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Prima gli italiani - Del mio razzismo.

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Razza

broncobilly 26/9/2018 - 17:41

Conosco la posizione di David Reich sul punto, è stato al centro di polemiche giornalistiche a suo tempo, la sua però mi sembra un’opinione piuttosto problematica per quanto ampiamente divulgata (e pur sempre prestigiosa, per carità). Se considero plausibile il concetto di razza è solo perché i suoi contraddittori mi sono sembrati più convincenti, devo dire la verità. E’ chiaro che come tutti i concetti isolabili solo grazie alla statistica (genetica) anche quello di “razza” mantiene una sua vaghezza che è comunque controbilanciata dalla sua praticità. E’ chiaro poi che “ai fini che qui interessano” puo’ essere tralasciato in favore del più rassicurante – ma non meno vago – concetto di etnia (la cultura è ancora più sfumata e contaminata delle combinazioni genetiche), sebbene sia una sede che non lo richiede visto la confessione che ospita. Anche per questo il mio commento puo’ tranquillamente essere considerato off topic (ma ormai l’ho scritto e lo posto :-) ). Il fatto è che un tempo si pensava di poter liquidare il concetto di “razza” come un costrutto sociale, oggi sappiamo invece che i popoli della terra possono essere distinti su base biologica (almeno questo ora lo ammette anche David Reich). Tuttavia, poiché le genti del pianeta si sono mescolate tra loro, alcuni studiosi ritengono che una distinzione del genere sia di fatto inservibile e quindi da accantonare. La cosa è quantomeno dubbia. Facciamo un semplice esperimento (mentale): in un laboratorio si preleva il DNA di un africano e di un europeo scelti a caso nei loro rispettivi continenti, dopodiché il reperto viene consegnato a un soggetto in grado di mapparlo secondo le tecniche oggi disponibili. Riuscirà costui ad abbinare il DNA nelle sue mani all’individuo corretto? Riuscirà cioè a capire qual è il DNA “africano” e quello “europeo”? No, in assoluto no: cio’ che è tipico degli africani, infatti, in linea di principio puo’ riscontrarsi anche in un europeo. Tuttavia, il soggetto di cui sopra, anche in assenza di certezze assolute, sulla base di un’analisi degli alleli potrebbe fare una scommessa ragionevole, talmente ragionevole che scommettere diversamente sarebbe a dir poco… “folle”, irrazionale, anti-scientifico; potrebbe fare cioè una scommessa talmente ragionevole che, in caso di gioco ripetuto con poste adeguate, diventare miliardario sarebbe per lui come rubare le caramelle a un bambino. Lo stesso dicasi se, avendo a disposizione 100 DNA, fosse chiamato a ripartirli tra i 5 continenti del pianeta: basta organizzare il giochino in forma di scommessa e l’arricchimento del “giocatore” sarebbe garantito. Persino se chiamato a distinguere tra nord Europa e sud Europa la sorte del gioco sarebbe segnata. Magari ci vorrebbe un po’ di più, si registrerebbero più errori ma di certo il banco, alla lunga, è destinato a saltare. Diciamo allora che per il giocatore di cui sopra parlare di “razze” potrebbe avere senso. Magari il concetto non sarà “ben definito” tuttavia alla distinzione su base biologica dei popoli terrestri deve la sua fortuna e il suo arricchimento. Un concetto sfumato, statistico ma tremendamente utile. Ecco, questo esperimento mentale si è tradotto in un esperimento reale (senza soldi, però) dove al posto dello scommettitore stava un computer in grado di mappare i vari DNA. Ma anche fuori dai laboratori il concetto è già oggi molto utile, in medicina per esempio: quando si mette a punto una terapia genetica lo si fa già sapendo che una certa popolazione potrà beneficiarne più di un altra. Talune terapie, poi, sono mirate a priori su alcune “razze” (pardon, gruppi umani con un’origine comune). E c’è da credere che tendenze del genere siano destinate a moltiplicarsi in futuro allorché il connubio tra medicina e genetica si rafforzerà. Mi chiedo allora se, di fronte a questo stato di cose, sia lecito parlare di “razza” nel senso di “base genetica in funzione della quale distinguere un gruppo umano”? Di certo, se si riteneva di aver smascherato il concetto di razza come un costrutto sociale, possiamo ben dire che l’operazione sia fallita e che quindi, per dichiarare farlocco un concetto del genere occorre imboccare un’altra via.

