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Rivoluzionare, non riformare, il mercato del lavoro in Italia

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La ringrazio: due giorni sono un intervallo piu’ che ragionevole e il bisogno di calma doveroso.

Per ora, risposta rapida a risposta rapida:

- Incentivi, contratto collettivo e contratto individuale: Mi trova d’accordo nel riconoscere che la minaccia di licenziamento non e’ l’unico sistema di incentivi ma che esistono anche sanzioni premiali. E’ anche logicamente ineccepibile che un tale sistema di incentivi sia inapplicabile in presenza di contrattazione collettiva che spesso dettaglia le presentazioni da fornire a livelli comici (ha mai provato a leggere un “mansionario”?). Il mio sforzo non era pero’ valutare i benefici della contrattazione individuale rispetto a quella collettiva ma valuare se sia corretta la vostra affermazione che “Non vi è nessuna logica, né di efficienza né di equità, per mantenere il contratto nazionale, di categoria o di quel che sia”. Le vostre argomentazioni a supporto di questa tesi hanno un cambio di registro rispetto ad altre parti del vostro intervento: piene di “ovviamente” e “e’ ovvio che”. Mi permetto di prenderle come un sintomo.

- Interessante la carrellata di dipartimenti con percentuali di tenure professor con stipendio bloccato: puo’ essere il primo passo per la raccolta di sistematica evidenza empirica? Anche qui faccio il noioso, adulandola: il suo campione e’ notevolmente distorto verso top departments. La mia domanda rimane: perche’ la tenure esiste? Leggendo altri interventi del dibattito mi sembra che solo Andrea Moro abbia dato un giudizio chiaro: e’ un residuo del passato che “non induce gli incentivi giusti”. Certo sarebbe un bell’esperimento mentale: tutti i professori con tenure italiani, in Italia e in giro per il mondo, provino ad immaginare che domani la tenure per cui hanno dato lacrime e sangue non c’e’ piu’.

- Nota metodologica: Apprezzatissima: e’ proprio di questo che si tratta, c’e’ gran confusione metodologica in giro, soprattutto da parte degli economisti. (Non e’ una novita’: gli economisti fanno sempre delle gran confusioni metodologiche e infatti sono spesso derisi da epistemologi e filosofi della scienza). Abbiamo politici che fanno finta di portare evidenza empirica “scientifica” e abbiamo economisti che fanno i politici mettondosi a scrivere un progetto di legge al giorno. Ma non sporcandosi le mani, per carita’: solo in teoria, in editoriali e interventi virtuali vari. Molto del gusto nel leggere il vostro intervento l’ho proprio ottenuto dalla nota metodologica iniziale (anche se mi sembra traspari un orgoglio eccessivo nell’essere i paladini della “mancanza di compromesso”).

Riguardo la sua sottolineatura che “Il problema qui e' che qualcuno deve avere il coraggio di dire qual e' il modello coerente e suffragato da dati che giustifica la legislazione italiana”: e’ su un punto come questo che vi muovo l’accusa di ingenuita’. Ma lei crede proprio che un “modello coerente e suffragato dai dati” sia rilevante per spiegare la longevita’ e la creazione della legislazione italiana? O che qualcuno pensi che esista? Eppure il mercato del lavoro italiano esiste e si perpetua: come mai? Mi sembra che non vi siate interrogati sul perche’ sia un sistema cosi’ stabile e longevo. Non mi sembra una domanda irrilevante, anzi utilissima ad informare interventi come il vostro. C’e’ una tensione tra il dettaglio e la competenza con cui affrontate alcune domande e il semplicismo con cui sorvolate su altre.

In attesa del prossimo colpo di fioretto, e con sincero apprezzamento per il dialogo che ha voluto instaurare, la ringrazio.

Alcune cose le discuto nel commento lungo di alcuni giorni fa, che si trova piu' sotto.

Sul perche' la contrattazione collettiva non serve ai lavoratori, credo risponda lo stesore del commento stesso: perche' la contrattazione collettiva uccide qualsiasi sistema d'incentivi e svilisce la produttivita'. A livello micro la contrattazione collettiva crea costi aggiuntivi che non creano occupazione ma solo rendite sindacali e per gli insiders, tipo la cassa integrazione, mentre danneggia gli outsiders. Abbiamo scritto "ovviamente" perche' la letteratura (no, non mi offro a preparare una bibliografia) e' tanto grande quanto chiara, e data dalla seconda meta' degli anni 80, insomma roba vecchia. Ho visto un mansionario piu' di una volta; fra i sindacalisti bazzico ed ho bazzicato per molto tempo e molto intimamente, credimi. A livello aggregato l'effetto negativo della contrattazione collettiva sull'occupazione e' banale, per una delle tante argomentazioni (con abbondanza di dati europei) vedasi "The Medium Run" di Olivier Blanchard, 1998 o dintorni, Brookings Papers. Se si e' interessati ad una cosa piu' tecnica, Boldrin e Fernandez Villaverde, rintracciabile sulla mia pagina web sotto Business Cycles, la contiene. Spero questo permetta valutare se abbiamo ragione a dire “Non vi è nessuna logica, né di efficienza né di equità, per mantenere il contratto nazionale, di categoria o di quel che sia” ... abbiamo passato l'esame? Qualche suggerimento?

Sulla lunga nota finale relativa alla nostra ingenuita', non so che dire. Tante cose sono, ingenuo temo mi manchi dalla lista. Non so per gli altri cinque che hanno sottoscritto il trabiccolo in questione. Il punto del documento non e' spiegare perche' il mercato italiano funziona come funziona ed e' regolato com'e' regolato, questo mi sembra chiaro da quanto scriviamo. Il punto e' solo di argomentare perche', a nostro avviso, i lavoratori dipendenti italiani guadagnano poco e l'occupazione in Italia e' bassa. Fine. Vogliamo parlare del resto? La prossima volta, se ci viene la voglia. Se se ne vuole parlare ora, prego: la porta e' aperta. Ci mandi l'articolo.

Anche i fisici vengono spesso derisi da epistempologi e filosofi della scienza. Un tal Richard Phyllips Feynman, nel terzo capitolo (se ricordo bene, il libro e' a casa e i "Six Easy Pieces" in cui e' riprodotto se l'e' portato via mio figlio) delle sue The Feynman Lectures on Physics spiega perche' non dobbiamo proprio preoccuparci delle opinioni espresse da filosofi della scienza ed epistempologi su come fare scienza. Fondamentalmente perche' costoro sono quasi sempre degli scienziati falliti, che non hanno imparato a fare nessuna scienza specifica e non son capaci di scrivere un modello o analizzare una base di dati, per quello scaricano le loro frustrazioni venendo a spiegarci come farlo. Concordo con l'allegro Richard: prima di scrivere di metodologia della zappa, meglio imparare a zappare, ed anche zappare sino ad avere i calli. Poi, fra zappatori esperti, si puo' anche discutere del metodo con un bicchiere di vino nelle mani callose ...