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Il Nobel Memorial Prize in Economics ad Angus Deaton

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Grazie prof. Boldrin per i commenti. Mi permetto di estrarre una parte del contenuto della sua analisi per farne un commento più generale e, mi perdoni, fuori tema

L'economia (come la letteratura, la pace e, in una certa misura, la medicina) non è scienza nella quale sia possibile oggi, con relativa tranquillità, fare dei ranking di cosa sia "vero e fondamentale" e cosa non lo sia, nella ricerca corrente. (...) Oggi lavoriamo in quasi tutti i campi su problemi veramente complicati, con scuole di pensiero, di metodo e di finalità diverse, che competono fra loro usando, spesso, metodi che poco hanno a che fare con l'ideale popperiano della "falsificazione" ... Non esiste nulla di particolarmente dominante dal punto di vista strettamente scientifico, esistono "mode", correnti, fazioni, problemi che vanno e che vengono e che hanno più o meno successo.

(..)

Dare il premio, quindi, diventa quasi sempre un "beauty contest" che dipende da fattori spesso molto lontani dalla pura "validità scientifica" dei risultati. E siccome questo fenomeno è ogni anno più apparente...

 

Questa analisi potrebbe essere riportata pari pari ad altre branche della Scienza, restando ugualmente valida.

Per quanto quotidianamente mi riguarda, nel mondo dell'ingegneria di cui mi occupo, si vedono sempre più spesso ricerche campate per aria senza i necessari supporti fisico-matematici. Più in generale si sente la mancanza di un approccio popperiano alla Scienza (ed alla Tecnica).

La pubblicistica scientifica sta ripiegando verso un approccio quantitativo (chi produce di più), tralasciando la qualità dei lavori selezionati. Così facendo su alcune riviste scientifiche fanno capolino lavori inconsistenti, senza che nessuno si prenda la briga di dire niente. Viene quasi il sospetto che alcune riviste abbiano più autori che lettori, ma si possono scrivere papers ignorando il lavoro degli altri?

Su questo sfondo, non mi stupisce che i premi scientifici, in qualunque settore, possano ridursi a beauty contest, talvolta soggetti a mode, correnti o fazioni.

Perdonate (l'indebita) intrusione.

 

In questo caso sono più d'accordo con Boldrin, pur'essendo anche io ingegnere, mentre tempo fa ci avevo un poco bisticciato, e proprio su un tema vicino a questo: se e quanto sia possibile (e desiderabile) un approccio sempre e solo rigidamente "popperiano" in Economia.
Non so a quali pubblicazioni ti riferisca, certamente c'è anche in Ingegneria una quantità di articoli pubblicati che non meriterebbero di essere pubblicati. Ma parlando per sommi capi nell'ingegneria e nella tecnica è sempre possibile

..con relativa tranquillità, fare dei ranking di cosa sia "vero e fondamentale" e cosa non lo sia

In Economia invece lo è solo ogni tanto, in genere molto meno.
Non so se questa sia una ragione sufficiente per affermare che il Nobel in Economia non andrebbe assegnato. In fondo è così anche per la Letteratura e per la Pace. Qui, anzi, ancora di più il premio è un "beauty contest" assegnato anche per motivazioni altre da una scala di valore, ad esempio di opportunità politica o incoraggiamento (pensa al quartetto per il dialogo tunisino).
Lo è se l'esistenza del premio e la sua assegnazione vengono intese come patente di "Verità Economica" a questa o quella teoria, come talvolta, mi pare, è avvenuto.
Se è così allora forse sarebbe meglio che il premio non ci fosse. Ma se è così non è colpa del premio, o dei comitati che lo assegnano, ma di chi si ostina a voler vestire la disciplina dell'abito di una scienza esatta.
Forse nell'assegnazione di questo Nobel c'è anche un messaggio a costoro.

Anzi, mi interessa (ed un poco sorprende) che il fenomeno di "democratizzazione cum marketizzazione" della ricerca si sia esteso anche all'ingegneria. E' senza dubbio vero in economia ed in tutte le scienze sociali ed umane, architettura compresa (come ho scoperto frequentando un po' l'ambiente di mio figlio architetto).

Meriterebbe una riflessione a parte ma non mi sento ancora preparato a farla. Di certo vedo una sostanziale biforcazione negli standard dei vari settori accademici fra un gruppo, relativamente ristretto, dove stringenti criteri di pragmatica "efficacia" vengono sempre di piu' applicati ed un gruppo sempre piu' largo dove ci si intrattiene a seguito di mode.

