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Rivoluzionare, non riformare, il mercato del lavoro in Italia

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Cari rumorosi americani:

 ho letto con gusto l’articolo sulla rivoluzione del mercato del lavoro e sono sinceramente intenerito dal vosto entusiasmo. Alcuni spunti polemici sono notevoli e ben scritti, da altri mi sembra vi lasciate trascinare dalla paranoia e immaginiate che solo sepolcri imbiancati possano non essere d’accordo con voi. Io mi limitero’ a chiedervi di lavorare di piu’ per fornire l’evidenza empirica che manca ad alcune delle vostre argomentazioni.

1) “Posto fisso alle Poste”: quanti sono quelli che lo sognano? Sono tanti rispetto a cosa? (Altri paesi? Altri periodi storici?). E’ assunto come dato di fatto nel dibattito che “tanti lo sognino” ma ottenere evidenza empirica non e’ banale: non basta certo il numero di iscritti ai concorsi pubblici (se il sistema di reclutamento non e’ omogeneo nel tempo e tra paesi questo puo’ amplificare o meno gli iscritti e far perdere valore alla comparazione riguardo al fatto se siano “tanti”).

2) Riguardo i (scandalosamente bassi) tassi di occupazione in Italia avete identificato la ragione principale: basso tasso di occupazione femminile e basso tasso di occupazione giovanile. Dati tutti i possibili effetti di feed-back provenienti dal mercato del lavoro, siamo sicuri che il mercato del lavoro abbia in first-order effect nello spiegare i bassi tassi di occupazione di queste due categorie. Butto li’ due possibili spiegazioni: per i giovani, il sistema scolastico a livello terziario (soprattutto per la fascia d’eta’ che citate: 20-25 anni); per le donne, asimmetrie nel carico di lavoro in famiglia e discriminazione. naturalmente entrambe le spiegazioni sono legate al mercato del lavoro ma dire che la mancanza di flessibilita’ nel mercato del lavoro sia la cuasa quantitativamente piu’ rilevante nello spiegare i bassi di attivita’ per questi due gruppi e' qualcosa che rimane da essere provato.

3) Nella risposta alla lista di Andrea Ichino riguardo i costi della flessibilita’ portate il solito esempio del tenure-track che coinvolge gli accademici americani. Una sola domanda: se la flessibilita’ ha questi formidabili effetti incentivo perche’ la tenure esiste? In fondo il tenured professor americano e’ nella stessa posizione dell’impiegato delle poste italiano: inamovibile posto a vita a meno di comportamento criminale. Richiesta di empirical evidence: data una cross-section di professori americani quanto sono in un contratto di lavoro flessibile?

4) L’impiegato alle poste o peggio al ministero o (brrr) all’INPS sono il vostro target preferito. Ancora richiesta di empirical evidence: la proporzione di occupati nel settore pubblico in Italia e’ molto piu’ alta di quella in altri paesi, ad esempio gli Stati Uniti dove il budget del Pentagono da solo e’ pari al GDP della maggior parte dei paesi del mondo? Ancora il calcolo non e’ banalissimo: ad esempio, come confrontiamo paesi con diverse proporzioni di scuola pubblica e privata o ancora con sistemi di assicurazione sanitaria diversa? Come calcoliamo l’indotto?Ancora: c’e’ effettivamente liberta’ di licenziamento nel settore pubblico americano (o irlandese o inglese)? Se non c’e’ usano altri sistemi di incentivi o bastano gli effetti di equilibrio provenienti dal mercato del lavoro privato?

5) Contrattazione collettiva: qui sinceramente mi sembra siate un po’ ingenui quando dite che “non vi e’ nessuna logica, ne’ di efficienza, ne’ di equita’ per mantenere il contratto nazionale”. Certo che c’e’: aumenta il bragaining power per gli unskilled workers. Altrimenti perche’ mai Wal-Mart fa’ tutta ‘sta fatica per tenere fuori i sindacati dai suoi orribili grandi magazzini? Poi possiamo discutere qual’e’ il beneficio netto, se sia appropriato a tutti i livelli o solo alcuni, quali effetti occupazionali abbia ma dire che non abbia logica mi sembra buttata li’. Domanda di evidenza empirica: che proporzione del salario totale e’ data dal contratto collettivo nazionale? (Per industria e occupazione, please).

