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Rivoluzionare, non riformare, il mercato del lavoro in Italia

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Ho apprezzato l'articolo e, non essendo economista, ci rifletterò a lungo (pur avendo compreso (quasi) tutto e pur condividendo le conclusioni). Anche perchè di "questo" mercato del lavoro faccio parte, nel bene e, soprattutto, nel male.

Volevo però intervenire sulla "
Nota sullo stile del dibattito" e dare una simpatica tiratina d'orecchi a Michele:

- ma come "non avevo notato"??? erano ben visibili! Male che tu non abbia notato subito le ironie e le battutine di "pau flaccido" fin dal primo intervento... son sicuro che sei abituato a leggere bene e rapidamente con  buone tecniche di lettura che permettano di dare valore solo ai contenuti che ne hanno veramente... però anche alcune sfumature possono essere importanti...

- il secondo a fare ironia e a guardare dall'alto sei stato forse proprio tu, nella tua prima risposta a "pau flaccido"; tanto che io ti giustificavo pensando restituissi pan per focaccia, anche se mi sembravi addirittura troppo acido e risentito con quel "mi dispiace" ripetuto non a caso... e invece adesso mi dici che non avevi notato ironie e battutine... allora teoricamente sei stato tu il primo a fare l'ironico

- Mi sembra poi che il secondo intervento di "pau flaccido" ti abbia soddisfatto di più, tanto da farti rispondere in maniera opportuna... in effetti anche a me pareva che non fosse per forza obbligatorio fornire dei dati per aprire un dibattito su dei punti dubbi (o presunti tali)... anch'io avendo dubbi e non avendo il benchè minimo dato a disposizione affronterei un dibattito esponendoli e/o, se vogliamo provocando; saranno poi gli altri a smontarmi e a fornirmi i dati mancanti... insomma non vedevo nulla di male anche se le battutine c'erano e mi sembra che  alla fine di tutto, il tuo primo intervento fosse un po' sprecato, rispetto ai seguenti...

Infine una nota a molti tra voi: colgo l'inglese e pure l'americano e certe volte è d'obbligo usare certe forme linguistiche ma, SE POSSIBILE visto che scrivete in italiano... scrivete in italiano. Gli stessi proverbi o modi di dire esistono anche nella nostra lingua e forse più carini e spesso non c'è nessuna convenienza, nemmeno quella di risparmio d'inchiostro...  "knows better",  put your money..., the hand speaks...  Il primo intervento di stockli è quello che mi ha fatto più pensare all'idioma: già c'erano i termini "tecnici" di tenure, tenure professors,  supremi court, at will, market value (che tradotto non farebbe però brutta figura); se ci aggiungiamo Nonetheless, do you remember, paper, paper, partial equilibrium...

Il tutto con leggerezza, solo pensando a qualcuno che l'inglese non lo sa (sigh, ce ne sono!) e vorrebbero capirci qualcosa in un sito molto interessante come questo. 

caro Siracide,

ti ringrazio dell'apprezzamento. Immagino che Michele ti rispondera', ma volevo intanto dire che siamo molto consapevoli della nostra tendenza ad usare modi di dire americani o comunque anglosassoni, e cerchiamo di porvi rimedio (quando e' possibile). Ogni tanto qualcosa sfugge, specie quando si scrive di getto. Purtroppo e' una conseguenza dell'essere vissuti all'estero per molto tempo. Credimi, almeno da parte mia, non e' assolutamente fatto con arroganza, e anzi mi da molto fastidio l'aver perso, nel tempo, alcune sfumature della lingua italiana.

Lo so, lo so, e non pensavo, infatti, all'arroganza... conosce bene qualcuno tra di voi e il rischio di queste e altre conseguenze della lontananza.

Tirata d'orecchi accettata, anche se non prometto di non rifarlo nel futuro lo stesso errore. Cerco di spiegare perche' (l'altro pezzo della spiegazione si trova come risposta ad una osservazione, speculare alla tua, fatta da Nicola Lacetera nel dibattito su Stuyvesant).

