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Il Liberalismo non ha vinto, il Socialismo ha perso. O no?

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nel quadro delineato dall'Autore e dai commenti che mi precedono. Manca un convitato ingombrante, quello che va sotto il nome di ordo-liberismo e che si dice sia il fondamento delle politiche europee. Un liberismo che non rifugge dall'intervento pubblico per correggere i fallimenti del mercato, legittimando quell'intensa regolazione che ben conosciamo ma il cui rapporto con la società aperta non è chiaro.

Mancano anche il neo-liberismo, l'anarco-capitalismo à la Rothbard, il sogno dell'ordinamento dei privati, in altre parole l'ordine spontaneo di Hayek e di Bruno Leoni. Manca l'idea della cooperazione tra soggetti liberi - che pure era presente in Adam Smith -  ma capaci di avvertire imperativi etici senza i quali quella cooperazione non funziona.  Manca l'insegnamento della moralità che un tempo le chiese sapevano proporre, forse in maniera imperfetta, e che la secolarizzazione non riesce a rimpiazzare.   

...quello che va sotto il nome di ordo-liberismo e che si dice sia il fondamento delle politiche europee. Un liberismo che non rifugge dall'intervento pubblico per correggere i fallimenti del mercato, legittimando quell'intensa regolazione che ben conosciamo ma il cui rapporto con la società aperta non è chiaro.

C'è del vero in quanto lei afferma, ma ultimamente la teoria economica sembra tesa a ricomprendere molti "interventi per correggere i fallimenti del mercato" come caso particolare dell'assegnazione e gestione di diritti di proprietà, una funzione tipica dello stato liberale. Come ben ci ha insegnato il premio Nobel Elinor Ostrom, regolamentazioni anche complesse possono nascere in tale contesto in modo del tutto spontaneo, allo scopo di gestire risorse comuni, la cui "proprietà" non potrebbe essere ricondotta ad altri che alla collettività nel suo complesso.

Mancano anche il neo-liberismo,  l'anarco-capitalismo à la Rothbard, il sogno dell'ordinamento dei privati, in altre parole l'ordine spontaneo di Hayek e di Bruno Leoni.

Nel caso specifico di Rothbard, il fatto che non sia citato nell'articolo lo considero un punto a favore.  La sua idea di anarco-capitalismo appare utopistica, non riesce a proporre un sistema desiderabile di composizione delle controversie (che è una funzione basilare dello stato). A questo proposito credo che meritino più attenzione Friedrich Hayek e Bruno Leoni da lei citati sopra, come anche gli scritti di David Friedman (che, detto per inciso, non attribuisce grande onestà intellettuale a Rothbard).

Manca l'idea della cooperazione tra soggetti liberi - che pure era presente in Adam Smith -  ma capaci di avvertire imperativi etici senza i quali quella cooperazione non funziona.

Questo è uno dei veri difetti dell'articolo, e in parte la critica da lei espressa sembra corrispondere a quella già citata da Nasissimo. Di fatto il motivo per cui la società aperta e liberale sembra prosperare non è perché presupponga individui completamente egoisti, ma al contrario, perché permette all'individuo così com'è, con la sua coesistenza di tratti altruistici e non, di dare il meglio di sé senza proporre una trasformazione utopistica e non realizzabile della natura umana.

Lo stesso Adam Smith è piuttosto chiaro su questo punto, e la stessa espressione "vizi privati, pubbliche virtù" appare estranea a Smith; del resto viene fatta risalire più esattamente all'opera La favola delle api di Bernard Mandeville, che seppur fondata su un pensiero simile a  quello di Smith è anche palesemente satirica.

Manca l'insegnamento della moralità che un tempo le chiese sapevano proporre, forse in maniera imperfetta, e che la secolarizzazione non riesce a rimpiazzare.

A questo proposito sarebbe interessante un confronto con altri paesi europei. Sappiamo bene come la società italiana sia spesso criticata per la sua mancanza di senso civico (un segnale importante di "moralità", in questo contesto) e pur tuttavia non sembra più "laicizzata" di altri paesi, anzi. Forse il nostro problema è proprio aver voluto affidare il mantenimento del nostro capitale sociale alle "chiese", lasciando poco spazio ad altri tipi di istituzioni.