Titolo

Prima gli italiani - Del mio razzismo.

14 commenti (espandi tutti)

sono la ragione del fatto che il Prof. Boldrin mi rimane simpatico nonostante le contumelie che mi ha spesso riservato. MB si è costruito un personaggio da Burioni dell'economia, ma a differenza del Burioni vero, che "blasta la gente" sì ma solo quando si parla di vaccini (guardandosi bene da imprudenti sortite fuori dal terreno sicuro) egli si avventura, pubblicamente, anche in terreni spinosi come questo, mettendosi in gioco e dando dimostrazione di onestà intellettuale. Glie ne rendo merito.
Ben sapendo che questa captatio benevolentiae (che è un sincero riconoscimento) non basterà per mettermi al riparo dagli strali, porto per ora una sola osservazione, prendendo spunto da questo passaggio:

 

2) Gli esseri umani hanno un innato senso di proprietà per il territorio che essi abitano. Lo percepiscono come loro e ritengono di avere il diritto di escludere altri umani dall'usarlo. Se altri cercano di usare le risorse di quel territorio (...) essi vengono percepiti come "nemici" e si cerca di respingerli. Di nuovo, non mi interessa discutere se questo sia un "diritto naturale" (..) o meno. Noto che così è ed è sempre stato da quando homo sapiens s'aggira per il pianeta.

La ricerca in campo antropologico (..) sostiene che questi istinti o tratti psicologici degli umani siano delle adaptation evolutive alla situazione ambientale in cui si sono evoluti: se hai il minimo per sopravvivere, e quel minimo viene dalla terra che abiti, l'arrivo di altri umani che intendono sfruttare i prodotti di quella terra mette in pericolo la tua sopravvivenza. Quindi li combatti per sopravvivere ed elabori norme, metodi e giustificazioni "morali" per farlo. Sembra ragionevole ed intellettualmente m'interessa alquanto.

Ma no, questo senso di proprietà non è innato. Gli esseri umani non hanno “sempre” percepito come loro il territorio che abitano. Dal tempo dei Neanderthal fino alla preistoria recente dei popoli cacciatori-raccoglitori, cioè per centinaia di migliaia di anni, non fu così. L’uomo che viveva cacciando o raccogliendo dei frutti che spontaneamente la terra gli offriva non aveva ragioni – o ne aveva molto poche – per sviluppare un senso del possesso per quella terra in particolare. Era nomade, e poteva desiderare la fruizione esclusiva di una porzione di terra solo quando questa fosse una risorsa particolarmente scarsa e preziosa, come un’oasi nel deserto, un’isola o l’alveo fluviale del Nilo.
Il senso del possesso (del territorio) divenne impellente agli uomini quando cominciarono a colonizzarlo, con le comunità stanziali dedite all’agricoltura e all’allevamento.
È piuttosto facile intuire le ragioni per cui quell’uomo che prima aveva lavorato, seminato e coltivato una terra poi presumesse di avere dei diritti di esclusiva (o perlomeno una priorità) sulla fruizione dei frutti che provenivano da quella terra e dal suo lavoro insieme.
Dall’inizio della storia, via via che l’umanità è progredita dallo stadio preistorico dei popoli raccoglitori, essa ha sempre di più antropizzato il suo habitat, sovrapponendo uno sull’altro infiniti layer di strutture che trasformano quel territorio in qualcosa di radicalmente diverso.
Strutture fisiche, e strutture concettuali: dalla rete fognaria fino al sistema giuridico – che a meno di immaginifiche Panarchie immaginate da utopisti sognatori ha necessariamente una base territoriale – il territorio che gli esseri umani popolano è stato da essi adattato alle loro esigenze con migliaia di modifiche, aggiunte ad esso con il loro lavoro, lungo centinaia di generazioni.
Questo territorio modificato non è più un terreno vergine, come sarà la superficie di Marte il giorno in cui ci arriveremo.
Non è più semplicemente un “territorio”.
Le fogne che raccolgono la nostra cacca le abbiamo costruite, l’acqua che esce dal rubinetto proviene da una diga che abbiamo costruito, per mezzo di un acquedotto che abbiamo costruito, i fornelli di casa funzionano grazie al metanodotto che abbiamo costruito, la luce si accende grazie agli elettrodotti che abbiamo costruito, le strade e le ferrovie che facilitano i nostri trasporti le abbiamo costruite, il fiume non ci inonda grazie agli argini che abbiamo costruito, la malaria non ci uccide grazie alle bonifiche che abbiamo completato, e così via all’infinito. E sopra di queste strutture fisiche, stanno le strutture di livello superiore, come il sistema giuridico già menzionato, il sistema sanitario, l’assistenza sociale, le scuole, i servizi di sicurezza, eccetera, che tutte assieme formano il cosiddetto capitale sociale, che (a differenza di quello privato) si diluisce man mano che si aggiungono nuovi utilizzatori; e che come le strutture fisiche non si è formato da solo, ma è stato costruito con il lavoro lungo decine o centinaia di generazioni.

