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La bagarre rossobrunata sugli inceneritori

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In realtà non è un calcolo semplice ed immediato. E’ un parametro che è stato inserito nella direttiva 2008/98/CE (Direttiva quadro sui rifiuti) che, per la prima volta definisce la differenza tra incenerimento a terra (categoria D10), che è essenzialmente uno smaltimento, e recupero energetico (categoria R1) cioè il rifiuto che ha una “Utilizzazione principale come combustibile o come altro mezzo per produrre energia”, mettendo un punto alle infinite diatribe nate dalla distinzione. Il discrimine giace proprio nell’efficienza di recupero energetico, che deve essere superiore a dei livelli minimi, stabiliti sia per gli impianti nuovi sia per gli impianti in esercizio. Il Calcolo di questa efficienza (cioè il valore riportato dal post) deriva da un algoritmo in cui vengono presi in considerazione input ed output energetici opportunamente pesati. In pratica si tratta di un bilancio energetico tra entrate ed uscite su base annua. Per essere considerato impianto di categoria R1 il valore minimo è stato fissato a: 0,60 per impianti in esercizio ed autorizzati in accordo alla normativa comunitaria vigente prima del 1 gennaio 2009 e 0,65 per impianti autorizzati dopo il 31 dicembre 2008. Senza entrare troppo in tecnicalità, comunque i nuovi impianti dovranno essere molto efficienti, e la destinazione e il tipo di energia prodotta (elettrico o termico) è funzione delle esigenze locali. Data la definizione dell’algoritmo di calcolo, la produzione di energia termica offre dei vantaggi perché permette di arrivare più facilmente al valore di efficienza richiesto. Per questo i paesi del Nord Europa (più orientati per evidenti motivi a produrre calore) sono più favoriti dalla definizione e, paradossalmente, favoriscono l’invio di rifiuti dal Sud Europa poiché l’incenerimento dei rifiuti urbani raggiunge più agevolmente lo status di operazione di recupero.

Grazie.

michele boldrin 20/11/2018 - 17:28

A questo servono i commenti, vi ringrazio.