Titolo

Perché credo che votare il meno peggio favorisca, nel 2018, il declino.

2 commenti (espandi tutti)

Due punti

floris 11/2/2018 - 19:46

Non trovo indicativa della mancanza di volontà di affrontare percorsi di riforme radicali la priorità data alla revisione costituzionale. Le riforme necessarie avrebbero avuto tutt' altro costo politico, dato che si sarebbe trattato di andare a colpire privilegi diffusi, costo oggettivamente non sostenibile in quella situazione. Quella volontà forse non è mai esistita, ma non è quello ad evidenziarlo.

La battaglia difatti è stata poi persa non tanto perché impopolare, ossia ad alto costo politico, ma per errori come la rottura del patto con Berlusconi e perché era diventata uno scontro totale con in premio la legittimazione delle leadership di paese e partito. Non era ritenuta impopolare al punto di pensare che potesse concedere abbastanza margine di manovra per rompere il patto e che ci si potesse ancorare la propria esistenza politica.

 

Quanto al tanto peggio oggi tanto meglio per il futuro, dissento totalmente. Se, come condivido, la cultura dell' elettorato non è in grado di creare domanda per politiche di riforma e preferisce correre dietro alle promesse del demagogo di turno non si capisce perché di fronte al disastro dovrebbe cambiare e non cercare altre soluzioni autoassolutorie. Il disastro lo abbiamo sfiorato nel 2011, e il risultato ad oggi è che l' unica coalizione con possibilità di vincere le elezioni è la solita che governava allora, ma che propone ricette ben più folli di allora. Nella fasce di età fra i 30 e i 40 anni, ossia quelle che più hanno subito le conseguenze della crisi e quelle che per forza di cose costituiranno in futuro la dirigenza diffusa del paese, i partiti populisti come Lega e M5S toccano il loro massimo di consensi. Se non esiste, e a quanto pare non esiste, una cultura di fondo ( o al limite una classe dirigente degna ) che fornisca strumenti interpretativi la risposta ai problemi non varierà così come non è variata negli ultimi decenni.

Tutto ciò al netto del fatto che uno scenario simile, con annessi rischi economici, istituzionali e le fratture sociali che ne conseguirebbero e che non si risolvono in qualche anno di pil in crescita, c' è chi può affrontarlo e chi banalmente no.

è stata la scelta di Renzi perché riteneva di avere bisogno di un accentramento del potere politico, le riforme strutturali le avrebbe fatte dopo, forse. Ma l'ha sbagliata sul piano tecnico, su quello dell'immagine e su quello dei tempi; poi, nella sua presunzione, l'ha sottoposta ad un referendum che ormai avrebbe solo potuto perdere e che, infatti, ha perso nettamente. Poi ha peggiorato la sua immagine vantando un 40% di consensi che non erano al partito, ma al disegno di riforma e provenivano, credo, da settori della società che non avrebbero mai dato il voto al CSX ...nell'ultimo anno ha fatto quello che avrebbe dovuto tentare di fare sin dall'inizio, sbarazzarsi della tradizione PCI-DS-PDS per costruire un'offerta politica europeista e liberal-democratica, senza distribuire mance e mancette. Ma, evidentemente, non aveva la statura culturale ed umana per farlo.

  P.S. - Visti gli interventi successivi, preciso che avevo pubblicato una critica del testo di riforma proprio su questo sito e che al referendum votai NO .