Titolo

Il suicidio e la chiesa. La sostanza e la forma

1 commento (espandi tutti)

L'articolo offre molti spunti ma in ultima analisi mi sembra poco chiaro su alcuni  punti chiave. In attesa di informarmi meglio, rilancio. 

Il caso Welby, per come l'ho capito io, riguardava un uomo che:

i) senza respiratore sarebbe morto;

ii) pur con tutte le cure possibili, non sarebbe guarito in senso pieno; avrebbe al massimo continuato a "sopravvivere".

La mia domanda, quindi, si sposta solo di un po': il concetto di "esito positivo", per la Chiesa, si riferisce al solo mantenersi in vita oppure implica il progredire verso uno stato di salute?

Perché altrimenti il tono dell'articolo mi sembra tutt'altro che accomodante:

Il cardinale propone una definizione in questi termini: «Un gesto che intende abbreviare la vita, causando positivamente la morte». Ora questa definizione risulta, secondo il mio parere, insufficiente, perché riguarda soltanto la cosiddetta eutanasia attiva; mentre è eutanasia anche la «omissione» di una terapia efficace e dovuta, la cui privazione causa intenzionalmente la morte. In questo senso si realizza appunto l’eutanasia omissiva (non è appropriato chiamarla «passiva», con un termine eticamente debole e neutro). I documenti principali del Magistero, sia la Dichiarazione sulla eutanasia che l’"Evangelium Vitae", definiscono eutanasia «un’azione o un’omissione che per natura sua e nell’intenzione di chi la compie provoca la morte con l’intenzione di alleviare il dolore» (E.V., n. 65). Si sa anche che la gravità morale dell’eutanasia omissiva è uguale rispetto a quella dell’azione «positiva» di intervento o gesto che causa la morte: l’una equivale all’altra dal momento che provocano lo stesso effetto e procedono dalla stessa intenzione. Si tratta sempre di morte provocata intenzionalmente.