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Rivoluzionare, non riformare, il mercato del lavoro in Italia

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Per chi chiede i dati, consiglierei di consultare il sito www.menostato.it, in particolare lo spreadsheet di Excel scaricabile da lì, che contiene un bel po' di cifre e grafici sull'occupazione con tutte le fonti. In particolare, l'Italia ha uno dei più alti tassi di disoccupazione per gli under-25 in Europa: 24% rispetto a una media EU del 18.5% (Regno Unito: 12.9%, Stati Uniti: 11.3%). La fonte (Eurostat) è citata in dettaglio sullo spreadsheet di menostato.it. Un'altra area in cui l'Italia "eccelle" è nel tasso di disoccupazione di lunga durata: la percentuale di persone continuamente disoccupate per almeno un anno tra tutti i disoccupati. L'Italia è di nuovo in cima con 49.2% rispetto a una media EU del 45.3% (Regno Unito: 20.6%, Stati Uniti: 12.7%).

A parte questo, vedo dall'esperienza di parenti e amici in Italia che le possibilità di lavoro sono veramente poche. Tanti giovani, anche laureati, passano il tempo in lavoretti tipo call center, mentre fanno concorso dopo concorso. Se sono fortunati, o raccomandati, dopo qualche anno ne vincono uno e prendono un posto permanente in qualche comune o ministero. Non esiste quasi per niente la possibilità di riciclarsi, di cominciare a fare qualcos'altro da quello che hai fatto finora. E' il contrario della situazione che vedo qui in Inghilterra, dove c'è sempre la possibilità di cambiare, e ancora più negli Stati Uniti.

L'unica cosa che mi lascia un po' perplesso è il discorso sul garantismo. Non so quale tipo di sussidi di disoccupazione abbiate in mente. Che cosa intendete per "assicurazione pubblica e obbligatoria contro la disoccupazione"? Citate come esempio l'Inghilterra, ma qui i sussidi ai disoccupati sono più che altro simbolici (30-50 sterline la settimana, a seconda del reddito). Di più non c'è bisogno, perché chi vuole lavorare un posto nuovo lo trova praticamente subito, almeno a Londra o nelle grandi città.

 

Caro Marco,

grazie mille della segnalazione, e' sempre utile diffondere dati e fatti che possano meglio informare il dibattito. Permettimi di rispondere in due parole riguardo ai sussidi di disoccupazione. Prima di tutto, qualche dato sulla durata dei periodi di disoccupazione: negli USA, la durata media di tali periodi varia grosso modo dalle 12 alle 20 settimane, a seconda del ciclo (vedi qui per ulteriori dati); in Europa, di nuovo grosso modo, tale durata media va dagli 8 ai 12 mesi! (vedi qui per qualche dato europeo).

Per quanto riguarda i sussidi alla disoccupazione, variano molto da paese a paese sia per durata che per entita' (di nuovo, vedi qui , tabella A1, per un riassunto). In Germania, ad esempio, la durata va da 6 a 12 mesi (in funzione di quanto a lungo si e' rimasti occupati); l'ammontare del sussidio varia dal 60% al 67% del reddito medio netto negli ultimi 12 mesi. Negli Stati Uniti, la durata varia da stato a stato ma di solito non supera le 26 settimane; l'ammontare e' basato su una percentuale del reddito negli ultimi 12 mesi, e varia secondo formule molto complicate (vedi qui per un algoritmo che consente di calcolare i benefici a secondo dello stato, numero di figli a carico, ecc).

I sussidi di disoccupazione presentano un ovvio trade-off: da un lato, forniscono un elemento di assicurazione quando si perde il lavoro per eventi aleatori indipendenti dalla propria volonta', e questo e' un aspetto desiderabile. D'altro canto pero' riducono gli incentivi a cercare un nuovo lavoro, visto che comunque si riceve un sussidio monetario. Sempre il paper citato sopra menziona poi un altro beneficio dei sussidi: permettendo al lavoratore di essere piu' paziente nella ricerca di un nuovo lavoro, porta a dei "matrimoni" migliori fra lavoratore e potenziali datori di lavoro, aumentando di conseguenza la durata media dei successivi periodi di occupazione.

Grazie per il link all'articolo molto interessante (più che altro per i dati). L' "assicurazione sulla disoccupazione" non ha molto senso come concetto, e infatti nessuna compagnia d'assicurazioni si sognerebbe di venderla. Si tratta di sussidi statali alla disoccupazione, che è un po' diverso.

"da un lato, forniscono un elemento di assicurazione quando si perde il lavoro per eventi aleatori indipendenti dalla propria volonta', e questo e' un aspetto desiderabile."