Giusto un paio di riferimenti:

1: http://science.sciencemag.org/content/298/5602/2381

2: https://genomebiology.biomedcentral.com/articles/10.1186/gb-2002-3-7-comment2007

 

Allora, come lei sa io ho delle regole "of engagement". 

Una di esse e' che, oltre un certo limite piuttosto basso, non discuto di cose serie e dove occorra metterci sforzo e conoscenze tecniche, con anonimi. Quindi, ben felice di continuare la discussione ma dovresti uscire dall'anonimato. 

La seconda regola che raccomando e' quella di attenersi al testo altrui senza decidere che l'autore dicendo X vuole invece dire Y o Z e si ispira alla teoria K. Nel caso specifico il tuo commento precedente mi attribuisce affermazioni o affiliazioni ideologiche che non solo non ho ma certamente non sono in questo scritto. E, facendo questo, non fa sufficiente attenzione ne' a quanto ho scritto ne' a quanto poi cita a suo supporto. 

razza

broncobilly 27/9/2018 - 04:49

Oh, dopo aver litigato con il mio profilo spero di aver risolto il problema dell’anonimato. Nel frattempo mi accorgo quanto fosse prolisso il mio commento precedente. Urge sfoltitura e focalizzazione. Allora, reagivo semplicemente alla tua decisione di utilizzare il termine “etnia" anziché quello di “razza”, personalmente non avrei di queste remore. Tu invece lo scartavi perché vago e inutile in questa sede. Rimandavi poi allo “stato dell’arte” linkando due volumi di David Reich, il genetista recentemente al centro delle polemiche per aver sostenuto che esiste una base biologica a sostegno del concetto di “razza”. Non solo, consigliava di utilizzare questo termine poiché, dopo una vita dedicata ad approfondirlo, si è accorto che è il miglior modo per smantellare gli stereotipi razzisti. In secondo luogo, ammettere l’esistenza di variazioni genetiche tra le popolazioni è anche il miglior modo per prevenire che le scoperte future in questo senso vengano interpretate dai razzisti come una conferma delle loro ipotesi. Ebbene, io mi uniformo ai consigli di Reich e lo utilizzo, questo nonostante le critiche piovute sullo studioso (essenzialmente da parte di chi considera che ammettere l’esistenza delle razze umane sia già di per sé una forma di razzismo). Sì, ok, ammetto che in questa sede la questione del termine “razza” non è centrale, tanto è vero che bollavo il mio commento come off topic, ammetto che impiegare la parola “etnia” non cambia una virgola della sostanza. Tuttavia, cos’è quel sentimento di disagio verso il diverso (lo straniero) se non un residuo della nostra lealtà tribale. E la tribù in fondo resta un’ estensione del clan che è un estensione della famiglia: il riferimento all’antenato comune del gruppo – e quindi alla razza - è abbastanza chiaro.

L'articolo di Reich che ha innescato le polemiche: https://www.nytimes.com/2018/03/23/opinion/sunday/genetics-race.html

 

RISPOSTA A LUN

Se si utilizzano due pesi e due misure, probabilmente, è perché siamo di fronte a due cose diverse. Le merci e le persone, quando si parla di “cultura”, non sono esattamente la stessa cosa. Per avere un conflitto culturale occorrono due culture e due comunità che le rappresentino: le comunità sono fatte di persone, non di merci.

Il lavoro di Joseph Henrich è illuminante per comprendere la centralità della cultura nella società umana https://press.princeton.edu/titles/10543.html

L’ultimo libro di Paul Collier è centrato sull’ “obiezione culturalista” all’emigrazione di massa: https://www.amazon.it/Exodus-tab%C3%B9-dellimmigrazione-Paul-Collier-ebo...

Razza

michele boldrin 27/9/2018 - 06:48

Grazie per l'uscita dall'anonimato :)

Allora, in realtà sul punto specifico la cosa si potrebbe risolvere osservando che io, quando accenno a etnia vs razza, non per caso scrivo "inutile ai fini che qui mi interessano." Questo perché le subtleties di cosa siano o non siano le razze hanno rilevanza zero nel fenomeno chiamato "razzismo" (lo chiamo così perché viene chiamato così e perché chi fa il razzista crede di stare a differenziare fra razze definite come ai bei tempi andati, vedi sotto per "tempi andati") anche se possono essere (forse) utili in altri contesti. I due articoli che citi nel commento precedente si riferiscono a QUEI contesti, non al tema che io discuto.