Vediamo se il dibattito qui porta qualche contributo nuovo su cui riflettere. Grazie quindi per il commento. 

Quando?

andrea moro 13/10/2015 - 23:13

Mah onestamente più leggo di storia della scienza, più mi rendo conto che è sempre stato così, non solo in economia ma in tutte le scienze, da sempre. Certo, contano le mode, ci sono periodi in cui queste mode vanno nella direzione di grande crescita, e altri in cui la moda invece porta una grande quantità di persone a perdere tempo per niente. Ci sono periodi in cui l'astrologia diventa scienza, altri in cui è scienza cultural studies.

Ma non c'è alternativa, per cui tutta sta discussione su cosa sia scienza, e cosa sia scientifico, ritengo sia perlopiù aria fritta. Nessuno scienziato si pone queste domande se non (a) quando è troppo giovane, prima di diventare scienziato, e crede, erroneamente, che serva studiare cosa sia il "metodo" per diventarlo (b) quando è troppo vecchio e si è stancato di fare "scienza",

Sono d'accordo che questi premi possano arrivare perpetuare le "mode", esacerbando le fasi peggiori del progresso scientifico. 

mi piace molto questa lettura della storia della scienza alla feyerabend. l'anarchismo metodologico non è una posizione teorica, è un fatto storico che traduce bene la reale pratica della ricerca scientifica. più che a questioni metodologiche, infatti, la speculazione metateorica rilevante (cioè quella che gli scienziati fanno non quando sono troppo immaturi o troppo vetusti) si occupa della composizione e ricomposizione delle grandi cornici concettuali entro le quali inquadrare i risultati della ricerca per renderli produttivi. 

di questo interessante dibattito l'unica cosa che non mi convince è l'uso di questa locuzione "vero e fondamentale" (che mi pare sia una citazione di una cosa scritta su un social da qualcuno). la scienza non ha fondamenti veritativi. la categoria di "verità" non ha niente a che fare con la pratica scientifica. si dovrebbe comprendere fin dalla prima scuola che la scienza non dimostra nessuna verità, la scienza semplicemente "esplora", è attività incessante di esplorazione e dunque accumula materiali rinvenuti, traccia mappe e percorsi, guida e si fa guidare dalla curiosità come dagli interessi e dalle necessità. in questo senso i nobel spesso sottolineano alcuni risultati preziosi che certi individui hanno conseguito a vantaggio dell'attività esplorativa collettiva (penso per esempio ai nobel dati ad Akerlof o a Buchanan, per restare nell'economia), talvolta - come nel caso di Deaton - mi pare che premino più che altro il rigore dell'approccio alla ricerca in quanto tale.

più che l'istituzione in sè a me non piace il modo in cui viene recepita e divulgata, che trasforma un riconoscimento interno al mondo scientifico in un atto scioccamente politico. quel che diventa importante sui media non è il conferimento del nobel in quanto effetto successivo al maturarsi di una carriera o di una scoperta, ma il conferimento in quanto atto che produce echi, suscita interpretazioni e orienta il dibattito politico. questo degrada il nobel a "gesto" e pertanto inevitabilmente gli attribuisce una natura sgradevolmente sottoculturale.

Ritengo che la Scienza sia sempre (alla) ricerca e quindi sono benvenute le posizioni critiche, quelle eterodosse un po' naïve e persino, come mi rimproverava il mio ex-capo, fricchettone.

Se dal merito l'eterodossia passa al metodo, si rischia però di spalancare le porte agli scienziati fai-da-te, ai cartomanti, ai fondi di caffé e alle pseudo-scienze. Che, forse per la loro apparente scientificità, sono proprio le più pericolose.

La questione sulla maturità degli scienziati non l'ho capita del tutto. Ho in mente diversi esempi (famosi e non) di scienziati che, arrivati ad una certa età, hanno rinunciato al primitivo rigore per tuffarsi in affascinanti teorie del tutto, che però alla prova dei fatti hanno fatto acqua.

Essendo anagraficamente più prossimo a quello che quando è troppo giovane, prima di diventare scienziato, e crede, erroneamente, che serva studiare cosa sia il "metodo", faccio comunque mio il consiglio.

Peccato che Feyerabend non sia più tra noi per potergli chiedere se con l'anarchia epistemologica intendesse spalancare le porte ai vari Davide Vannoni, Andrea Rossi, Luigi Di Bella e Mário Pacheco do Nascimento, o se intendesse qualcosa d'altro.


