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Il caso Apple: la mela ed il paradiso (fiscale) perduto

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come chiarito dall'Autore in modo davvero semplice, preciso e circostanziato:

Non è quindi in discussione “il regime tributario irlandese in generale né l’aliquota sulle società applicata nel paese”, attualmente pari al 12,5%, bensì due ruling fiscali (uno del 1991 e l’altro del 2007)”.

La Commissione non sta entrando nel merito di una aliquota fiscale troppo bassa, ma che solo Apple (e le altre che sicuramente sono in sua compagnia) ne ha beneficiato.

L'effetto indotto da questa decisione, se confermata dalla Corte, è quindi la fine dei ruling (ATA) tra imprese e singoli Stati! Ossia la fine di una pratica sistematica che ha comportato l'accumulazione di ingenti risorse finanziarie off shore per imposte non versate nei paesi di origine.

Questo, per inciso, dalla prospettiva di un analista del valore dell'azienda Apple (insomma: il prezzo delle sue azioni) è un rompicapo da anni, perchè 

la regola fiscale americana di differimento delle imposte sulla parte di utili realizzati all’estero e tassabili solo al momento del loro “rimpatrio” effettivo.

ha determinato che

“Apple has also kept more than $200 billion in accumulated profits offshore. That money could someday be brought home and taxed, but Apple is in control of whether or not that actually happens”.

In breve: se il business di Apple vale, diciamo, 1000 e la cassa accumulata vale 200, una azione vale la frazione di 1200.... o no? Ecco il rompicapo nella valutazione: quante imposte dovrà pagare Apple per utilizzare liberamente i 200 accumulati off shore?

Nessuno lo sa

grazie; si, una delle "anomalie" del caso Apple (ma vale per tutte le multinazionali USA), che incide sul percorso di armonizzazione fiscale anche in sede OCSE, è la norma cui fa riferimento. in sé la norma è legittima (discutibile, ma legitima), "a condizione" che non consenta "sponde" per utilizzo di "treaty shopping" o applicazione di "transfer pricing irregolari" rispetto le prassi Ocse