Il territorio colonizzato diviene come una casa per gli uomini perché - come quella - è costruito sopra un terreno che fu incolto un tempo, ma che è stato reso abitabile e accogliente grazie al loro lavoro, qui collettivo e intergenerazionale.
Perché dunque ci pare così strano che gli esseri umani non che “popolano” e basta, ma che hanno colonizzato un territorio, poi lo percepiscano come loro, tanto che ci sembra ci sia bisogno di rifarsi alla ricerca antropologica per comprenderne le banali ragioni?
Quello che mi sembra davvero degno di nota è questa ovvietà risulti così oscura, e di questo fatto azzardo una mia spiegazione: secondo me questa miopia è un’altra conseguenza dell’individualismo della civiltà borghese. Lo spirito borghese è talmente abituato a osservare il mondo in termini individuali, che vede con sospetto, o rifiuta del tutto, qualunque petizione di principio che si muova lungo più di una generazione. Qualunque considerazione, di merito o di valore, che si riferisca a un soggetto collettivo, e sia in senso orizzontale (la comunità, chiamata con disprezzo “tribù”) sia in senso verticale (il clan, chiamato con disprezzo “stirpe”) è respinto con sdegno dallo spirito borghese, che riconosce diritto di esistere solo all’individuo, e sopra all’individuo ammette soltanto la società, artificiosa ed esteriore costruzione positiva, come in Ferdinand Tönnies.

Il professor Rustichini, nel dibattito con Giulio Zanella comparso qui su nFA e ricordato da MB, scriveva in una nota a un lettore:

 

I poveri cristi italiani stanno meglio di quelli in Africa non per un caso, e non per sfruttamento. Anche io sono in una condizione privilegiata; in buona parte questo è dovuto (oltre che ai miei sforzi individuali) alla lenta accumulazione, fatta di sacrifici e di lavoro, delle persone nella mia famiglia che mi hanno preceduto. Io conosco, e so il nome, e la storia, di ognuna di queste persone, almeno fin dai primi decenni del 1600. E sono grato a tutti loro, uno dopo l’altro. [..]
Ti è chiaro ora che le sorti di una persona dipendono non dalla sua cittadinanza, ma dalla sua storia?

In questo passaggio c’è la chiave della discordia. Rustichini supera i confini del principio individuale: collegando le sorti di una persona con la sua storia, egli trasferisce su un piano collettivo (qui intergenerazionale) la giustificazione etica della disuguaglianza.
E nella stessa nota, spiega anche le ragioni per cui ciò non è solo possibile, ma è necessario.
Ma si può fare? Secondo la mistica borghese, NO. Ecco la causa psicologica di quella trappola autodistruttiva che Alain de Benoist ha chiamato feticismo dell'accoglienza.