Un’ultima cosa: non sottovalutate il cinema argentino.

Pau Flaccido

Vorrei provare a rispondere, ma non so se farlo o meno, ed ho paura di farmi prendere la mano. Per le seguenti ragioni che definirei "tecniche" (elencate seguendo la numerazione usata nel commento precedente):

1) Noi dei dati li diamo, molti altri hanno dato altri dati sul fenomeno, tutti puntano nella stessa direzione. Il commento dice che la direzione in cui i dati puntano non lo convince perche' la conclusione non gli piace. Mi dispiace non gli piaccia, ma avrebbe lui dei dati migliori e diversi? Ci voglion dei dati nuovi per far tacere i dati vecchi. Poi tira fuori un problema di non omogeneita' nel sistema raccolta dati e condizioni paesi che potrebbe distorcere i dati che noi ed altri abbiamo a disposizione: giusto, ma potrebbe distorcere in entrambe le direzioni, ovvero i sognatori del posto di usciere/postino in Italia potrebbero essere ancor piu' di quanto le statistiche rivelino! L'argomento non lo vedo, mentre vedo l'affermazione ideologica: non mi piacciono le conclusioni. Mi dispiace.

2) Sembra che il commentatore non abbia letto il testo del post. Parliamo di giovani e donne ed insistiamo su di essi. L'evidenza empirica e' univoca, la teoria pure. Gli argomenti che "butta li'" sono proprio "buttati li'", ovvero non hanno consistenza ne' logico-teorica ne' empirica. Valgono tanto quanto il seguente: i giovani e le donne in Italia hanno un tasso di occupazione piu' basso perche' i gelati italiani sono migliori che negli altri paesi, poiche' a giovani e donne i gelati piacciono molto preferiscono passare il tempo a mangiare gelati che a lavorare. Oppure che le mamme italiane sono piu' mammone (e non lasciano che i giovani escano da casa e vadano a lavorare) ed i maschi piu' machisti (idem per le donne). Aria fresca. Ripeto, ci vuole un modello e dei DATI per battere un modello e dei dati, altrimenti siamo alle solite proteste ideologiche: non mi piace la conclusione.

3) C'e' una letteratura gigantesca sull'argomento, non mi sembra domanda da farsi visto che l'anonimo scrivente da' l'impressione di essere uno che all'economia dedica piu' di una passeggera attenzione. Mai sentito di tenure professors che, avendo smesso di darsi da fare e di far ricerca, hanno ora lo stesso stipendio nominale di 5 anni fa? Quelli con lo stesso stipendio di 10 anni fa son pochi, infatti: cambiano lavoro prima. Esempi? A iosa, come on! Ma, di nuovo, il commentatore non si rende conto della natura illogica del suo argomento. Non potendo negare l'ovvio fatto che ovunque vi sia il rischio di essere licenziato la gente lavora duro ed investe in capitale umano - perche' non lo puo' negare e (by the way) l'esempio del tenure track e' quello quantitativamente meno rilevante fra quelli elencati nel post - fa la domanda retorico-controfattuale. Ossia, perche' non ce n'e' ancor piu' di flessibilita'? Perche' non ce n'e' ancora di piu' possiamo discutere, ma intanto: perche' non cominciamo ad introdurre in Italia la stessa flessibilita' che c'e' all'estero e poi discutiamo se aumentarla? In ogni caso, l'aspetto che conta del nostro argomento e' mostrare che la teoria di Andrea Ichino (ossia: rischio di licenziamento => basso investimento in capitale umano specifico) e' empiricamente, oltre che teoricamente, falsificata.