Tutti i contratti di lavoro includono un periodo di preavviso per la convenienza di entrambe le parti. Qui è normalmente di un mese. Se qualcuno pensa che un mese non gli sia sufficiente per trovare un lavoro simile, sta a lui provvedere col risparmio, non al contribuente. Tra l'altro la disoccupazione "speculativa" ha senso solo tra i professionisti, non tra quelli che lavorano col salario minimo, perché in un libero mercato questi ultimi un lavoro simile lo trovano subito. Quindi se il sistema fosse usato in maniera onesta si tratterebbe probabilmente di un programma di redistribuzione del reddito da chi guadagna appena il necessario per mantenersi a chi ne ha meno bisogno. Non solo, ma a farne più uso sarebbero i professionisti meno capaci, quelli magari licenziati per incompetenza, o quelli di cui il mercato non ha bisogno e farebbero meglio a cercare un'altra strada. In pratica ovviamente il sistema non funziona così: i lavoratori con reddito più basso prenderanno i sussidi invece di andare a lavorare ogni volta che possono, con buona pace dei sindacati. Dubito che un sistema simile abbia molto senso.

Marco, un dettaglio tecnico. Le assicurazioni sulla disoccupazione non le paga il contribuente: sono assicurazioni ed i premi le pagano coloro che le utilizzano.

L'unica cosa che hanno e' che non sono volontarie ma obbligatorie (si puo' tentare di farle volontarie, ma dubito funzionino per ovvie ragioni di free-rider).  

Su perche' un mercato privato di assicurazione contro la disoccupazione abbia qualche sostanziale difficolta' a funzionare c'e' una vasta letteratura, da Pauly (QJE 1974) in avanti. Le cose piu' recenti, tipo Hopenhayn&Nicolini (JPE 1996) arrivano a studiare i meccanismi efficienti con molta profondita'. Le conclusioni a cui arrivi, mi dispiace, non hanno nessun fondamento ne' logico, ne' empirico; sembrano solo ideologia e come tale lasciano il tempo che trovano. Se hai un modello o un argomento logico o dei dati che sostengano quanto affermi, mi farebbe piacere leggerli.

Per esempio, negli USA, la durata dei periodi di disoccupazione (coperti dall'assicurazione) e' MAGGIORE per il lavoratori qualificati e con titolo di studio college che per quelli meno qualificati (Dati CPS, l'ultima volta che li ho guardati sara' stato il 2004, dubito sia cambiato molto).

> Le assicurazioni sulla disoccupazione non le paga il contribuente: sono assicurazioni ed i premi le pagano coloro che le utilizzano.  

Se l' "assicurazione" è obbligatoria, allora è solo una tassa con un altro nome. Infatti negli Stati Uniti si parla di Social Security Tax. Ma anche se la chiamassero National Insurance Contribution, come fanno qui, all'atto pratico sempre una tassa sarebbe.

> Su perche' un mercato privato di assicurazione contro la disoccupazione abbia qualche sostanziale difficolta' a funzionare c'e' una vasta letteratura

Beh, il "moral hazard" è ben noto. E' lo stesso motivo per cui non esistono assicurazioni private contro la povertà.

> Le conclusioni a cui arrivi, mi dispiace, non hanno nessun fondamento ne' logico, ne' empirico; sembrano solo ideologia e come tale lasciano il tempo che trovano.

L'unica differenza tra me e voi è che voi considerate questo sistema di sussidi statali come utile e, credo, socialmente giusto. Quest'ultimo è un giudizio ideologico a cui non posso controbattere. Per quanto riguarda l' "utilità" sta a voi, e non a me, definire cosa intendete per "utile" e dimostrare che i sussidi (o assicurazione, che dir si voglia) soddisfano questa definizione. L'articolo di Tatsiramos, per quanto interessante, non dimostra assolutamente nulla: non c'è alcun modo di stabilire un legame causale tra l'esistenza di sussidi di disoccupazione e i dati osservati.

Ti cito un esempio personale, con una domanda alla fine. Mia moglie è americana, viene dalla California, da una famiglia di braccianti di origine messicana. Visto che il lavoro nei campi è stagionale, per 3-4 mesi all'anno questi braccianti non hanno niente da fare. In questo periodo un bel po' di loro invece di cercarsi un altro lavoro prendono sussidi di disoccupazione e stanno a casa senza far niente. E questo è il meno, mia moglie ne ha viste di tutte: gruppi di persone on benefit che vanno in Messico per mesi mentre un amico ogni settiamana spedisce i moduli per fargli avere i sussidi, gente che è ufficialmente disoccupata e riceve il sussidio ma allo stesso tempo lavora in nero, ecc. Io ti chiedo: come fai ad impedire che si verifichino abusi del genere? Se non puoi impedirlo la gente se ne approfitterà, perché è difficile resistere la tentazione di guadagnar soldi senza far niente.

