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Rivoluzionare, non riformare, il mercato del lavoro in Italia

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1) e 5) Se capisco bene su questo
punto abbiamo converso, e se non leggo male il punto di convergenza era il nostro punto di partenza. I dati OCSE (questa era anche una delle nostre fonti)
aggiunti da De Innocentis nel commento precedente confermano, credo, quello che
al riguardo sosteniamo. Di nuovo, se altri e differenti dati mostrano una
situazione differente da quella che abbiamo illustrato noi, ben vengano. Pero'
che vengano i dati, per favore.

2) Giovani e donne. Siamo anche
qui d'accordo che li' sta un buon 50-60% della differenza italiana (non
scordiamoci che c'e' anche il Sud, in Italia, e che il tasso d'occupazione fra
i maggiori di 55 anni e' se non il piu' basso certo uno dei piu' bassi in
Europa, quindi del mondo.) Riferimenti a
caso sul tema "Occupazione di giovani/donne, flessibilita' del mercato e
fertilita'", cercando di rimanere in sud europa il piu' possibile.

La prima e' una delle tante
surveys, gli altri sono titoli che mi vengono a caso dai miei files ... direi che
e' talmente tanta la letteratura che mi sembra impossibile non la si conosca.

- Siebert, H. "Labor Market Rigidities: At the Root of
Unemployment in Europe", Journal of Economic Perspectives, 11 (1997), 37-5

- IZA DP No. 1550 "Part-Time Work in EU Countries: Labour
Market Mobility, Entry and Exit", Hielke Buddelmeyer, Gilles Mourre, Melanie
Ward. April 2005

 

- Martinez-Granado,
Maite, and Javier Ruiz-Castillo, "The Decisions of Spanish Youth: Cross-Section
Study", Journal of Population Economics, XV (2002), 305-330.

- Dolado, Felgueroso and Jimeno, "Explaining Youth Labor
Market Problems in Spain:
Crowding-Out, Institutions, or Technology Shifts?" Discussion Paper No. 142 April 2000, IZA

- Del Boca, Pasqua, Pronzato, "Why Are Fertility and Women's
Employment Rates So Low in Italy?
Lessons from France
and the U.K", mimeo, Torino- NYU

LA DEL BOCA HA
ALMENO 5 O 6 PAPERS, SOLA O CON ALTRI, SULL'ARGOMENTO. VERIFICARE LA SUA PAGINA
SU IDEAS

-
Bertola e Garibaldi, "THE STRUCTURE AND HISTORY OF ITALIAN UNEMPLOYMENT",
CESIFO w.p. 907, 2003.

- Gilles Saint-Paul, "Assessing the Political Viability of
Labour Market Reform: the Case of Employment Protection", CEPR Discussion
Paper No. 2136

- Boeri, Conde-Ruiz,
Galasso "Protecting Against Labour Market Risk: Employment Protection or
Unemployment Benefits?" IZA Discussion Papers 834, 2003

-Acemoglu & Shimer "Efficient Unemployment Insurance" Journal of Political Economy, 107(5),
pages 893-928, ED OVVIAMENTE HOPENHAYN E NICOLINI, STESSO TEMA JPE 1997, CHE E'
IL LAVORO ORIGINALE

- Boden, RJ, "Flexible working hours, family
responsibilities, and female self-employment: Gender differences etc." The American journal of economics and
sociology
, 1999

- Peter Auer, Employment Revival in Europe: Labor Market
Success in Austria, Denmark, Ireland
and the Netherlands
ILO,
200?

- Steve Nickell "Unemployment
and Labor Market Rigidities: Europe versus North America"
Journal of Economic Perspectives, 11 (1997)
55-74

- Mac Culloch and Di Tella, "The Consequences of Labor
Market Flexibility: Panel Evidence Based on Survey Data" mimeo, harvard 2002, credo
pubblicato nella European Economic Review

... basta, senno' non finisco piu' ...