4) Domande interessanti, alcune hanno risposte ovvie e ben note (appena ho un attimo le elenco con bibliografia). Comunque, interessanti. Sarebbe carino che l'anonimo commentatore facesse anche lo sforzo di produrre alcune risposte, no? In ogni caso, in che senso quelle domande - e le mille altre possibili, per esempio: quanto dura un contenzioso fiscale negli USA? Ed in Italia? Io la risposta a queste domande la so, ma non ve la dico ... - eliminano o contraddicono la cogenza del nostro argomento? In Arizona, dove mi trovo, c'e' il sole, vero. Ma questo non elimina l'opportunita' d'uscire con l'ombrello a Londra verso la fine di novembre...

5) Lo stesso di prima. Dov'e' l'evidenza che sorregge la contro affermazione? Ripeto la nostra affermazione: collective bargaining non migliora per niente il bargaining power degli unskilled a livello aggregato. Il commentatore dice di no (e cita Wall Mart che non c'entra nulla, classica incomprensione degli effetti di equilibrio economico generale). Va bene, allora dev'esserci un argomento logico e dei dati empirici coerenti con esso che mostrano che la gente con low skills viene beneficiata, a livello aggregato e dopo gli aggiustamenti di equilibrio generale del caso, dalla contrattazione collettiva nazionale. Se ci sono, qualcuno li tiri fuori per favore. Attenzione, occorre mostrare che crescono sia il livello di reddito che il livello di occupazione di tutti i lavoratori poco qualificati, non dei fortunati che sono gia' "dentro" quando c'e' il colpo di mano contrattuale, e prima che si chiudano a serramanico i cancelli e le porte dell'occupazione "buona" per quelli che son fuori.

In sostanza, per discutere occorre

- mostrare che l'argomento logico dell'altro e' erroneo;

- portare dati che lo contraddicono, o pongono in dubbio i suoi, o sorreggono almeno il proprio argomento.

Tutto questo qui manca. C'e' solo una logica contorta che rivela, fondamentalmente, un profondo dispiacere con le conclusioni a cui siamo arrivati ... mi dispiace.

Bello: apprezzo la dettagliata risposta anche se nuovamente mi sembra venata da un po' di paranoia: da dove l'editor ha dedotto che io non sia d'accordo con le conclusioni? Mi sembra di essere stato abbastanza chiaro nel chiedere ulteriore empirical evidence e non nel dire che io ne avevo di alternativa, altrimenti l'avrei mostrata volentieri. Certo avrei potuto fare io il lavoro che chiedo a voi....

Alcune banali reply:

2) Veramente la teoria e l’evidenza empirica e’ univoca nell’affermare che l’unico (o quantomeno il di gran lunga quantitativamente piu' rilevante) motivo percui giovani e donne partecipano meno e’ la mancanza di flessibilita’ nel mercato del lavoro? Buttiamo via un trentennio di letteratura di labor supply? Vogliamo far finta che ci sia un modello condiviso di interazione all’interno della famiglia? Che non ci siano problemi nel capire gli effetti del mercato del lavoro sulle scelte di fertilita’? Vogliamo dimenticare che osserviamo altissimi tassi di partecipazione femminile sia in paesi con mercati del lavoro molto flessibili che in paesi con mercati del lavoro molto rigidi?

3) Mi soffermo sull’esempio della tenure per i professori su cui qualcosina in letteratura c’e’ anche se non proprio in misura sterminata. L’aspetto che i tenured professor non produttivi rimangano a stipendio fisso dice che ci sono altri sistemi di incentivo che non sono la minaccia di licenziamento. Cio’ detto puo’ non essere il sitema di incentivo efficiente. Sul fatto che “quelli con lo stesso stipendio di 10 anni fa sono pochi” ribadisco la mia domanda di empirical evidence. E’ proprio vero? E’ proprio vero tolti i top 10, top 20 departments? Sospetto inoltre ci siano grosse disomogeneita’ tra discipline.

4) Dove affermo che le mie domande elimino o contraddicano (necessariamente) la cogenza dell’argomento?

