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Lo strano caso dell'abolizione dell'IMU

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chiarisco

Guido Cacciari 18/10/2015 - 14:09

Per "tassa", in italiano (diversamente che negli USA), si intende un tributo inteso a coprire il costo di un servizio pubblico. Ad esempio, TASi e TARI, che però ho commentato negativamente per altre ragioni giusto sopra.

Le "imposte" sono invece un prelievo di valore arbitrario, che alimenta il calderone generale delle spese pubbliche, da cui l'autorità pubblica attinge in modo anch'esso arbitrario.

Le prime (tasse), costituendo il corrispettivo di un servizio reso, sono giustificate e controllabili. Il presupposto del contratto sociale.

Inoltre, permettendo l'immediato confronto di efficienza tra le diverse amministrazioni, costituiscono uno strumento di democrazia.

Infine, togliendo all'amministrazione pubblica l'arbitrio concessogli dalle imposte, placano anche lo scetticismo del liberalismo classico.

Conclusione: tasse, non imposte. Ma tasse vere, non quell'"obbrobrio giuridico" rappresentato da TASI e TARI su cui sia io che Savino condividiamo il giudizio (vedere sopra).

PS: questa voleva essere una risposta qui sopra a Sandro Brusco. Per errore l'ho postato come nuovo intervento ma non so come correggere l'errore.

Non è che la questione mi appassioni più di tanto, ma il prelievo fiscale sugli immobili può benissimo essere considerato il corrispettivo di un servizio. Ciò che impedisce al primo venuto di impossessarsi di un immobile vuoto, anche solo per qualche ora, e di istallarcisi in permanenza, è l'esistenza di un catasto che certifica i diritti di proprietà su gli immobili e di una forza pubblica idonea a farli rispettare. Si può se si vuole discutere sulla misura e sulle modalità di determinazione di questo prelievo fiscale, e della migliorabile efficacia e tempestività dello Stato nel far rispettare il diritto di proprietà, ma resta il fatto che a fronte di questo c'è un servizio, e che questo è essenziale per l'effettivo godimento del bene immobiliare.

Non voglio entrare nella questione Tasse Vs. Imposte. Quanto al commento sopra di massimo occorre però fare una precisazione.

Il catasto è nato (nel Lombardo-Veneto ai tempi di Carlo VI e di Maria Teresa d'Austria) con lo scopo di creare la "base di dati" su cui organizzare il prelievo fiscale fondiario. Quindi non costituisce alcun titolo di proprietà.

Purtroppo in Italia il catasto in molti casi non ha fatto progressi da allora e nelle (frequenti) situazioni in cui non è aggiornato si ricorre agli atti notarili, in diretto possesso o presso la conservatoria o l'archivio di Stato competente. Quindi pensare che si paga il fisco per tutelare la certificazione della proprietà mi sembra un po' tirato per i capelli.

Granparte delle discussioni fatte sopra, circa la mancanza di proporzionalità e progressività delle imposte (o tasse? Boh!) sugli immobili sarebbero superflue se la base di dati catastale fosse aggiornata. Un censimento basato sui metri quadrati e non sui vani è il primo passo per una stima efficacie del valore immobiliare. Finché questo non sarà fatto qualsiasi discorso sulla fiscalità immobiliare sarà viziato da un peccato originale.

Sempre in tema, ma cambiando paese, un problema molto sentito in Grecia è la mancanza di un catasto. Dalle notizie che ho avuto questo, oltre ad essere un problema per il fisco, costituisce anche una barriera agli investimenti immobiliari stranieri. Gli stranieri infatti non si sentono tutelati circa i propri investimenti, e in questo senso massimo non ha tutti i torti, ma in Italia non è la stessa cosa.

ma dal tuo quadro restano fuori i prelievi giustificati dalla prestazione dei servizi generali, come la difesa, l'ordine pubblico, la giustizia, ecc.che non possono essere remunerati se non da imposte (a meno di privatizzarli ...).

Prima di tutto il tema era la convenienza del trasferimento dell'imposizione dal reddito alla proprietà privata.

La mia risposta era "no".

Nessuno, men che meno io, ha sostenuto che l'imposizione sul reddito (per coprire le spese generali, assistenziali etc) sia sbagliata.

In secundis, ricordo che il concetto di proprietà fondiaria è dissociabile da quello della proprietà privata. Già John Locke, tra i teorizzatori del diritto inalienabile alla proprietà privata, ne escludeva la fondiaria se non giustificata dalla redditività del fondo.

Ecco perché, al contrario della proprietà abitativa, quella fondiaria si presta meglio all'imposizione fiscale che alla tassazione. Proprio perché il diritto al suo godimento esclusivo è giustificato dalla sua redditvità.

Ed ecco perché esistono due diversi catasti, quello "urbano" e quello "terreni".

In questo ambito, il severo approccio Lockiano andrebbe replicato anche per la proprietà demaniale e per la responsabilità personale dei suoi amministratori pubblici.

Esplicito

Guido Cacciari 19/10/2015 - 21:42

Mi sembrava di essere stato chiaro, ma evidentemente no. In soldoni:

1- se la pressione fiscale sull'abitazione si limitasse alle tasse (=copertura dei servizi ad essa legati), essa sarebbe molto inferiore all'attuale, non dovendo contribuire ad alimentare tutta la spesa nazionale ma solo ciò che è legata all'abitazione. Già ora TASI e TARI sono mediamente meno di un terzo dell'IMU. Ma costituiscono una specie di ibrido tra tasse ed imposte. Anche aggiungendo il contributo per il pattugliamento locale delle strade a prevenzione dei furti (esiste?), la loro impostazione rigorosa e trasparente come tasse diminuirebbe i balzelli.

2) Il valore dei tributi sugli immobili non sarebbe volatile come quando dipende dai capricci del ministro delle finanze di turno.

NOTA1: queste non sono una caratteristica da poco (lana caprina), neanche in economia: la prima voce di costo di ogni progetto imprenditoriale è costituito dalla spesa del sito produttivo. Fosse anche un garage o una cantina. Rendere questo valore volatile e imprevedibile ha le sue ricadute sull'imprenditorialità. Ma anche sui piani di vita dei cittadini. E direi che tutto ciò è provato dall'esperienza IMU.

3) Il collegamento tra fiscalità ed efficienza amministrativa diverrebbe trasparente ed evidente, permettendo la cosiddetta "democrazia coi piedi" (che non è titolo di demerito, come sembrerebbe). Inoltre, diverrebbe evidente quali comuni fossero virtuosi e quali da commissariare e da setacciare da corte dei conti e TAR.

4) Le diverse voci dell'attività pubblica sugli immobili sarebbero finalmente quantificate e soggette ad analisi. Poniamo che un tal comune sia altamente soggetto a furti in casa.  E' altamente probaile che i suoi abitanti siano disposti a pagare di più per attività indirizzate a tale fine,  e che i suoi amministratori siano più imbarazzati a stornare ingenti cifre, ad esempio, per il "gemellaggio" con cittadine sparse per il mondo.

NOTA 2: anche questi due aspetti non valgono poco in economia. Almeno, se si concorda con la massima "il mercato è un sistema giuridico" (Bohm Bawerk).

Conclusione: l'economia è inevitabilmente legata alla filosofia giuridica. Non lo dice solo la biogafia degli economisti più noti. Anche il buon senso dovrebbe suggerire che il mercato ha come protagonisti quotidiani degli individui, i quali vi operano se gli conviene. Altrimenti, o incrociano le braccia, o si nascondono o se ne vanno (salus populi suprema lex). Inutile denigrarli.