> Per esempio, negli USA, la durata dei periodi di disoccupazione (coperti dall'assicurazione) e' MAGGIORE per il lavoratori qualificati e con titolo di studio college

Questo non contraddice affatto quello che ho scritto io.

Se vogliamo ragionare senza battute, facciamolo e guardiamo i problemi in faccia, invece di saltarli perche' non ci piacciono. Altrimenti lasciamo stare.

(1) Una tassa e' una cosa che tutti pagano e con il ricavato della quale il governo si compra quello che vuole.

Un'assicurazione obbligatoria e' un sistema che, se si costruisce bene e la social security americana sino ad ora lo e' stata "abbastanza" (possiamo metterci a discutere degli aspetti erronei ed insensati della stessa, ma e' un altro tema), funziona sulla base di un principio assicurativo, ossia

- un sottoinsieme della popolazione contribuisce (quello che tu ed altri chiamate "tax" si chiama "contribution" nella maggioranza dei casi, mentre la "income tax" nessuno la chiama "income contribution") al fondo.

- il fondo si accumula attraverso contributi e rendimenti dei titoli in cui il fondo investe.

- i contribuenti al fondo ricevono copertura assicurativa nei termini e nelle condizioni prestabilite dall'assicurazione stessa.

(2) Il mercato privato contro la disoccupazione non funziona per tre motivi: rischio morale (che e' il minore: basta modulare il sistema adeguatamente ed il moral hazar quasi svanisce anche con un'assicurazione privata), selezione avversa (molto piu' complicato da eliminare senza l'obbligatorieta'), ed infine, cosa piu' seria di tutti, "inconsistenza temporale" (ossia il fatto che, come l'esperienza dimostra, senza l'obbligatorieta' nessuno si assicura, poi quando va pancia all'aria la grande impresa tutti a far casino per il sussidio, ottenendolo, mentre quando va a pancia all'aria la piccola impresa, che si fottano ... con ovvie distorsioni).

Ora, questi tre fattori ci sono e da anni li studiamo, quantifichiamo, cerchiamo di capire come ridurli/eliminarli/gestirli. Scrollare le spalle perche' irritano e dire "Beh, son 'ben noti'" non li elimina. Anche il cancro e' ben noto, nondimeno sembra che valga la pena provare a curarlo Se hai una soluzione migliore dell'assicurazione obbligatoria alla disoccupazione, nella forma da noi suggerita, ti prego di proporla. Se pensi che gli argomenti a cui accenno siano erronei, provamelo. Le battute, come quella sulla poverta', lasciano il tempo che trovano, anzi fanno venire le nuvole all'orizzonte.

Renditi conto inoltre che il "periodo di preavviso" altro non e' che assicurazione contro la disoccupazione, obbligatorio anch'esso! Nel tuo commento precedente lo citi come forma contrattuale che ti sembra accettabile ed utile. Ora, pensaci, e' la stessa cosa, solo piu' inefficiente. E' la stessa cosa, perche' (i) e' tipicamente obbligatorio e stabilito per legge, (ii) volendo lo si puo' estendere quanto si vuole (noi diciamo 6 mesi di assicurazione, basta fare 4 mesi di preavviso e siamo allo stesso risultato, visto che nessuno suggerisce di pagare il 100% del salario come assicurazione alla disoccupazione), (iii) si finanzia attraverso una "tassa implicita" (usando la tua logica) in quanto il costo del preavviso viene distribuito sul costo del lavoro di tutti, esattamente come il contributo pensionistico. E' piu' inefficiente, perche' scarica il costo dell'assicurazione (quando la stessa dev'essere elargita) sull'impresa che vuole licenziare. Ora, poiche' e' ragionevole assumere che le aziende non licenzino semplicemente per dar fastidio alla gente ma perche' hanno qualche difficolta' a usare i dipendenti in questione (tecnicamente: hanno avuto uno shock negativo) la logica economica, ed il buon senso, suggerisce non caricare tali imprese di un costo aggiuntivo in situazioni di difficolta' gia' presenti.

