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Rivoluzionare, non riformare, il mercato del lavoro in Italia

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Alcune cose le discuto nel commento lungo di alcuni giorni fa, che si trova piu' sotto.

Sul perche' la contrattazione collettiva non serve ai lavoratori, credo risponda lo stesore del commento stesso: perche' la contrattazione collettiva uccide qualsiasi sistema d'incentivi e svilisce la produttivita'. A livello micro la contrattazione collettiva crea costi aggiuntivi che non creano occupazione ma solo rendite sindacali e per gli insiders, tipo la cassa integrazione, mentre danneggia gli outsiders. Abbiamo scritto "ovviamente" perche' la letteratura (no, non mi offro a preparare una bibliografia) e' tanto grande quanto chiara, e data dalla seconda meta' degli anni 80, insomma roba vecchia. Ho visto un mansionario piu' di una volta; fra i sindacalisti bazzico ed ho bazzicato per molto tempo e molto intimamente, credimi. A livello aggregato l'effetto negativo della contrattazione collettiva sull'occupazione e' banale, per una delle tante argomentazioni (con abbondanza di dati europei) vedasi "The Medium Run" di Olivier Blanchard, 1998 o dintorni, Brookings Papers. Se si e' interessati ad una cosa piu' tecnica, Boldrin e Fernandez Villaverde, rintracciabile sulla mia pagina web sotto Business Cycles, la contiene. Spero questo permetta valutare se abbiamo ragione a dire “Non vi è nessuna logica, né di efficienza né di equità, per mantenere il contratto nazionale, di categoria o di quel che sia” ... abbiamo passato l'esame? Qualche suggerimento?

Sulla lunga nota finale relativa alla nostra ingenuita', non so che dire. Tante cose sono, ingenuo temo mi manchi dalla lista. Non so per gli altri cinque che hanno sottoscritto il trabiccolo in questione. Il punto del documento non e' spiegare perche' il mercato italiano funziona come funziona ed e' regolato com'e' regolato, questo mi sembra chiaro da quanto scriviamo. Il punto e' solo di argomentare perche', a nostro avviso, i lavoratori dipendenti italiani guadagnano poco e l'occupazione in Italia e' bassa. Fine. Vogliamo parlare del resto? La prossima volta, se ci viene la voglia. Se se ne vuole parlare ora, prego: la porta e' aperta. Ci mandi l'articolo.

Anche i fisici vengono spesso derisi da epistempologi e filosofi della scienza. Un tal Richard Phyllips Feynman, nel terzo capitolo (se ricordo bene, il libro e' a casa e i "Six Easy Pieces" in cui e' riprodotto se l'e' portato via mio figlio) delle sue The Feynman Lectures on Physics spiega perche' non dobbiamo proprio preoccuparci delle opinioni espresse da filosofi della scienza ed epistempologi su come fare scienza. Fondamentalmente perche' costoro sono quasi sempre degli scienziati falliti, che non hanno imparato a fare nessuna scienza specifica e non son capaci di scrivere un modello o analizzare una base di dati, per quello scaricano le loro frustrazioni venendo a spiegarci come farlo. Concordo con l'allegro Richard: prima di scrivere di metodologia della zappa, meglio imparare a zappare, ed anche zappare sino ad avere i calli. Poi, fra zappatori esperti, si puo' anche discutere del metodo con un bicchiere di vino nelle mani callose ...