Poi c'e' una
sequenza di domande: <Vogliamo far finta che ci sia un modello condiviso di interazione
all'interno della famiglia? Che non ci siano problemi nel capire gli effetti del mercato del
lavoro sulle scelte di fertilita'? Vogliamo dimenticare che osserviamo
altissimi tassi di partecipazione femminile sia in paesi con mercati del lavoro molto flessibili che in paesi con mercati del lavoro molto
rigidi?>>
alle quali non so bene come rispondere.

Forse potresti
elaborare, o qualcun altro potrebbe farlo. Non capisco proprio, quindi faccio
domande chiarificatrici:

- Quali 30 anni
di letteratura stiamo o sto buttando via?

- In che senso i
modelli d'interazione nella famiglia implicano conclusioni differenti dalle
nostre sull'offerta di lavoro delle donne?

- Quali dei,
molti, problemi a capire la relazione fertilita'/partecipazione contraddicono
le nostre affermazioni?

- Quali sono i
paesi con mercati del lavoro piu' rigidi dell'italiano che hanno una
partecipazione femminile piu' alta?

- Insomma, dov'e'
la evidenza, if scant, che far crescere la rigidita' del mercato del lavoro
puo' anche vagamente far crescere l'occupazione femminile e giovanile?

Posso avere una
risposta documentata a qualcuna di queste domande? Altrimenti non so di cosa
stiamo parlando. Mi scuso in anticipo per la mia ignoranza della letteratura che senz'altro il commentatore conosce meglio di noi, viste le domande che pone.

3) Tenure. Avevo promesso
references, eccone alcune da cui si puo' partire, la letteratura e' enorme e
ritirare fuori tutto da files molto vecchi richiede troppo tempo.

L'argomento fondamentale viene
dalla domanda"senza tenure, chi controlla il controllore? Meglio, chi e' il
controllore?". Detto in soldoni, se in nel dipartimento di fisica teorica
nessuno ha tenure, chi assume i nuovi professori? E che incentivi avra' costui?
Diamo al dean (che ovviamente neppure ha tenure) il potere di assumere tutti,
di sua sponte? Ci vorrebbe veramente un bel dean ... o lo diamo al board of trustees?
La tradizione da cui io ho appreso questa impostazione, a mio avviso
ineludibile, del problema, lo attribuisce a Walter Oi e/o Sherwin Rosen, pero'
questa e' una tradizione verbale della vecchia Rochester, e sia Walter che
Sherwin sono stati rochesteriani (Walter tutt'ora lo e', Sherwin purtroppo no),
quindi chissa' ... La mia impressione e' che tutto venga da un pezzo scritto da
Fritz Machlup negli anni 60, che tutti citano (con titoli diversi, il piu'
frequente e' "In Defense of Academic Tenure" ...) ma io non ho mai letto perche'
e' pubblicato in un Bullettin of something. Forse via Google si trova da
qualche parte, specialmente con Google Print, se lo trovate fammi sapere che
m'incuriosisce leggerlo. FM era uno molto lucido, ed il suo report di un decennio
prima su IP e' una delle migliori cose che mai siano state scritte
sull'argomento.

Un articolo recente in cui lo
stesso argomento viene ripetuto per l'ennesima volta e' il seguente, anche se
l'abilita' dell'autore di modellare la cosa mi sembra lasci a desiderare.

Willam O. Brown, "University Governance and Academic Tenure:
A Property Rights Explanation," Journal
of Institutional and Theoretical Economics
, 153 (1997),

Altre "teorizzazioni"

Aloysius Siow, "Specialization, Obsolescence
and Asymmetric Info in Academia" Univ of Toronto
W.P. No. UT-ECIPA-SIOW-95-02

Ian Novos and Michael Waldman "Returns to Tenure: Conceptual
and Empirical Issues," Eastern Economic
Journal
, 23, Summer 1997. (MOLTE
DELLE COSE CHEWALDMAN HA SCRITTO IN QUEGLI ANNI HANNO A CHE FARE CON TENURE. PER ES IL PIECE IN QJE 1999)