Per questo ho spiegato che il dibattito non è risolto, ed infatti non lo è . Infatti, cosa dice esattamente David Reich (che non è dio ma ha scritto cose che l'han reso visibile)? L'articolo del NYT che citi è parte (quasi verbatim) di un capitolo del libro che io cito. L'articolo ha sollevato polemiche e, a mio avviso, DR, l'ha scritto per sollevare un dibattito in un certo specifico mondo americano "pc". Ossia quello universitario dove "race" è SEMPRE E COMUNQUE un artefatto socio-culturale e dove questo pregiudizio ideologico fa danni alla ricerca biologico-epidemiologica come mi confermano vari amici alla mia medical school (qui il leader del gruppo). A mio avviso l'articolo, utile in certi ambienti, è stato dannoso sul piano generale perché interpretato male e fuori dal contesto in cui DR l'ha pensato (secondo me l'ha estratto dal libro quando NYT gli ha chiesto il pezzo ... per fare pubblicità al libro :)). La posizione di DR e' molto piu' sfumata e complessa, come si evince leggendo i suoi articoli. 

Infatti nl libro in questione DR spiega in dettaglio perché la nozione di razza, comunemente usata e che tutti hanno in mente, non funziona proprio alla luce della ricerca genetica recente. Cito dal libro (ce l'ho in Kindle, devi andare al 73% del file). Qui leggi:

"As recently as 2012, it still seemed reasonable to interpret human genetic data as pointing to immutable categories such as “East Asians,” “Caucasians,” “West Africans,” “Native Americans,” and “Australasians,” with each group having been separated and unmixed for tens of thousands of years. [...] But ancient DNA discoveries have rendered the serial founder model untenable. We now know that the present-day structure of populations does not reflect the one that existed many thousands of years ago.34 Instead, the current populations of the world are mixtures of highly divergent populations that no longer exist in unmixed form—for example, the Ancient North Eurasians, who contributed a large amount of the ancestry of present-day Europeans as well as of Native Americans,35 and multiple ancient populations of the Near East, each as differentiated from the other as Europeans and East Asians are differentiated from each other today.36 Most of today’s populations are not exclusive descendants of the populations that lived in the same locations ten thousand years ago. The findings that the nature of human population structure is not what we assumed should serve as a warning to those who think they know that the true nature of human population differences will correspond to racial stereotypes. Just as we had an inaccurate picture of early human origins before the ancient DNA revolution unleashed an avalanche of surprises, so we should distrust the instincts that we have about biological differences. We do not yet have sufficient sample sizes to carry out compelling studies of most cognitive and behavioral traits, but the technology is now available, and once high-quality studies are performed—which they will be somewhere in the world whether we like it or not—any genetic associations they find will be undeniable. We will need to deal with these studies and react responsibly to them when they are published, but we can already be sure that we will be surprised by some of the outcomes. Unfortunately, today there is a new breed of writers and scholars who argue not only that there are average genetic differences, but that they can guess what they are based on traditional racial stereotypes.

Reich, David. Who We Are and How We Got Here: Ancient DNA and the New Science of the Human Past (Kindle Locations 4545-4561). Knopf Doubleday Publishing Group. Kindle Edition.  "

 

Il resto del capitolo (usando i risultati che DR ha illustrato precedentemente) spiega perché le "razze" così definite sono nozioni prive di base scientifica. Che è quello che mi interessa in questo contesto (ed anche in altri a dire il vero, ma fa niente). In un commento non posso riassumere il contenuto di decine di articoli quindi devo rinviare alla lettura del libro. Qui un sommario popolarizzato  di quel lavoro ed altri

Ma il punto sviluppato nel libro è chiarissimo: le "razze" così come si definiscono nel linguaggio comune non hanno alcuna base scientifica perché tutta l'evidenza mostra che le popolazioni oggi esistenti sono MIXES di QUELLE razze. Per questa ragione uso "etnie" perché queste sono maggiormente identificabili usando altre variabili (linguaggio, costumi, cultura in genere e luogo CORRENTE di provenienza) che non quello di razze nel senso comunemente usato. 