5) Ammetto, mi sono sbilanciato: ho affermato che che la contrattazione collettiva “aumenta il bragaining power per gli unskilled workers” senza grosso supporto di argomenti teorici o empirici e solo riportando il trito esempio di Wal-Mart. Ogni tanto la pigrizia porta a dare qualcosa per scontato.

In sostanza, per discutere:

- non occorre necessariamente mostrare che l’argomento logico dell’altro sia erroneo

- si puo' anche solo suggerire che alcuni dati riportati non sono sufficienti (anche se “consistenti” che l’argomentazione che si porta avanti)

 Infine, giurin-giuretta: non provo profondo dispiacere per le conclusioni a cui arrivate. Non stia a dispiacersi per me.

Pau Flaccido

PS: apprezzero' le references promesse.

 

Non manchero' alla promessa delle references, ma mi prendo due giorni perche' davvero sono subisssato. Infatti, da una settimana non riesco a scrivere nulla su nFA!

Rispondo rapidamente sui punti in relazione ai quali una risposta rapida e' possibile. Gli altri son piu' difficili e richiedono un po' di calma.

- Certo, non aumentare lo stipendio e' una soluzione diversa dal licenziare. Infatti, di solito si licenzia solo chi, come dire, fa danno. Ma non aumentare lo stipendio (o addirittura ridurlo) a chi poltrisce non si puo' senza contratti individuali: con il contratto collettivo, l'aumento c'e' sempre per tutti.

- Quanti sono quelli con lo stipendio bloccato? Non tantissimi ma non pochi. Nomi, ovviamente, non posso proprio farne. Ma posso dare percentuali, visto che sono uno che ha girato parecchi posti. Nel mio nuovo dipartimento, WUStL, saranno almeno 8-9 su 20, ma questo e' un dipartimento in forte transizione. A Minnesota erano 3-4 su 20 di nuovo. A Kellogg eran pochi, forse 4 o 5 nell'intera scuola, che aveva piu' di 100 professori, ma al dipartimento di Economia erano i soliti 4 o 5 su circa 30-32 persone al tempo. A UCLA stessa storia, ed a Chicago 2 o 3. Di questi, quanti se ne sono andati? Diciamo alcuni, se comincio a dare percentuali individuo persone. Pero' serve come metodo. Piu' scendi in realta', piu' e' effettivo: il carico d'insegnamento puo' crescere anno per anno, la tenure non stabilisce che il tuo carico di lavoro non cambia, ne' il tuo stipendio. E se non insegni o fai su casini, la tenure salta.

- Una nota metodologica. Nel nostro piccolo pamphlet abbiamo criticato solo alcune delle teorie secondo cui "forse" un mercato del lavoro competitivo non funziona. Non le abbiamo criticate tutte, non e' possibile. Non perche' siano incriticabili, ma perche' renderebbe il pamphlet un'enciclopedia noiosa. Inoltre, capiamo perfettamente che si possano tirare fuori mille imperfezioni di mercato che potrebbero TEORICAMENTE inficiare le nostre conclusioni. Per esempio, quando io ero in graduate school andavano molto di moda gli efficiency wages ... qualcuno ne ha piu' sentito parlare? Il punto e' questo: il mercato e' pieno di imperfezioni, pero' occorre anche quantificarle e saper dire quale di queste ha un effetto sostanziale, e quali sono invece pure curiosita' intellettuali. Ne abbiamo prese tre, a nostro avviso le tre logicamente piu' solide e con piu' possibilita' di avere un effetto quantitativamente rilevante. Ci siamo convinti che no, che nessun effetto rilevante hanno e che sono logicamente incoerenti. Se abbiamo sbagliato, siamo o sono (per lo meno) contento che mi si spieghi perche'. Se si ritiene che vi siano ALTRE imperfezioni che inficiano il nostro argomento, son di nuovo felice che mi vengano spiegate e che, in particolare, si punti il dito verso i dati che le sorreggono e che da tali imperfezioni fanno conseguire che occorre mantenere, chesso', la contrattazione collettiva o lo statuto dei lavoratori. PERO' non mi si puo' continuamente chiedere di fare la battaglia cultural/intellettuale contro dei fantasmi, ossia contro tutte le altre infinite possibilita' che non abbiamo considerato. E' una richiesta unfair, oltre che incoerente. L'insieme dei mondi possibili, nel senso di immaginabili da un teoricco, e' di cardinalita' infinita ... sono un teorico anche io e so come "inventare modelli". Il problema qui e' che qualcuno deve avere il coraggio di dire qual e' il modello coerente e suffragato da dati che giustifica la legislazione italiana ed inficia la nostra posizione. Questo son disposto a discuterlo, discutere "tutto" non posso proprio ed e' una scelta sterile.