Credo sia poco importante nell'ambito del discorso ma tutte le letture fatte in proposito mi confermano che l'istinto della territorialità era fortemente radicato anche nelle popolazioni di cacciatori-raccoglitori. Il motivo è semplice: quel territorio (vasto da 35 a 50 km2 per villaggio) era vitale per la sopravvivenza di un nucleo che era attorno ai 35-40 persone, bambini inclusi.  C'è un equilibrio tra territorio e risorse e questo bastava a quel villaggio solo. Erano stanziali quelle nelle foreste, nomadi chi seguiva la transumanza ma erano molto ostili nei confronti di competitori (umani e non, che venivano eliminati). I villaggi erano quindi distanziati tra loro e non erano ammessi sconfinamenti.  Ci sono diversi riferimenti nei libri di Pincker.  

Poi chiamo questo "terriorialità" come per un branco di leoni, non  "senso di proprietà".
Questo sì che è sorto con l'agricoltura. 

Vero

Nicola Del Santo 12/10/2018 - 10:11

Anche se l'impostazione puramente marxista (nel senso del materialismo storico) di tanta antropologia culturale odierna (nella mia idea) occulta alcune fasi del processo storico, può servire per individuare le basi razionali di molte strutture psichiche e tabu culturali.
L'equilibrio tra territorio e risorse cui Lei accenna esiste, ed è senz'altro alla base della territorialità, tuttavia per riconoscere meglio l'origine delle forme della volontà umana - e le possibilità di azione su di esse - si deve osservare tutto ciò che tiene insieme le comunità umane, che è riassunto dal concetto etnologico di Totemico.
Il Totem simboleggia - e riassume in se - tutto ciò che è essenziale alla sopravvivenza di una comunità, ed è incorporato al suo interno fino a divenire organico in essa.
Una comunità infatti non è solo un insieme di individui: è un insieme di individui, un linguaggio comune, una memoria storica, un territorio, un insieme di valori condivisi.
E nell'omaggio al Totem si simboleggia l'accettazione manifesta delle condizioni linguistiche e culturali che permettono di prender parte al patto fondante di quella comunità politica.
Il territorio (quella porzione di esso che è abbracciata dal Totem) non è dunque semplicemente il luogo in cui la comunità vive: è parte della comunità, è uno dei suoi elementi costitutivi. Per questo le divinità del territorio, come il Tudigong della religione cinese, sono sempre presenti al livello più "popolare" dei pantheon di ogni civiltà: la base del Totem è territoriale.
Per riconoscere questo, secondo me, è più utile l'impostazione pre-marxista dei grandi sociologi del passato, come il già citato Ferdinand Tönnies, o come Émile Durkheim, che con la sua Coscienza Collettiva isola e mette a fuoco la componente spirituale di questo insieme. Tuttavia nella costruzione concettuale di Durkheim il territorio non è presente: il suo concetto abbraccia gli strati superiori del Totem, di cui il territorio è la base.

E continui a voler fare il pensatore senza far la fatica di pensare. 

Basta un esempio. Scrivi

"Le fogne che raccolgono la nostra cacca le abbiamo costruite, l’acqua che esce dal rubinetto proviene da una diga che abbiamo costruito, per mezzo di un acquedotto che abbiamo costruito, i fornelli di casa funzionano grazie al metanodotto che abbiamo costruito, la luce si accende grazie agli elettrodotti che abbiamo costruito, le strade e le ferrovie che facilitano i nostri trasporti le abbiamo costruite, il fiume non ci inonda grazie agli argini che abbiamo costruito, la malaria non ci uccide grazie alle bonifiche che abbiamo completato, e così via all’infinito. E sopra di queste strutture fisiche, stanno le strutture di livello superiore, come il sistema giuridico già menzionato, il sistema sanitario, l’assistenza sociale, le scuole, i servizi di sicurezza, eccetera, che tutte assieme formano il cosiddetto capitale sociale, che (a differenza di quello privato) si diluisce man mano che si aggiungono nuovi utilizzatori; e che come le strutture fisiche non si è formato da solo, ma è stato costruito con il lavoro lungo decine o centinaia di generazioni."