Grazie mille per gli spunti, sempre molto interessanti.

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michele boldrin 15/10/2015 - 19:26

Ho evitato di commentare quanto scritto da Gianfranco Savino perché avrebbe aperto un dibattito troppo complesso. Ma questo commento mi stimola a far capire che il silenzio in questo caso non è assenso. Per svariate ragioni

- Per ogni definizione "maneggiabile" di cosa possa essere la verità negarne l'esistenza e ridurre tutto a "doxa open for public debate" è un errore grave che di fatto impedisce di capire come funzioni la ricerca persino in campi (come quelli delle scienze sociali) dove le ondate di doxa sono più frequenti, ampie e apparentemente vincenti che in altri campi. La verità esiste nella misura in cui il mondo (ed il mondo include i prodotti della nostra mente, come la matematica) rispetta almeno una qualche regola. Che non deve nemmeno essere stabile nel tempo visto che non c'è nulla di "falso" in "datare" le leggi. Infatti, poiché affermazioni in negativo (del tipo "la terra non è rotonda") sono frequentissime e costituiscono il 99,9% per cento di ciò che la ricerca produce, occorre rendersi conto che esse fanno parte della verità scientifica.

- Su metodo vs merito, ha già detto il commento anteriore.

- Che una serie temporale oscilli non implica che non sia una serie convergente. Persino i processi caotici hanno degli attrattori non full measure. L'errore fundamentale di Feyerabend e seguaci è questo: aver confuso la varianza del processo con il suo trend o limite.
 

sì, è vero, questo tipo di argomenti tendono a sfociare in dibattiti insostenibili con i mezzi di un blog e quasi sempre inutilmente estenuanti. non essendo io un seguace di nulla e di nessuno, non ho particolari motivi per dissentire da quanto scritto dal prof. Boldrin. anzi, in generale, credo che nessuno che si interessi a qualunque titolo di scienza, anche senza avere le competenze da ricercatore o la matura comprensione delle questioni teoriche implicate nella ricerca che ha il prof. Boldrin, possa dissentire da quanto sostiene nel commento sopra.

del commento di Andrea Moro mi piaceva l'implicita assunzione della dimensione fortemente storica della ricerca scientifica e dell'idea che la questione del metodo appartiene più all'astrattezza delle interpretazioni popperiane della scienza che alla pratica scientifica come concretamente e storicamente si determina. tutto qui. la tesi di Feyerabend sull'anarchismo metodologico non ha molto a che vedere col tipo di questioni e di "errori" che il prof. Boldrin evidenzia nel suo commento, non affronta formalmente i problemi del "vero", del "falso", del "verificato", del "falsificabile", del "convenzionale", dell'"operativo" nella scienza: si limita più che altro a discutere se e in che misura il metodo scientifico formalizzato da Galilei abbia realmente contribuito al concreto procedere della scienza e se e in che misura le sue violazioni, le sue forzature, le sue eccezioni non siano invece essenziali a questo procedere. a ben leggerla è molto meno estrema e provocatoria di quanto correntemente si ritiene e mi sembrava affine a ciò che più o meno esplicitamente leggevo nel commento di Andrea Moro. associare Feyerabend a di bella e a non so chi altro come nel commento dell'ingegnere mi sembra invece superficiale e ingeneroso. 

ciò detto, non vedo materia per una vera dialettica tra posizioni contrapposte, che potrebbe alimentarsi solo di equivoci e imprecisioni.

Lungi da me accostare Feyerabend alla lista di nomi (provocatoriamente) proposti nel commento sopra.

Non sono un epistemologo ne' un filosofo, quindi questo per me e' un terreno scivoloso. Volevo solo evidenziare che alcune interpretazioni di Feyerabend, possono essere sfruttate come alibi per chi scienziato non e' e, nonostante questo, propugna le sue teorie come scientifiche. Una specie di relativismo scientifico, se mi si permette il paragone.

Tutto questo senza considerare in maniera ne' superficiale ne' ingenerosa il lavoro ed pensiero di Feyerabend, che per altro fornisce spunti di riflessione davvero interessanti.

Rimandiamo ad un'altra sede (se vi sara' l'occasione) una discussione approfondita sul tema che, come si sara' capito, mi sta molto a quore (relativismo grammaticale, per sdrammatizzare!).

Tradizionalmente i Nobel in medicina vengono dati a ricercatori puri. Questo è un Nobel che si avvicina alla medcina applicata. E' un buon messaggio