Una survey, biased ma survey, del
dibattito piu' recente si trova a http://www.hup.harvard.edu/pdf/CHAQUE_excerpt.pdf

Un'altra survey, piu' orientata al lavoro
degli economisti, la trovate qui http://agecon.unl.edu/royer/tenure.htm

Enough, direi ... c'e' da leggere
per un paio di giorni. Argomenti seri che provino che un tenure contract e' un
contratto inefficiente (sotto ipotesi almeno ragionevoli) io non ne conosco
proprio, ne' so immaginarli, ma forse qualcuno piu' lucido/informato di me li
conosce o li puo' produrre.

4) Sulle molte domande che nel punto precedente, e qui (allo stesso numero, commento precedente) vengono poste: hai qualche risposta che contraddica le nostre/mie
affermazioni? Nelle circostanze in cui siamo vale proprio la regola che "it
takes a model and some data to beat a model and some data". Cerco di spiegarmi di nuovo, perche' sembra non ci
si intenda sulla metodologia.

Noi abbiamo fatto una proposta di
politica economica, prendendoci un rischio. Mantenere lo status quo, sia
chiaro, e' una proposta di politica economica alternativa alla nostra. Se
qualcuno ne ha in mente una terza, ben venga. La ricerca scientifica seria
raramente e' utilizzabile direttamente per fare proposte positive di politica
economica, di questo sono ben consapevole. La maniera migliore di usare la
ricerca scientifica e' per dire "questo di certo non funziona". Niente di male,
io lo faccio sempre e quando ho giocato a fare l'advisor ne ho spesso abusato.
A chi fa ricerca piace porre dubbi, criticare, avanzare il sospetto che la
soluzione suggerita sia migliorabile. Va benissimo.

Ma, ed e' un "ma" importante,
nelle circostanze presenti e data la situazione italiana, ci sembra chiaro che
le politiche attuali non funzionino. Lo dicono i fatti e lo dicono le
teorie. Quindi, punto uno, noi
affermiamo che tutta la ricerca economica di cui siamo a conoscenza dice

(A)
"Non fate le politiche del lavoro che sono
state fatte e si fanno in Italia dall'inizio anni 70 ad ora."

Magari ci sbagliamo, quindi
chiedo: esiste ricerca seria che neghi la nostra affermazione, ossia che
dimostri che lo status quo italiano fa bene a occupazione e produttivita' del
lavoro? Se c'e', che venga. Se non c'e', ciccia, e capitolo chiuso.

Capitolo chiuso vuol dire:
l'attuale organizzazione e legislazione del mercato del lavoro italiano fa male
a occupazione e produttivita'. Alla quale segue la domanda veramente difficile:
fra le politiche TEORICAMENTE possibili (diciamo chiaramente che del vincolo di
fattibilita' politico-sindacale per il momento ce ne freghiamo nel modo piu'
assoluto) quale politica sembra la piu' foriera dei risultati desiderati. Qui
ovviamente il rischio e' piu' grande perche' invece di dire cosa non fare
diciamo cosa fare, e probabilmente da qualche parte sbagliamo di sicuro. La
domanda quindi e':

(B)
"Fra le cose che suggeriamo, quale sembra
decisamente sbagliata, alla luce della ricerca economica?
"

Questa
mi sembra una domanda legittima, alla quale non capisco in quale senso le altre
domande fatte nel commento aiutino a rispondere. Ora, quali dati/modelli
suffragano le ripetute affermazioni secondo cui le nostre conclusioni sono
dubbie? Tutte o quasi le domande poste suggeriscono - direttamente ed
indirettamente: prego rileggere commento - che le nostre conclusioni sono per
lo meno dubbie e per nulla solide o accettabili/condivisibili. Insisto, per
mettere in dubbio la validita' di un'affermazione occore presentare almeno un
argomento logico o dei dati che ne mettano in dubbio, appunto, o la coerenza o
la consistenza con i fatti. Io sono incline a diventar dubbioso, ma il seme del
dubbio uno me lo debe pur piantare con almeno QUALCHE esempio o modello. Non
chiedo molto, suvvia!