(3) "Voi" qui si riferisce ai sei che hanno scritto l'articolo, assumo. La differenza qui sembra essere di attenzione a quello che abbiamo scritto ed a quello che su questo argomento la gente che ha fatto ricerca ha scritto. Se la "separazione involontaria" (per usare un termine tecnico: ossia il fatto che l'impresa ti dice arrivederci, c'e' stato uncambio di domanda o un aggiustamento del personale e, per ragioni non prevedibili ed indipendenti dalla tua volonta' e dai tuoi atti, fra un mese o fra tre non abbiamo piu' bisogno di te) e' tale, essa dipende da eventi esterni. Non tutto cio' che ci succede ce lo "scegliamo", almeno non consapevolmente. Quindi, per ragioni utilitaristiche elementari, e' utile avere un'assicurazione contro tali eventi avversi. Ora, se per te non sembra "utile" mi devi spiegare perche' l'idea di assicurarsi contro rischi esterni e non controllabili dalle nostre azioni ti sembra "inutile". Questa e' la ragione per cui ci sembra "utile" avere un'assicurazione obbligatoria contro la disoccupazione: perche' produce un miglioramento nel senso di pareto, che a noi non sembra possibile attraverso meccanismi di mercato. Ripeto, per dimostrare che abbiamo torto occorre fare una almeno delle seguenti due cose: (a) dimostrare che un'assicurazione non serve per accrescere il benestare degli agenti in situazioni di rischio dovuto a shock esterni; (b) dimostrare che tale assicurazione si potrebbe ottenere, efficientemente, con meccanismi privatistici. Dubito alquanto che (a) sia possibile, fintanto che si riconosce l'ovvio fatto che le persone sono avverse al rischio, comunque magari mi sbaglio. Forse (b) e' possibile, ma in trent'anni che studiano il problema, tutti i colleghi che conosco, indipendentemente da quanto a favore siano del libero mercato, riconoscono che e' praticamente impossibile farlo in condizioni realistiche. Se hai un'idea migliore della loro, ben venga ... che magari ci scriviamo su un paper. In ogni caso, il nostro e' tutto fuorche' un giudizio "ideologico", a meno che tu non ritenga che e' "ideologico" assumere che il compito della politica e dello stato sia quello di creare istituzioni e diritti di proprieta' che massimizzino il benestare dei cittadini. Se cosi' e', ti pregherei di suggerire un ruolo per la politica e lo stato che scia scevro di tali distorsioni "ideologiche".

(4) Gli abusi del sistema che tua moglie descrive: e chi li nega? Ma vuoi che ti racconti qualche storiella di come il mio vicino abusa dell'assicurazione privata sulla casa, o gente che conosco abusa di quella privata per la salute, o per la macchina? Io stesso, qui lo dico e qui lo nego, credo di aver abusato della mia molto privata assicurazione privata sulla macchina per farmi aggiustare qualche ammaccatura che frutto di terzi certo non era ... Stiamo scoprendo che i meccanismi assicurativi sono suscettibili di manipolazione in presenza di informazione privata? Certo che lo sono! Per questo le assicurazioni, private e pubbliche, fanno di tutto per ridurle, per estrarre informazioni, insomma: per disegnare meccanismi che, sotto il vincolo dell'informazione privata, siano efficienti. Quando il costo sociale degli abusi diventa piu' alto dei benefici, allora forse conviene chiudere il sistema. Se e' questo che suggerisci, credo dovresti dare qualche dato. La letteratua sull'argomento (vedi per esempio i lavori di John Rust sull'assicurazione d'invalidita') suggeriscono che il livello di abuso negli Stati Uniti non sia particolarmente alto. Non conosco lavori sull'assicurazione alla disoccupazione. Che ne ha, ne metta.

(5) Tu hai scritto (commento anteriore):  <<In pratica ovviamente il sistema non funziona così: i lavoratori con
reddito più basso prenderanno i sussidi invece di andare a lavorare
ogni volta che possono, con buona pace dei sindacati.>>

 Io ho commentato: <<Per esempio, negli USA, la durata dei periodi di
disoccupazione (coperti dall'assicurazione) e' MAGGIORE per il
lavoratori qualificati e con titolo di studio college.>

Tu hai risposto: <<Questo non contraddice affatto quello che ho scritto io.>>

Io ora ggiungo: a me sembra proprio che contraddica la tua affermazione iniziale. In quale altra maniera si puo' interpretare la frase tua se non nel senso che i lavoratori con redditi bassi "userebbero/abuserebbero" del sussidio di disoccupazione piu' di quelli con redditi alti? I dati mostrano il contrario, quindi contraddicono la tua frase. Se la tua frase ha un altro significato recondito, dimmelo. Per il momento, non ne vedo altri.