- Ovviamente, questo non mi esime dallo sviluppare con documentazione adeguata le affermazioni che ho fatto nel commento precedente, e lo faro' entro lunedi' prossimo. Prende tempo, come si vede, rispondere con attenzione persino alle domande "corte" o "semplici" ...

La ringrazio: due giorni sono un intervallo piu’ che ragionevole e il bisogno di calma doveroso.

Per ora, risposta rapida a risposta rapida:

- Incentivi, contratto collettivo e contratto individuale: Mi trova d’accordo nel riconoscere che la minaccia di licenziamento non e’ l’unico sistema di incentivi ma che esistono anche sanzioni premiali. E’ anche logicamente ineccepibile che un tale sistema di incentivi sia inapplicabile in presenza di contrattazione collettiva che spesso dettaglia le presentazioni da fornire a livelli comici (ha mai provato a leggere un “mansionario”?). Il mio sforzo non era pero’ valutare i benefici della contrattazione individuale rispetto a quella collettiva ma valuare se sia corretta la vostra affermazione che “Non vi è nessuna logica, né di efficienza né di equità, per mantenere il contratto nazionale, di categoria o di quel che sia”. Le vostre argomentazioni a supporto di questa tesi hanno un cambio di registro rispetto ad altre parti del vostro intervento: piene di “ovviamente” e “e’ ovvio che”. Mi permetto di prenderle come un sintomo.

- Interessante la carrellata di dipartimenti con percentuali di tenure professor con stipendio bloccato: puo’ essere il primo passo per la raccolta di sistematica evidenza empirica? Anche qui faccio il noioso, adulandola: il suo campione e’ notevolmente distorto verso top departments. La mia domanda rimane: perche’ la tenure esiste? Leggendo altri interventi del dibattito mi sembra che solo Andrea Moro abbia dato un giudizio chiaro: e’ un residuo del passato che “non induce gli incentivi giusti”. Certo sarebbe un bell’esperimento mentale: tutti i professori con tenure italiani, in Italia e in giro per il mondo, provino ad immaginare che domani la tenure per cui hanno dato lacrime e sangue non c’e’ piu’.

- Nota metodologica: Apprezzatissima: e’ proprio di questo che si tratta, c’e’ gran confusione metodologica in giro, soprattutto da parte degli economisti. (Non e’ una novita’: gli economisti fanno sempre delle gran confusioni metodologiche e infatti sono spesso derisi da epistemologi e filosofi della scienza). Abbiamo politici che fanno finta di portare evidenza empirica “scientifica” e abbiamo economisti che fanno i politici mettondosi a scrivere un progetto di legge al giorno. Ma non sporcandosi le mani, per carita’: solo in teoria, in editoriali e interventi virtuali vari. Molto del gusto nel leggere il vostro intervento l’ho proprio ottenuto dalla nota metodologica iniziale (anche se mi sembra traspari un orgoglio eccessivo nell’essere i paladini della “mancanza di compromesso”).