A questa seconda domanda, che
credo il commento dovrebbe rispondere per far proseguire la discussione, ne
segue, o se ne accompagna, una terza:

(C) "Quali altre politiche avremmo potuto suggerire, assieme o in
alternativa a quelle gia' suggerite, che alla luce di quanto sappiamo
potrebbero meglio permettere il raggiungimento degli obiettivi desiderati?"

Anche per questa domanda, in che
senso le domande poste mi aiutano a trovare una risposta? Vorrei capirlo. In
soldoni:

se cio' che non diciamo e' dubbio
x%, cosa giustifica questo x% e cos'e' che e' dubbio y%, con y

=================================================

Nota sullo stile del dibattito.

Non avevo notato le battute sulla "paranoia" nei due commenti della persona che si firma "pau flaccido" e che non risulta corrispondere a nulla ed a nessuno di rintracciabile. Non avevo nemmeno notato che, sempre secondo la stessa persona, facciamo "intenerire" ed altre allusioni piu' o meno ironiche, tipiche di chi "knows better" e ti guarda con suprema condiscendenza ... faccio finta di non averli notati anche questa volta. Ora capisco meglio il tono delle domande e perche' mi si chiedono riferimenti bibliografici su un tema, flessibilita' ed occupazione, su cui la letteratura e' talmente sterminata che ci sbatti addosso anche senza volerlo. Va bene, facciamo finta che la letteratura non era nota e, comunque, qualche altro lettore forse la trovera' utile.

Pero' mi permetto una nota sullo stile del dibattito che ritengo appropriato fra persone che hanno argomenti solidi da proporre: lasciamo stare le battute facili e, le altrettanto facili ironie. Se abbiamo qualcosa da dire di serio ed argomentato, diciamolo, mettiamo i modelli e mettiamo i dati. Le facili battute e le domande retoriche senza risposta son cose che usano quelli che non sanno cosa dire.

E firmiamoci, che io mi firmo. La regola del put your money where your mouth is vale soprattutto in questioni di scienza dove, come a poker, the hand speaks by itself.

 

Provo a fare l'avvocato del diavolo (che, come dice sempre mio padre, puo' essere utile), e a rispondere ad una delle domande aperte da michele nel commento precedente.

Michele chiede "Quali sono i
paesi con mercati del lavoro piu' rigidi dell'italiano che hanno una
partecipazione femminile piu' alta?"

Questo rapporto contiene alcuni dati (anche se non recentissimi) su partecipazione femminile al mercato del lavoro. Si vedano, in particolare, le figure 1 e 2. Balza subito all'occhio che fra i paesi con partecipazione femminile piu' alta ci sono quelli scandinavi, che (credo) abbiano tutti un mercato del lavoro almeno altrettanto rigido di quello italiano. (si noti anche, pero', che Spagna e Irlanda pur partendo entrambi da livelli piu' bassi dell'Italia nel 1981, dopo 20 anni avevano bellamente superato il bel paese stesso. A occhio e croce mi sembra che Spagna, Irlanda e Olanda siano i paesi che hanno registrato gli incrementi maggiori nel periodo 1981-2001).

Ok, torniamo ai paesi scandinavi. Mi chiedo come si spieghi la loro anomalia. E' solo cultura? Sono io che conosco male i fatti dei paesi scandinavi? Ci sono delle differenze importanti fra le rigidita' del mercato del lavoro scandinavo e quelle del mercato del lavoro italiano? Mia moglie mi suggerisce che questi paesi hanno anch'essi effettuato delle (magari timide) riforme in senso liberistico negli ultimi anni. Qualcuno ne sa di piu'?

Quando stavo scrivendo la frase incriminata pensavo "vuoi vedere che qualche anima bella se ne uscira' con il solito esempio svedese?"

E' facile fare l'indovino, in certe cose ...