Ed e' tutto banalmente falso. Anzitutto perche' l'uso della prima persona plurale lascia indefinito chi siano i "noi" (quelli che vivono ora in Italia, quelli che ci vivevano al tempo che le varie infrastrutture vennero costruite, quelli che han pagato le tasse che li hanno finanziati e quindi non quelli che le tasse non lehanno pagate, chi le sta pagando ora per tenerle in piedi, chi vorrebbe pagarle o le paghera'?) ed in secondo luogo perche' ti attribuisci la proprieta' di cose su cui non hai proprieta'. Il sistema giuridico ha mille padri intellettuali (buona parte stranieri, il resto morti) a cui nessuno ha pagato il debito. Il "capitale sociale" se e' quella roba per cui in Trinacria c'e' la mafia e' un capitale negativo, se invece sono gli usi e costumi in generale questi si evolvono da sempre grazie ai contributi di chi si muove in Italia e nel mondo quindi NON si diluisce ma si modifica ed adatta, eccetera.  

By the same token dovresti chiederti: che diritto di proprieta' hai tu (avete "voi", chiunque voi siate) su cio' che le generazioni precedenti di persone che hanno vissuto in Italia hanno lasciato e sul quale si regge un buon 20% dell'economia del paese? Avete rimborsato gli austriaci per i lavori fatti nel lombardo-veneto? I romani per il colosseo? Attila per il trono del Torcello? I francesi e Napoleone in particolare per essersi inventati il fatto che l'Italia era uno stato-nazione oppresso e per gli innumerevoli contributi al suo sistema giuridico ed istituzionale? L'elenco e' endless ma nella tua piccola testa non ci entra, purtroppo.

Insomma, scrivi stronzate. Ma stronzate gigantesche come al solito le quali hanno un unico fine: pretendere vi sia della ricerca, dello studio, del pensiero dietro alle affermazioni che una mente fascistoide ed anche un po' malata continua a produrre.  Ti invito per l'ennesima volta a smetterla. Se davvero hai questa ammirazione allora accetta il mio consiglio da professore: scrivi stronzate che provano solo grande ignoranza. Studia e quando avrai finito di studiare riprovaci. Ci si sente fra 10 anni, viste le enormi lacune culturali che manifesti.

Quel fascistone di Ulisse, che anziché accogliere i Proci in maglietta rossa al grido di welcome refugees li scacciava con l'arco.
Mentre analizza i fenomeni sociali con categorie di analisi manichee e grossolane da seconda media (razzisti, populisti, fascisti) lei si permette di dare dell'ignorante ad altri, senza nemmeno immaginare che qualcuno possa aver pensato più a fondo di lei (e magari capito meglio di lei) i fenomeni in oggetto.
Eppure dei cento appunti che avrei potuto muovere a questo suo scritto mi ero limitato ad uno solo, puntando l'errore più macroscopico, con tono pacato e dopo aver reso omaggio alla sua onestà intellettuale, ed al coraggio che dimostra uscendo dalla sua comfort zone ed entrando in temi spinosi delle scienze sociali (che conosce poco e su cui ha riflettuto solo superficialmente).
Non è bastato. Come al solito Lei aggredisce personalmente quello che non si genuflette alla sua onniscenza e anziché unirsi alla clacque osa dissentire.

