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Fake news: maneggiare con prudenza (I)

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Ni

Elio Truzzolillo 13/3/2017 - 13:05

Ni,

ovvero nè si nè no. Innanzitutto grazie per l'aneddoto della polvere blu, non lo conoscevo e adesso fa parte del mio patrimonio culturale. 

Perché nè si nè no? 

1) Bisogna evitare di confondere il non condividere il link con il non trattare della questione specifica (cioè di quel particolare fake) per non dare visibilità a queste organizzazioni. A onor del vero nell'articolo questa confusione non viene fatta, ma spesso succede. Credo quindi che questa differenza vada esplicitata per non creare fraintendimenti. Nell'epoca della radio, delle TV e dei giornali non nominare un fenomeno nel 99% dei casi era sufficiente a limitarlo, fu il caso, per esempio, caso del "gioco" dei sassi lanciati dal cavalcavia. I media tradizionali si accordarono informalmente per non diffondere più questi episodi onde evitare casi di emulazione. Sul web ignorare un fenomeno semplicemente non funziona.

2) È vero che per ogni condivisione o link riportato e aperto da altri questi siti monetizzano la diffusione delle fake news. Ma il nocciolo del problema rimane sempre l'effetto sociale di queste notizie. Per quel che mi riguarda questi signori potrebbero anche diventare miliardari se poi la maggioranza della gente non credesse alle "puttanate" che pubblicano. Tutto sommato se ragalandogli qualche centesimo (o qualche euro per le eventuali successive visualizzazioni) si riesce a spiegare a qualche centinaio  di persone che quel sito e quella notizia sono inattendibili, l'effetto netto sociale nel medio periodo potrebbe essere comunque positivo. Alla lunga costoro diventerebbero dei ricchi intrattenitori, dei cloni "sporchi" di Lercio, ma senza arrecare eccessivi danni sociali. Qualche caso è già rintracciabile, per esempio la pagina Facebook/blog "Libero Giornale", presa più volte in "castagna" e denunciata pubblicamente in trasmissioni televisive (la TV e i giornali potrebbe fare molto in questo campo se solo volessero), sta lentamente diventando una pagina satirica, alternando fake news a notizie palesemente false che dovrebbero indurre al sorriso (con scarso successo), ma che data la loro evidente falsità non creano un danno sociale. D'altronde se il 90% delle persone condividesse queste notizie per segnalare la loro falsità o per prendere in giro chi ci crede, il problema sociale sarebbe già risolto, e le imprese comincerebbero a non volere vedere associata la loro pubblicità a queste organizzazioni. Purtroppo, evidentemente, non siamo ancora a questo punto.

3) Detto questo può essere utile per chi volesse denunciare/perculare limitarsi a nominare la testata fake e la notizia fake senza mettere o link, magari riportando degli estratti o facendo ricorso a degli screenshot. Di sicuro il fenomeno non si esaurirà da solo, di sicuro le dotte dissertazioni dei sociologi (per quanto utili) non vengono lette da chi alle fake news ci crede (sono due ecochamber troppo distanti sui social). L'unico rimedio è la denuncia continua, fare diventare una moda tra i giovani lo smascherare le fake news, sviluppando il loro senso critico e una sana diffidenza. D'altronde qualcosa comincia a muoversi. È il caso, solo per citarne uno, di YouTube che ha sospeso la monetizzazione ad alcuni canali. 

4) Altro argomento è la pessima qualità dell'informazione in TV e nei giornali, ma questo non riguarda in senso stretto le fake news. Il Corriere della Sera difficilmente inventerà un crimine mai avvenuto per sollecitare un sentimento razzista. Nei media tradizionali la qualità dell'informazione è un problema di natura diversa, in questo caso mi riferisco al commento del Sig. Borghi, per quanto le fake news in senso stretto esistono in modo più sfumato anche nei media tradizionali.

enne , non erre

bonghi 13/3/2017 - 19:44

bonghi bonghi , mai avrei avuto l'ardore di chiamrmi borghi ... 

per tornare al tema , fatto chiaro come anche in questo stesso sito siano state dichiarate false certe informazioni apparse nei grandi quotidiani , ritengo che le mistificazioni dei grandi media siano piu' pericolose di quelle della rete .... mi spiego:

se anche poche migliaia di persone sono disposte a credere in un improbabile motore perpetuo , la cosa non e' socialmente preoccupante , trovo sia piu' pericolosa la falsita' diffusa dai grandi media , capace di condizionare milioni di persone 

basti pensare a cosa accadde durante i ventenni di B e b ( benito e berlusconi , scelga pure quale dei 2 e' quello in maiuscolo ) , io faccio riferimento a quello piu' lontano nel tempo , ma il discorso vale per entrambi , pur con le dovute differenze : l'informazione ufficiale faceva vivere al popolo italiano un racconto distantissimo dalla realta' e non credo , almeno fino al crollo finale , che le persone se ne rendessero conto

Diciamo che lo scopo che mi ha spinto a scrivere l'articolo non è tanto invitare a fare o non fare qualcosa, ma cercare di problematizzare un po' alcuni aspetti della questione "fake news" che spesso vengono trascurati, ma secondo me sono molto più rilevanti di quel che sembra. Poi ognuno li fattorizza nella propria decisione individuale di cliccare o no sul tasto condividi, ma più in là di così non mi spingo :-)

A proposito degli altri punti che citi, molti rientrano nel secondo aspetto di cui accennavo nell'articolo, e che secondo me contribuisce in maniera ancora più determinante al diffondersi delle bufale rispetto ai soldi. Spero di riuscire a scriverne a breve, così ne possiamo discutere meglio, però la questione centrale viene descritta benissimo da Tim Harford qui.

In più, ammetto candidamente di non avere soluzioni (come nessuno ce le ha al momento, purtroppo), però per cominciare secondo me una critica di come abbiamo gestito le cose finora torna utile. Molte evidenze suggeriscono che l'approccio classico alle bufale ha peggiorato le cose, invece che migliorarle, e magari per cercare di capirci qualcosa conviene partire da lì. Io almeno sto provando a fare così :-)