Avevo notato, come se ne notano altri, ma uno prova a far finta. A volte c'e' chi ama "tirar di fioretto", facendo ironie e battutine da furbetto, pero' con l'intenzione di discutere seriamente. E' una specie di autodifesa iniziale, superata la quale la persona si rilassa e riesce a discutere sulle cose concrete, sui fatti-dati-teorie e lascia stare le battutine. C'era un 50% di probabilita' che il "pau flaccido" (tutti con questa mania dei nomi finti, mi sto un po' stancando ... ah, sto dibattendo con un altro nome finto ora che ci penso!) volesse discutere sul serio, quindi ho fatto hedging: ho risposto facendo finta di niente, ma just in case ho messo anche io le mie battutine. Ha risposto rincarando la dose ed ora, alle mie risposte che mi sembrano piu' che serie, vedo che non risponde. Diciamo che assegno un 12.7% di probabilita' al fatto ce lo faccia questa settimana ... 

Sull'opportunita' di fornire dati alternativi per dibattere: ti sbagli. Non vedo proprio in che senso si possa argomentare scientificamente contro un'ipotesi se non si ha almeno un'ombra di evidenza che la metta in dubbio. Nel caso del mercato del lavoro non sostengo che tale evidenza contraria alle nostre politiche esista, ne esiste e la conosco. Ed ho deciso che e' di gran lunga insufficiente a farmi cambiare idea. Se qualcuno ha dei dubbi sulla posizione che avanziamo deve almeno spcificare su CHE COSA si REGGANO tali dubbi, non ti pare? A me sembra che o si reggono su errori logici o di teoria che facciamo - nel qual caso, ci si dica dove sono tali errori o tali ipotesi dubbiose - o su evidenza empirica che contraddice quella che noi riportiamo - ed anche qui ritengo legittimo dire: mostrami l'evidenza. 

Dubitare e' bene, ma vi sono due livelli del dubbio. Quello a cui ti riferisci, il dubbio del ricercatore che non e' mai contento, che mette sempre in discussione i propri risultati, e' perfettamente salutare e legittimo. Ma inutile e paralizzante in una discussione di politica economica, visto che quest'ultima richiede PRENDERE DECISIONI ed AGIRE. Dire semplicemente: forse hai ragione, ma io comunque dubito e' una posizione utile per scrivere il prossimo paper, o per andare a cercare nuova evidenza su cosa determina il lavoro precario o un basso tasso di occupazione femminile. Ma finche' non hai fatto questa ricerca, tale tipo di dubbio e' inutile e paralizzante in una discussione di politica economica. Se gli ingegneri dovessero attendere che i fisici risolvano tutti i loro dubbi sulla struttura sub-atomica della materia, mai costruirebbero ponti. Non e' obbligatorio fare politica economica, ma se si fa e si dibatte di essa occorre seguire la regola "ci vogliono un modello e dei dati per prendere decisioni". Il che ci porta al secondo livello di dubbio, quello ingegneristico, che si applica al caso in questione. Se pensi che il ponte che sto suggerendo di costruire non regga devi darmi almeno una ragione tecnica precisa che giustifichi il tuo dubbio. Non puoi limitarti a dire "non ci credo, troppo facile, dubito ...". Mi spiego?

 

Il mio nome è Siro e il nick siracide non ne è poi così lontano anzi; tu potevi firmarti mike e sarebbe stato uguale. E poi, la presenza o meno del nome reale, in verità non conicide necessariamente con un non-anonimato... per quello ci vorrebbe ben altro... forse anni di amicizia... ma qui andremmo lontani.

Riguardo ai "dubbi" capisco cosa intendi, ma esistono anche i "dubbi" (forse è la parola "dubbio" a non essere la più azzeccata) di chi non comprende tutto, o almeno non tutto in modo così evidente, senza avere conoscenze e dati, senza per questo voler andare contro un'ipotesi, ma anzi proprio per poterla comprendere meglio e abbracciarla incondizionatamente. Sono quei dubbi che vengono quando non afferri qualcosa; se sapessi cosa forse avrei già risolto il dubbio. Non mi sembravano proprio questo il tipo di dubbi di "pau flaccido", che forse un po' ci giocava; però, pur non fornendo dati, poneva alcune domande. Ora, pur supponendo che potesse avere o meno delle risposte contrarie o meno alle tue, e ad ogni domanda si poteva comunque rispondere... come poi hai fatto.