Non conosco a menadito il mercato del lavoro svedese o norvegiese (la seconda e' sempre di piu' un'eccezione strana, e' un paese che sta lentamente convergendo verso una versione "fredda" del Dubai, grazie al reddito per capita che il petrolio produce). Pero' mi risulta che quello danese sia altamente flessibile. A ogni buon conto, ho fatto un po' di ricerca (usando Google e Google Scholar, credo accessibili anche alla NY Fed) e l'evidenza mi sembra ci sia: i mercati del lavoro scandinavi sono parecchio piu' flessibili dell'italiano e di quelli del resto dell'Europa continentale, anche se lo sono meno degli anglosassoni. La disoccupazione giovanile, in Svezia, non e' poi cosi' piu' bassa dell'italiana, dalle tabelle che vedo in giro. Per quanto riguarda, in particolare, licenziamento ed orari flessibili, lavoro part-time e contratti temporanei, quello che ho capito da varie letture e' che stanno molto meglio dell'Italia, meglio nel senso da noi avocato ... Basta andare in questo interessante sito, ed entrare "Denmark", "Italy", "Netherlands" e "Sweden". Nota che la cassa integrazione e la liquidazione non sono chiaramente calcolate in questo sito, e che nemmeno il comportamento dei pretori del lavoro lo e', ma questo e' un discorso che porta lontano e richiede tempo che non ho.

Ecco una sintetica rendition della situazione, da un esperto (Gustav Ranis, YER Agosto 2006) "The Danish experience may not be easy to replicate in other OECD
countries or the developing world as each country has its own structural
characteristics. We can, however, classify countries according to their
labor market flexibility with potential for private-sector participation
and safety net contributions from the public sector. OECD countries can be classified into three types: Anglo-Saxon,
Scandinavian and Continental European. The Anglo-Saxon countries, the US
and UK, advocate minimal state intervention, leaving the main burden of
labor market adjustment to a private sector that operates in a more
flexible labor market. Scandinavian countries combine relatively
flexible labor markets with larger public-sector participation in
meeting the costs of adjustment. Continental European countries also
encourage substantial public-sector participation, with the private
sector’s ability to contribute to the adjustment process hampered by
more rigid labor-market conditions."

 

 

Infatti, mi ero stupito che non avessi scritto, dopo la frase incriminata, "e non ditemi i paesi scandinavi, troppo facile"  :-)

Immaginavo appunto che il mercato del lavoro svedese fosse piu' flessibile di quanto non si pensi. Per la disoccupazione giovanile, il solito sito menostato.it riporta i seguenti dati. L'Italia guida la classifica (!) con il 24% di disoccupazione fra i giovani sotto i 25 anni; all'altro estremo ci sono la solita Irlanda, insieme a Olanda e Danimarca, intorno all'8%; la Svezia sta esattamente a meta' con il 16%. Gli Stati Uniti sono all'11%, Regno Unito al 13%. Stupisce un po' trovare la Spagna al 20%, subito dopo la Francia (ma il trend e' in miglioramento).

Caro editor:

mi scuso: ho appeno posto una reply alla sua reply di qualche giorno fa e l'ho posta senza aver prima letto questo suo intervento che ho notato contiene risposte dettagliate ad alcune mie domande. Mi prendo il tempo di leggerlo.

Non rinuncio ad un appunto: l'anonimato tradizionalmente non danneggia il dialogo scientifico, non si fa cosi' nei referaggi? 

ma nei referaggi non c'e' dibattito: uno giudica e l'altro e' giudicato.

nel dibattito ci si guarda in faccia. 

 

Ho apprezzato l'articolo e, non essendo economista, ci rifletterò a lungo (pur avendo compreso (quasi) tutto e pur condividendo le conclusioni). Anche perchè di "questo" mercato del lavoro faccio parte, nel bene e, soprattutto, nel male.