Riguardo la sua sottolineatura che “Il problema qui e' che qualcuno deve avere il coraggio di dire qual e' il modello coerente e suffragato da dati che giustifica la legislazione italiana”: e’ su un punto come questo che vi muovo l’accusa di ingenuita’. Ma lei crede proprio che un “modello coerente e suffragato dai dati” sia rilevante per spiegare la longevita’ e la creazione della legislazione italiana? O che qualcuno pensi che esista? Eppure il mercato del lavoro italiano esiste e si perpetua: come mai? Mi sembra che non vi siate interrogati sul perche’ sia un sistema cosi’ stabile e longevo. Non mi sembra una domanda irrilevante, anzi utilissima ad informare interventi come il vostro. C’e’ una tensione tra il dettaglio e la competenza con cui affrontate alcune domande e il semplicismo con cui sorvolate su altre.

In attesa del prossimo colpo di fioretto, e con sincero apprezzamento per il dialogo che ha voluto instaurare, la ringrazio.

Alcune cose le discuto nel commento lungo di alcuni giorni fa, che si trova piu' sotto.

Sul perche' la contrattazione collettiva non serve ai lavoratori, credo risponda lo stesore del commento stesso: perche' la contrattazione collettiva uccide qualsiasi sistema d'incentivi e svilisce la produttivita'. A livello micro la contrattazione collettiva crea costi aggiuntivi che non creano occupazione ma solo rendite sindacali e per gli insiders, tipo la cassa integrazione, mentre danneggia gli outsiders. Abbiamo scritto "ovviamente" perche' la letteratura (no, non mi offro a preparare una bibliografia) e' tanto grande quanto chiara, e data dalla seconda meta' degli anni 80, insomma roba vecchia. Ho visto un mansionario piu' di una volta; fra i sindacalisti bazzico ed ho bazzicato per molto tempo e molto intimamente, credimi. A livello aggregato l'effetto negativo della contrattazione collettiva sull'occupazione e' banale, per una delle tante argomentazioni (con abbondanza di dati europei) vedasi "The Medium Run" di Olivier Blanchard, 1998 o dintorni, Brookings Papers. Se si e' interessati ad una cosa piu' tecnica, Boldrin e Fernandez Villaverde, rintracciabile sulla mia pagina web sotto Business Cycles, la contiene. Spero questo permetta valutare se abbiamo ragione a dire “Non vi è nessuna logica, né di efficienza né di equità, per mantenere il contratto nazionale, di categoria o di quel che sia” ... abbiamo passato l'esame? Qualche suggerimento?

Sulla lunga nota finale relativa alla nostra ingenuita', non so che dire. Tante cose sono, ingenuo temo mi manchi dalla lista. Non so per gli altri cinque che hanno sottoscritto il trabiccolo in questione. Il punto del documento non e' spiegare perche' il mercato italiano funziona come funziona ed e' regolato com'e' regolato, questo mi sembra chiaro da quanto scriviamo. Il punto e' solo di argomentare perche', a nostro avviso, i lavoratori dipendenti italiani guadagnano poco e l'occupazione in Italia e' bassa. Fine. Vogliamo parlare del resto? La prossima volta, se ci viene la voglia. Se se ne vuole parlare ora, prego: la porta e' aperta. Ci mandi l'articolo.

Anche i fisici vengono spesso derisi da epistempologi e filosofi della scienza. Un tal Richard Phyllips Feynman, nel terzo capitolo (se ricordo bene, il libro e' a casa e i "Six Easy Pieces" in cui e' riprodotto se l'e' portato via mio figlio) delle sue The Feynman Lectures on Physics spiega perche' non dobbiamo proprio preoccuparci delle opinioni espresse da filosofi della scienza ed epistempologi su come fare scienza. Fondamentalmente perche' costoro sono quasi sempre degli scienziati falliti, che non hanno imparato a fare nessuna scienza specifica e non son capaci di scrivere un modello o analizzare una base di dati, per quello scaricano le loro frustrazioni venendo a spiegarci come farlo. Concordo con l'allegro Richard: prima di scrivere di metodologia della zappa, meglio imparare a zappare, ed anche zappare sino ad avere i calli. Poi, fra zappatori esperti, si puo' anche discutere del metodo con un bicchiere di vino nelle mani callose ...