Probabilmente non si rende neppure conto che con questa replica conferma quanto avevo affermato.
Nemmeno subito dopo aver evidenziato l'incapacità dello spirito borghese di uscire dai limiti del principio individuale, Lei riesce a riconoscere l'essenza e il significato delle identità collettive: cerca ancora di evidenziare l'inconsistenza di immaginifici nessi individuali (gli austriaci, i romani, ecc.) ripetendo di nuovo l'errore concettuale che avevo evidenziato.
Dall'inizio della storia, tutti gli uomini di tutti i gruppi sociali di tutte le epoche e di tutti i continenti hanno sempre avvertito come un dovere la necessità di proteggere il territorio su cui il loro gruppo è insediato. Non ha nessuna importanza che ciò sia avvenuto per mezzo di una occupazione pacifica, di una conquista sanguinosa, di una usurpazione. La giustificazione (etica) di questo è nella storia (del gruppo, non dell'individuo); la spiegazione razionale nella simbiosi del gruppo sociale con il suo territorio, antropizzato lungo centinaia di generazioni; la spiegazione psicologica nella volontà essenziale, che per gli animali sociali è contenuta nell'istinto della specie.
Ciò è talmente naturale, talmente antico, e radicato così in profondità che lo abbiamo in comune addirittura con molti animali (tutti quelli dotati di istinto gregario). L'ape che protegge il suo favo - a costo della vita e senza esitazioni - di fronte alla minaccia portata non solo da specie diverse ma anche, anzi soprattutto, da api di un altro alveare (cioè membri della stessa specie, ma appartenenti a gruppi diversi) non lo fa perché ricorda le fatiche sostenute personalmente per trasportare la melata, perché suo nonno apone fu il primo a raggiungere quel luogo, o perché ha ascoltato la propaganda di Salvini. Lo fa perché sente istintivamente che proteggere l'habitat del suo gruppo di appartenenza da soggetti esterni è suo dovere assoluto.
Il territorio è un elemento esterno nella dinamica relazionale dell'individuo. L'habitat non è un elemento esterno nella dinamica dei gruppi sociali: è parte integrante dell'unità collettiva.

Ti ricorderemo, senza particolare nostalgia ma con un rilassato sorriso, grazie a questo tuo ultimo e monumentale "scritto" che riassume in se il perché ti ho bannato. Perché essere ignorante è comprensibile, essere tonto pure e financo essere ottusamente convinto d'essere nel giusto lo si può capire. 

Ma quando vengono tutti assieme in dosi esagerate, come nel tuo caso, e ti conducono ad inventarti che il Colosseo si deve a te perché pisci e caghi nelle vicinanze di dove lo fecero gli schiavi che lo costruirono e che cio' che riconosci in te come piu' profondo ed elevato sono alcuni bassi istinti (vedi articolo) bestiali allora è chiaro che non c'è scampo. Buona vita fra le bestie con cui, as per your writing, t'identifichi. 

La invito a rivalutare la Sua decisione circa il ban ( se fosse stato effettuato ) a Nasissimo ( aka Nicola Del Santo ) , posso capire il Suo disappunto nell'essere stato attaccato , ma altrettanto capisco la frustrazione nell'essere considerati ignoranti e inetti , valutazioni che Lei spesso non nasconde nelle Sue risposte all'utenza .

Saluti

La ringrazio vivamente per il sollecito le cui  buone intenzioni comprendo (sarebbero state più sostanziali se lei avesse assunto un'identità altra da quella di un fumetto). Ma appartengo ad altra cultura ed altre tradizioni, sono un conservatore. Fino in fondo.

Se lei solo scorre le annate di nFA scoprirà che "essere attaccato" (mamma mia) mi fa zero impressione. Ci feci il callo 14enne, quando "attaccato" aveva connotazioni fisiche ben più sostanziali. S'immagini che effetto mi fanno le scempiaggini ... 

Trattasi puramente di igiene mentale collettiva. Chi ne è privo è come un virus e per i virus, come ci ha insegnato la medicina. occorre usare i vaccini e, in assenza, l'isolamento. Il giorno in cui imparerete lei a metterci la faccia e la reputazione ed altri ad accettare che vi sono temi su cui occorre star zitti per evitare di spandere virus letali, sara' sempre tardi.

Buone cose e buon studio.
P.S. La lezione e' finita. Class dismissed.