Questo NON implica che non si possa definire scientificamente ALTRE partizioni razziali utili a livello medico-epidemiologico. I due articoli che citi nel commento precedente a questo si riferiscono, ovvero a "distribuzioni di caratteristiche genetiche dove alcuni fattori principali sono altamente dominanti e permettono separazione di una distribuzione dall'altra" per usi medico-biologici. 

Spero questo aiuti. Scritto un po' in fretta spero non aver fatto errori con i link!

Secondo lei, quali sarebbero le 'razze' della specie umana? Perché è un concetto privo di qualsiasi utilità scientifica se non si arriva a una categorizzazione condivisa. Cioè, gli scienziati possono non essere perfettamente d'accordo nel definire un certo mustelide o un ceppo di klebsiella come specie a parte o sottospecie, ma almeno sappiamo di cosa stiamo parlando.

Mentre le 'razze', anche quando questo concetto era moneta corrente in biologia, possono essere tre (caucasoide, negroide, mongoloide), quattro (australoide?), cinque (e gli indiani? Indioidi?), dieci, venti a seconda dell'autore.

Il gedankenexperiment che propone ci dice semplicemente che certi polimorfismi genetici hanno distribuzione geografica: 'no shit, Sherlock', per citare Sir Arthur Conan Doyle. Ma questa distribuzione è continua, non discreta. E, certo, certi tratti somatici ci permettono 'probabilisticamente' di intuire le origini geografiche di una persona e quindi la probabilità che abbia un certo polimorfismo associato a tale origine. Ma qualsiasi passaggio che superi un ragionevole atteggiamento empirico probabilistico sfocia nella pseudoscienza - e possibilmente nell'abuso politico.

Provo a spiegare con degli esempi, anche alla luce del suo riferimento alle terapie 'mirate'. Se domani si presentasse nel mio ambulatorio il giudice Clarence Thomas della Corte Suprema (non si sa mai), gli prescriverei per l'ipertensione un diuretico anziché un ace-inibitore, perché gli afro-americani (gruppo etnico con origini comuni, ben precise) rispondono meglio (in media) al primo che al secondo. Se applicassi la stessa decisione a Teju Cole, che è uno scrittore nigeriano, starei forzando l'evidenza medica in nostro possesso dando per scontato che Thomas appartenga alla stessa 'razza' dell'Africa occidentale da cui i suoi antenati sono stati presi in schiavitù. Se prescrivessi lo stesso farmaco di default a un rifugiato eritreo (non posso avere solo pazienti VIP), starei ipotizzando una categoria razziale pseudoscientifica, quella della razza 'africana', tra popoli con storie genetiche diversissime.

Inoltre, i polimorfismi che permettono di 'mirare' una terapia si comportano molto diversamente da quelli che ci permettono di stimare le origini geografiche di un individuo, perché questi ultimi devono essere il più possibile 'neutri' nei confronti della selezione naturale, mentre la tendenza alla sodio-ritenzione degli afro-americani probabilmente dipende dalle origini in zone aride (o addirittura alla probabilità di sopravvivenza nelle navi dei negrieri). La prevalenza della fibrosi cistica, dell'anemia mediterranea, dell'intolleranza al lattosio ha una grande varianza geografica ma sulla base di fattori ambientali, non razziali.

In sostanza, l'attenzione medica alle origini geografiche del paziente non smaschera affatto la natura 'sociale' delle categorie razziali. Ne è un chiaro esempio la divisione tradizionale delle statistiche americane, utilizzate molto dall'alt right a seguito di lavori come il famoso 'The bell curve': perché penso che nessuno darebbe mai una valenza scientifica a categorie come 'hispanics', 'asians', 'caucasian' (o 'white' o 'european') e 'african-american', a malapena utilizzabili nella pornografia online. Sono grossolane distinizioni sociologiche, che si portano indietro inevitabili bias sociali.

PS non avevo ancora letto l'articolo di Reich citato nella discussione. Mi pare ragionevolissimo. Il fatto che sia stato attaccato 'da sinistra', cioè da un fronte costruttivista (si chiama così?) di accademici che hanno letto pessime traduzioni inglesi di Foucalt e non le hanno capite, mi fa capire la tentazione di fare il salto e difendere il concetto di 'razza'. Ma chiaramente questa non è la posizione di Reich.

Ah ah ah

michele boldrin 8/10/2018 - 02:31

Ti capisco. A volte e' difficile resistere alla tentazione di trasformare anche la scienza in una partita di calcio, con tifosi e relativi pestaggi :)

Ma bisogna resistere.