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Perché credo che votare il meno peggio favorisca, nel 2018, il declino.

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Condivido l’amara analisi e lo sconforto. Gli italiani si trovano in una condizione di equilibrio subottimale dal quale nessuno è incentivato a muoversi perché prevale una narrazione sull’Italia e sugli italiani lucidamente descritta da Boldrin. La risposta che dà la politica è sempre la solita, cercare le risorse tra le pieghe dei bilanci, promuovere iniziative, piani di sviluppo, stimoli, etc. Torna sempre questa idea che la crescita operi grazie a una decisione politica, calata dall’alto di un ministero. L’idea sottesa è quella del paese in via di industrializzazione dove la crescita è data dall accumulazione dei fattori produttivi, non dal progresso tecnologico. Idee che andavano di moda quaranta e più anni fa, come se non ci si fosse mossi da lì. Leggevo qualche giorno fa questo articolo allucinante sulla Calabria che è emblematico della situazione. Questi son lì che aspettano che gli costruiscano il lungomare e il tribunale per raccattare qualche lavoretto, magari in nero. Il loro futuro lo vedono legate a questi interventi. Cosa vuoi parlare di concorrenza e imprenditoria a questa gente? Non ti votano. Se vuoi vincere da quelle parti devi portargli il miraggio di qualche opera e un po’ di assistenzialismo per tirare a campare. Allora in queste zone non c’è bisogno di proporre il referendum per uscire dall’Europa, sono già fuori dall’Europa, e anche dal mondo.

Eppure non si può dire che non si siano presentate congiunture favorevoli per un cambiamento di atteggiamento, puntualmente disattese. Ma quando a capo del governo c’è un tecnico come Monti, che non ha un partito alle spalle, non ha degli elettori a cui rendere conto, in una situazione di emergenza nazionale non riesce nemmeno a liberalizzare le licenze dei tassisti che cosa vuoi sperare? Oppure, quando un politico come Renzi che propone un cambio generazionale nelle élite politiche, e dimostra a parole di comprendere che ci sono problemi di meritocrazia, di tasse e spesa pubblica, di giustizia intergenerazionale, ottiene uno storico quaranta per cento alle elezioni e invece di usare questo enorme credito personale per rivoltare l’italia come un calzino si mette a fare giochetti politici per preservare lo status quo, che cosa vuoi sperare? E poi c’è questo atteggiamento infantile degli italiani che attendono sempre l’uomo della provvidenza che sistema le magagne. Dopo la fine della prima Repubblica è stato tutto un fiorire di uomini della provvidenza: Mariotto Segni (chi se lo ricorda?) che vinse il biglietto della lotteria ma lo smarrì, Berlusconi, Bossi, Di Pietro, Grillo, Renzi. Una serie di disillusioni che pure non hanno scalfito la fiducia che, alla fine, Godot arriverà. Si potrebbe dare una lettura psichiatrica di questa coazione a ripetere in maniera compulsiva lo stesso penoso comportamento schematico sperando che abbia ogni volta una conseguenza diversa dal solito esito infausto. Questi fatti mi hanno convinto che dalla politica non è lecito aspettarsi niente di epocale e che anche chi è armato delle migliori intenzioni deve, volente o nolente, venire a patti con gruppi e interessi sedimentati nel corso degli anni. Finché non cambiano le condizioni materiali, sociali e economiche, dai partiti non può venire il cambiamento. È più probabile che i conti pubblici miglioreranno sul versante della spesa pensionistica perché il grosso dei pensionati retributivi morirà, piuttosto che per mano della politica.

Condivido anche la conclusione che consiste, se ho capito bene, nell’avere un atteggiamento “accelerazionista”, forzando la semantica di un termine usato in altri ambiti; cioè, dato che non c’è modo di cambiare le cose, perché non c’è la volontà di farlo, si portino alle estreme conseguenze le premesse che stanno alla base delle politiche che propongono i partiti. Penso che sia l’unica cosa da fare perché, diversamente, si metterebbe in capo a me elettore una responsabilità col ricatto morale del pericolo di mettere un Kalashnikov in mano a una scimmia. Ricatto che io rifiuto, anche perché se si cede una volta al ricatto si cede sempre. Altrimenti si innescherebbe un circolo vizioso di deresponsabilizzazione della classe politica la quale avrebbe le mani libere per malgovernare ancora e ancora. Assegni in bianco non se ne danno mai, a maggior ragione ai politici. Per questo, domani come sempre (con la solo eccezione del 2013) voterò scheda bianca che, rispetto all'astensione, la quale potrebbe essere scambiata per menefreghismo, manda un segnale esplicito: sono disposto a fare il mio dovere di cittadino recandomi al seggio e partecipando al rituale esercizio della democrazia, ma di fronte allo scadimento dell'offerta politica scelgo di non votare. Probabilmente dalle elezioni non uscirà nessun governo e, a meno che non si torni a votare, si formeranno in parlamento maggioranze estemporanee su questa o quella proposta dopo estenuanti trattative e mediazioni che accontentino tutte la parti in gioco. E sarebbe l’ideale per Grillo che già cinque anni fa auspicava una soluzione di questo tipo perché permetterebbe al m5s di non assumersi formalmente la responsabilità del governo. Mala tempora currunt.