Volevo però intervenire sulla "
Nota sullo stile del dibattito" e dare una simpatica tiratina d'orecchi a Michele:

- ma come "non avevo notato"??? erano ben visibili! Male che tu non abbia notato subito le ironie e le battutine di "pau flaccido" fin dal primo intervento... son sicuro che sei abituato a leggere bene e rapidamente con  buone tecniche di lettura che permettano di dare valore solo ai contenuti che ne hanno veramente... però anche alcune sfumature possono essere importanti...

- il secondo a fare ironia e a guardare dall'alto sei stato forse proprio tu, nella tua prima risposta a "pau flaccido"; tanto che io ti giustificavo pensando restituissi pan per focaccia, anche se mi sembravi addirittura troppo acido e risentito con quel "mi dispiace" ripetuto non a caso... e invece adesso mi dici che non avevi notato ironie e battutine... allora teoricamente sei stato tu il primo a fare l'ironico

- Mi sembra poi che il secondo intervento di "pau flaccido" ti abbia soddisfatto di più, tanto da farti rispondere in maniera opportuna... in effetti anche a me pareva che non fosse per forza obbligatorio fornire dei dati per aprire un dibattito su dei punti dubbi (o presunti tali)... anch'io avendo dubbi e non avendo il benchè minimo dato a disposizione affronterei un dibattito esponendoli e/o, se vogliamo provocando; saranno poi gli altri a smontarmi e a fornirmi i dati mancanti... insomma non vedevo nulla di male anche se le battutine c'erano e mi sembra che  alla fine di tutto, il tuo primo intervento fosse un po' sprecato, rispetto ai seguenti...

Infine una nota a molti tra voi: colgo l'inglese e pure l'americano e certe volte è d'obbligo usare certe forme linguistiche ma, SE POSSIBILE visto che scrivete in italiano... scrivete in italiano. Gli stessi proverbi o modi di dire esistono anche nella nostra lingua e forse più carini e spesso non c'è nessuna convenienza, nemmeno quella di risparmio d'inchiostro...  "knows better",  put your money..., the hand speaks...  Il primo intervento di stockli è quello che mi ha fatto più pensare all'idioma: già c'erano i termini "tecnici" di tenure, tenure professors,  supremi court, at will, market value (che tradotto non farebbe però brutta figura); se ci aggiungiamo Nonetheless, do you remember, paper, paper, partial equilibrium...

Il tutto con leggerezza, solo pensando a qualcuno che l'inglese non lo sa (sigh, ce ne sono!) e vorrebbero capirci qualcosa in un sito molto interessante come questo. 

caro Siracide,

ti ringrazio dell'apprezzamento. Immagino che Michele ti rispondera', ma volevo intanto dire che siamo molto consapevoli della nostra tendenza ad usare modi di dire americani o comunque anglosassoni, e cerchiamo di porvi rimedio (quando e' possibile). Ogni tanto qualcosa sfugge, specie quando si scrive di getto. Purtroppo e' una conseguenza dell'essere vissuti all'estero per molto tempo. Credimi, almeno da parte mia, non e' assolutamente fatto con arroganza, e anzi mi da molto fastidio l'aver perso, nel tempo, alcune sfumature della lingua italiana.

Lo so, lo so, e non pensavo, infatti, all'arroganza... conosce bene qualcuno tra di voi e il rischio di queste e altre conseguenze della lontananza.

Tirata d'orecchi accettata, anche se non prometto di non rifarlo nel futuro lo stesso errore. Cerco di spiegare perche' (l'altro pezzo della spiegazione si trova come risposta ad una osservazione, speculare alla tua, fatta da Nicola Lacetera nel dibattito su Stuyvesant).