...la questione della "igiene mentale collettiva" (Boldrin) è oggi cruciale e meriterebbe una discussione approfondita. Premetto che condivido le obiezioni di Boldrin alle tesi di Del Santo. Solo penso che sarebbe più efficace criticare sì con la massima durezza tesi sbagliate, anche in modo sbrigativo e tagliente, specialmente se portatrici di "virus letali" (quelle di Del Santo anche secondo me lo sono), senza però dare giudizi negativi sulla persona. Non è questa mia una posizione di principio, è solo un'opinione su una questione empirica riguardo alle migliori tecniche di igiene mentale collettiva. Opinione, per ora senza argomenti e dati a sostegno, quindi altamente opinabile. Qualcuno sa indicare ricerche pertinenti e attendibili sul tema?

premesso che non ho opinioni da dare sulla disputa in questione , e che mi limito ad affermare che per quanto io abbia capito da tradizione liberale si intende partecipare agli oneri ed onori della citadinanza col pagamento delle tasse ( e quindi si' , se nasissimo paga le tasse vanta un diritto su cio' che e' italiano , strade ponti e quan'altro ) ... 

ma cio' che mi preme sottolineare e' che non credo servano le "ricerche pertinenti e attendibili" per affermare che il "ban" e' la misura che meno favorisce l' "igiene mentale collettiva" ; l'utenza bannata , che poteva essere fatta rinsavire dagli esperti ,  ora e' , una volta bannata appunto , ancora piu' a rischio di "contagio" ; tra l'altro il ban non serve nemmeno a proteggere l'utenza di nfA in quanto per la maggior parte gia'  vaccinata

approfitto del suo intervento per ringraziare Lei insieme agli altri che mi hanno manifestato solidarietà in privato (sono sorpreso pure io), e per salutare i contributori e redattori di nFA con cui ho piacevomente scambiato opinioni in questi ultimi dieci anni. Ma - come dicevo all'ultente pippo nel commento cancellato - non servono intercessioni, perché anche nell'ipotesi (assai improbabile) in cui il professor Boldrin cambiasse idea e mi riammettesse, io non potrei più, né più vorrei, essere parte di noiseFromAmerika.
Questo perché non potrei mai cucirmi la bocca e "stare zitto", come scrive Boldrin, cioè impormi di non dissentire quando mi pare che ce ne sia motivo, o di non intervenire quando mi pare di avere qualcosa da dire. Finirei inevitabilmente per scontrarmici di nuovo.

Qui sopra il professor Boldrin ha dimostrato di non conoscere la differenza tra "territorio" e Habitat. Io glie l'ho fatto notare, e lui anziché ringraziarmi per l'aiuto mi ha insultato e poi bannato, dopo avermi suggerito di "studiare" non si sa bene che cosa. Lei Bercelli, che sa di sociologia, sa di che cosa parlavo: Lei sa che è vero, ma non può scriverlo qui, perché correrebbe il rischio di far indispettire il leader, con conseguenze imponderabili.
Ecco: questo clima da stato maggiore nord-coreano che impone a questo forum, censurando e bannando i pochi temerari contraddittori (magari mentre da loro dei "fascisti") illustra alla perfezione la dittatura del politicamente corretto che impera ovunque, ed è precisamente la ragione per cui ho sempre sentito il bisogno di contraddirlo, ogni quando ne vedevo la ragione.

Si tratta esattamente del bisogno di "igiene mentale" di cui parla lui. Accolgo anche io la definizione. Solo che la lebbra cerebrale da cui ci dobbiamo disinfettare è proprio la boria di una elìte ottusa, supponente e arrogante di cui egli è campione. Sono anche io preoccupato dalla possibilità che il malessere sociale, il disagio e la crisi di rigetto provocati dalla presenza nel territorio italiano di 650.000 elementi estranei alla comunità politica, che passano le giornate ai giardini senza fare nulla (quando va bene), possa tradursi nel riaffiorare di sentimenti xenofobi, e anche del razzismo quello vero. Se ne vedono già le prime avvisaglie. Ma so che il malessere sociale è un sintomo, non è la malattia: reagire ad esso con lo scherno e con gli insulti è tanto stupido quanto pensare di curare la febbre con gli schiaffi. Una elìte consapevole, anziché ritirarsi nella cittadella degli illuminati e poi da Costantinopoli misurare la distanza che la separa dalla "massa" degli stolti, dovrebbe sforzarsi di capire la ragione profonda dei fenomeni sociali in essere, che è concreta e per le classi popolari estremamente impellente.
Le categorie di analisi offerte dalla sociologia possono essere di aiuto, ma bisogna saperle impiegare: non esistono "temi in cui occorre stare zitti", occorre capire. Sempre, od ora più che mai.        

