quello attuale.
Soprattutto alla luce del fatto che la piramide demografica che incide nel sistema previdenziale si conosce con trent'anni di anticipo.

E continuo a pensare che qualsiasi riforma delle pensioni si voglia intrprendere, si debba tenere presente la necessità di rendere il trattamento futuro ragionevolmente prevedibile, mettendolo al riparo dai capricci delle maggioranze parlamentari che verranno.
Perché è anche in base al trattamento atteso che si operano scelte di vita. Se non si può fare nessuna previsione che sia minimamente consistente, se non ci si può fidare cioè, tutto il resto sarà inutile.
I contribuenti cercheranno la via per non dare nulla all'istituto di previdenza, e farsi la pensione in un altro modo. E la troveranno.

 

Un sistema a ripartizione è sostenibile se gli importi intermediati – cioè gli importi delle contribuzioni da un lato e delle pensioni in pagamento dall’altro – non sono abbastanza elevati.

Nel caso dell’Italia, se questi importi intermediati fossero, per esempio, 80 miliardi (5% del PIL) anziché 220 miliardi (ca. 14% del PIL) non staremmo qui a parlare di diritti acquisiti.

 Per contro, in presenza dell'invecchiamento della popolazione e di un’economia stagnante – come nel caso dell’Italia – il sistema a ripartizione è sostenibile solo se a) si tagliano le pensioni esistenti, b) aumentano i contributi dei lavoratori attivi, c) aumentano i prelievi dalla fiscalità generale e d) si riducono man mano gli esborsi ai nuovi pensionati in modo da tararli al minore afflusso di contributi nel sistema provenienti da una popolazione in calo e mantenere l’equilibrio attuariale. 

In questo caso il prezzo della sua sostenibilità è la povertà di qualche generazione.

Solo per capire meglio: perché mai gli importi intermediati non devono essere troppo elevati (e quando è che sono "elevati") ?
Per quel che ne capisco io il sistema "pay as you go" è sostenibile fintanto che le entrate pareggiano le uscite. Qualunque sia l'entità degli importi, se in contributi nell'anno corrente danno 100, e l'ente previdenziale deve erogare 100, è sostenibile. Se deve erogare 1000, e i contributi danno 1000, è ancora sostenibile. Non lo è se deve erogare 1000, e i contributi danno 100.

Quello che non mi torna è il punto due. Lasciamo perdere l' "economia stagnante" che certo non è cosa prevedibile con decenni di anticipo. L'invecchiamento della popolazione lo è. E pure con una buona precisione.
Allora perché diavolo non se ne tiene conto per tempo, e si permette che ci colga di sorpresa, dicevo io? Ma è assurdo.
Mi sembra che se il sistema fosse ben concepito (non mi pare difficile tenere conto di un dato che si conosce trenta anni prima, con precisione maggiore del 90%) , non dovrebbe esserci bisogno di ricorrere alla fiscalità generale. Mai, non col sistema a capitalizzazione (che è abbastanza ovvio) ma neppure con quello a ripartizione.

Per importi non troppo elevati intendo importi calibrati alla capacità del PIL di sostenere eventuali squilibri. Quindi, per attenermi all'esempio di sopra, se il volume intermediato è di 80 miliardi o il 5% del PIL, eventuali sbilanci possono essere coperti agevolmente dalla fiscalità generale.

 

Quando l’esborso per pensioni comincia ad essere elevato, eventuali squilibri sono finanziati in modo massiccio dalla fiscalità generale, sottraendo risorse che potrebbero essere utilizzate per altri scopi.

 

Lei sostiene che il sistema a ripartizione è sostenibile se escono 100 e entrano 100. Questo è vero ma è opportuno tener presente che nei 100 che entrano – in un’ottica di invecchiamento – ci sono i trasferimento dalla fiscalità generale, perché apparentemente i contributi non bastano più.  Questo per non parlare del fatto che il sistema a contributi definiti, così come costruito in Italia, è stato strutturato per prendere più di quello che restituisce, di qui il rischio di povertà in vecchiaia delle giovani generazioni, nonostante la seconda aliquota previdenziale più alta fra i paesi dell'OCSE. Quindi, dal lato delle uscite, quei 100 che escono sono frutto di 120 in contributi.

Ormai il tasso di dipendenza – rapporto fra la popolazione attiva e i pensionati – è 1,2, nel senso che ci sono 17 milioni di pensionati per 21 milioni di lavoratori.  

 

Questo è quello che dice il sole 24ore:

 

“Le pensioni non sono a rischio per il semplice fatto che le perdite di bilancio e i buchi provocati dal divario sempre più aperto tra i contributi versati (le entrate) e le prestazioni erogate (le uscite) verranno coperte dall'aumento dei trasferimenti da parte dello Stato. L'Inps, per capirci, non può fallire. E lo sbilancio nei suoi conti verrà pagato dalla fiscalità generale, cioè dai contribuenti italiani. In realtà è già accaduto. Nel 2013 infatti i trasferimenti dello Stato all'Inps hanno toccato i 112,5 miliardi.  

 

39 miliardi in più dal 2008

Un'escalation inarrestabile, da tempo. Basti pensare che nel 2008, prima della "Grande crisi", erano sufficienti 73 miliardi di trasferimenti dal bilancio dello Stato per coprire i disavanzi. Negli ultimi 5 anni, dal 2008 al 2013, l'esborso è aumentato di ben 39 miliardi cioè il 53% in più. Un aumento monstre, pari all'8% cumulato annuo. E questo in tempi di inflazione ai minimi storici e di profonda flessione del Pil.”  

 

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-02-03/l-inps-perde-10-miliardi-anno-giovani-e-stato-copriranno-buco-pagare-pensioni-ecco-come--175321.shtml?uuid=ABNEbEu

 

Lei dice, parlando dell’invecchiamento della popolazione: “Allora perché diavolo non se ne tiene conto per tempo, e si permette che ci colga di sorpresa? Ma è assurdo.” 

 

Ormai sono diversi anni che mi occupo di questa materia (con l’avvicinarsi degli anni della pensione – ahimè – ho deciso di capire un po’ di più) e le posso dire che quella è la stessa domanda che mi sono fatto io ed è ancora inevasa.

Una cosa però gliela posso dire.

Se lei nel cercare risposte avesse visto i livelli di strafottenza per il destino dei più giovani e di incompetenza che ho incontrato io sicuramente si sarebbe risolto a fare qualcosa.