Avevo notato, come se ne notano altri, ma uno prova a far finta. A volte c'e' chi ama "tirar di fioretto", facendo ironie e battutine da furbetto, pero' con l'intenzione di discutere seriamente. E' una specie di autodifesa iniziale, superata la quale la persona si rilassa e riesce a discutere sulle cose concrete, sui fatti-dati-teorie e lascia stare le battutine. C'era un 50% di probabilita' che il "pau flaccido" (tutti con questa mania dei nomi finti, mi sto un po' stancando ... ah, sto dibattendo con un altro nome finto ora che ci penso!) volesse discutere sul serio, quindi ho fatto hedging: ho risposto facendo finta di niente, ma just in case ho messo anche io le mie battutine. Ha risposto rincarando la dose ed ora, alle mie risposte che mi sembrano piu' che serie, vedo che non risponde. Diciamo che assegno un 12.7% di probabilita' al fatto ce lo faccia questa settimana ... 

Sull'opportunita' di fornire dati alternativi per dibattere: ti sbagli. Non vedo proprio in che senso si possa argomentare scientificamente contro un'ipotesi se non si ha almeno un'ombra di evidenza che la metta in dubbio. Nel caso del mercato del lavoro non sostengo che tale evidenza contraria alle nostre politiche esista, ne esiste e la conosco. Ed ho deciso che e' di gran lunga insufficiente a farmi cambiare idea. Se qualcuno ha dei dubbi sulla posizione che avanziamo deve almeno spcificare su CHE COSA si REGGANO tali dubbi, non ti pare? A me sembra che o si reggono su errori logici o di teoria che facciamo - nel qual caso, ci si dica dove sono tali errori o tali ipotesi dubbiose - o su evidenza empirica che contraddice quella che noi riportiamo - ed anche qui ritengo legittimo dire: mostrami l'evidenza. 

Dubitare e' bene, ma vi sono due livelli del dubbio. Quello a cui ti riferisci, il dubbio del ricercatore che non e' mai contento, che mette sempre in discussione i propri risultati, e' perfettamente salutare e legittimo. Ma inutile e paralizzante in una discussione di politica economica, visto che quest'ultima richiede PRENDERE DECISIONI ed AGIRE. Dire semplicemente: forse hai ragione, ma io comunque dubito e' una posizione utile per scrivere il prossimo paper, o per andare a cercare nuova evidenza su cosa determina il lavoro precario o un basso tasso di occupazione femminile. Ma finche' non hai fatto questa ricerca, tale tipo di dubbio e' inutile e paralizzante in una discussione di politica economica. Se gli ingegneri dovessero attendere che i fisici risolvano tutti i loro dubbi sulla struttura sub-atomica della materia, mai costruirebbero ponti. Non e' obbligatorio fare politica economica, ma se si fa e si dibatte di essa occorre seguire la regola "ci vogliono un modello e dei dati per prendere decisioni". Il che ci porta al secondo livello di dubbio, quello ingegneristico, che si applica al caso in questione. Se pensi che il ponte che sto suggerendo di costruire non regga devi darmi almeno una ragione tecnica precisa che giustifichi il tuo dubbio. Non puoi limitarti a dire "non ci credo, troppo facile, dubito ...". Mi spiego?

 

Il mio nome è Siro e il nick siracide non ne è poi così lontano anzi; tu potevi firmarti mike e sarebbe stato uguale. E poi, la presenza o meno del nome reale, in verità non conicide necessariamente con un non-anonimato... per quello ci vorrebbe ben altro... forse anni di amicizia... ma qui andremmo lontani.

Riguardo ai "dubbi" capisco cosa intendi, ma esistono anche i "dubbi" (forse è la parola "dubbio" a non essere la più azzeccata) di chi non comprende tutto, o almeno non tutto in modo così evidente, senza avere conoscenze e dati, senza per questo voler andare contro un'ipotesi, ma anzi proprio per poterla comprendere meglio e abbracciarla incondizionatamente. Sono quei dubbi che vengono quando non afferri qualcosa; se sapessi cosa forse avrei già risolto il dubbio. Non mi sembravano proprio questo il tipo di dubbi di "pau flaccido", che forse un po' ci giocava; però, pur non fornendo dati, poneva alcune domande. Ora, pur supponendo che potesse avere o meno delle risposte contrarie o meno alle tue, e ad ogni domanda si poteva comunque rispondere... come poi hai fatto.