Concludo precisando che questo account farlocco mi è servito per i saluti, non lo userò più.
Non occorre che MB  mi banni una terza volta (anche se probabilmente vorrà farlo, perché il leader deve avere sempre l'ultima parola) tolgo il disturbo da solo.
Saluto cordialmente Lei, Guido Cacciari, il dott. Pontiroli, il dott. Piergentili, il dott. Palma, il prof. Federico, Andrea Moro, Paolo Biffis, Giorgio Arfaras, Francesco Forti, il buon bonghi, dragonfly, amadeus, ottoking e tutti gli altri con cui ho avuto piacevoli scambi di opinioni in questi dieci anni. Saluto cordialmente anche Michele Boldrin.
"Peppone" non esiste, e Nasissimo muore quest'oggi. È lo pseudonimo che ho usato per trent'anni, da quando scrivevo nel giornalino del liceo; ci sono affezionato, ma ora non mi serve più.
E l'ingegner Nicola Del Santo deve concentrarsi sul suo lavoro, e nel tempo libero dedicarsi alla famiglia e ai suoi bambini. Se mi avanzasse qualche ora notturna, la dedicherò alle mie letture, o al massimo a qualche partita lampo di scacchi nell'Internet Chess Club.
Solo in quel luogo virtuale continuerò ad essere Nasissimo.
Se qualcuno vuole sfidarmi è benvenuto.

 

N

ma sei sicuro?

cmq, un bel numero. io non me la prenderei così tanto per il ban, specialmente sul piano personale ( e qua l'anonimato è di grande aiuto).

l'interazione con Nfa ha sempre avuto un certo carattere misterioso, con andirivieni di personaggi memorabili e anche bizzarri, compagini di redattori dormienti/assenti/presenti, periodicità non certo garantita etc.  il tutto  però offerto con generosità.

qualche precisazione:

- la mia opinione l'ho detta per intero, ho timore di contraddire Boldrin, ma lo supero (il timore) ;-)

- so forse qualcosa di sociologia, ma riguardo alla sua tesi ho poco da aggiungere alle obiezioni di Boldrin, che condivido, pur avendo un'opinione diversa sul modo, per ragioni che ho solo accennato

- non mi esprimo sul caso particolare della sua esclusione, decisa dalla redazione di nfa, anche se come ho detto mi piacerebbe che si discutesse qui delle questioni relative alla "igiene mentale collettiva", per cui Boldrin ha ritenuto opportuno suggerire la sua esclusione. 

Un saluto cordiale.

Siccome (almeno per un po') l'Italia e' un paese libero (amici di "Peppone" permettendo) Peppone fa un bel blog suo di lui, come dicono nel suo giro.

Li', nel suo habitat naturale, in mezzo alla sua etnia, circondato dalla sua gente, dai suoi simili, dal popolo del cui eterno afflato vitale si nutre, respirando lo spirito della terra e danzando le danze identitarie della tribu' a cui appartiene e che fece grande Roma e pure Roccaraso, puo' fare tutti i dibattiti sociologi che vuole, spiegando agli intellettuali elitari che il popolo vero, quello che lui messianicamente interpreta, vuole l'habitat e che il Colosseo e' opera di chi risiede a Trastevere e fa finta di lavorare in qualche ministero.  

Qui, maledetto neoliberismo radical-chic e globalista, no. Chiaro? Spero di si' altrimenti estendiamo le difese anti-virus. La proprieta' privata fa parte dello spirito del popolo di Peppone o e' esclusa nell'habitat primordiale in cui si sente a casa? Perche' qui, neolibbbbberisti con 19 b, alla liberta' privata un po' ci teniamo ancora.