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Il suicidio e la chiesa. La sostanza e la forma

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Sto seguendo la parte coerente di questa discussione (i sermoni incoerenti conditi di **, quelli farro' lo sforzo di dimenticarmeli) con un certo interesse ma, devo ammettere, anche con grande perplessita'. Non riesco piu' a capire i termini della questione, il significato di alcune parole, e la struttura logica che sostiene l'argomentare. Mi spiego

- Tutti i termini che si usano (malato "terminale", "terapia" ed "accanimento terapeutico", "omissione" di terapia, "passivita'" terapeutica, "vita" che e' dono di qualcuno o qualcosa) sono tutti storicamente determinati nel senso seguente. Il loro significato empirico (ossia i referenti piu' o meno materiali ed intersoggettivamente identificabili su cui possiamo puntare il dito e dire: Ecco quella cosa li', quella sequenza di procedure e' una "terapia", oppure, ecco quella cosa li' dentro a quell'affare la' e' "vita") varia nel tempo a seconda dell'evolversi od involversi delle scienze biologiche, mediche, chimiche, e financo ingenieristiche (respiratori artificiali). Tali scienze sono, per definizione, mutabili, incerte ed aperte a valutazioni probabilistiche. Del tipo, se faccio questo o quello sembra che sopravvivi, sulla base di casi analoghi, con probabilita' 46.3%. Alla luce di questo indubitabile fatto, che definisce la cornice concettuale in cui l'argomentare delle varie parti avviene, che senso ha un argomentare che continua invece a basarsi su concetti e principi ASSOLUTI, come sono per definizione quelli della morale? Che senso ha distinguere fra attivo e passivo. accanimento terapeutico e non? Alcune cose che sembravano vent'anni fa accanimento ora funzionano, in altri casi certe cure nemmeno si possono tentare perche' "costano troppo", o perche' "c'e' la coda", o perche' "forse funziona, ma con probabilta' bassissima e c'e' il rischio collaterale che, fatta l'operazione XYZ uno si risvegli che e' diventato un criceto", eccetera ... Insomma, vista questa enorme ambiguita' e la soggettivita' sia personale che temporale di tutti i termini e concetti che si usano, che SENSO ha farne delle questioni morali da tagliare con l'accetta in modo netto dicendo "questo e' BENE, mentre quell'altro e' MALE"?

- A fronte di questa ambiguita', sta invece un concetto o principio che, da quanto ricordo sia del mio catechismo ma soprattutto di letture teologiche leggermente piu' recenti, la chiesa cattolica tuttora condivide. Quello del libero arbitrio, che dai tempi di Agostino da Tagaste (poi vescovo di Ippona) e del suo contemporaneo Pelagio, la chiesa cattolica sembra aver eretto a principio assoluto, uno dei pochi che ne contraddistigue radicalmente la morale da quella, chesso', dei protestanti che seguono l'insegnamento di Martin Luthe e di Jean Cauvin. Pur essendo fra i pochi che ritengono il concetto di "libero arbitrio" o "free will" del tutto incoerente alla luce delle conoscenze scientifiche a nostra disposizione, riconosco anche di essere in assoluta minoranza su tale tema. Non solo, mi sembra che, comunque, il concetto di libero arbitrio possa essere definito coerentemente ed in maniera intersoggettivamente accettabile, almeno da un punto di vista operazionale, o pragmatico se volete cosi' chiamarlo. Tant'e' che lo utiliziamo, con distinguo e condizioni ma decentemente, nei tribunali di tutto il mondo, occidentale e non. Senza dubbio, trattasi di concetto o principio infinitamente piu' chiaro, condivisibile e referenziabile (oserei dire, persino misurabile) che uno qualsiasi dei concetti o principi elencati nel paragrafo precedente.

Alla luce di questi fatti, mi domando perche' non provare a dedurre i precetti morali relativi all'insieme di azioni in questione - prendere o non prendere una medicina, staccare o accendere un respiratore, ingerire 3 sedativi o 3 pacchi di sedativi, farsi fare la trasfusione o non farsela fare, accettare la lobotomia o non accettarla, fare un altro trapianto o non farlo, provare la medicina sperimentale pericolossissima oppure no ... - a partire dalla comune accettazione del principio del libero arbitrio.

Poiche', non solo la chiesa cattolica ma anche gli atei, i protestanti, e persino il sottoscritto, ritengono ci si possa accordare, ogni due-tre decenni o giu' di li', su di una definizione pragmatica ed operativa di "libero arbitrio". non capisco perche' non partire da li' per decidere cosa possono o non possono legalmente fare i cittadini di un paese. Come abbiamo "tutti" (si fa per dire) appreso nelle nostre letture di logica, metafisica, ed ontologia, se vogliamo fare una discussione che abbia anche solo la possibilita' di portarci ad un accordo sul mondo e sul come agire in esso, e' necessario partire da un insieme di fatti e di assiomi che non siano mutualmente inconsistenti e fra i quali vi siano almeno un "assioma" ed un "fatto" condiviso da tutti. Altrimenti non e' piu' vero che "we cannot disagree forever", nel qual caso discutere non e' altro che una perdita di tempo.

 

 

Poiche', non solo la chiesa cattolica ma anche gli atei, i protestanti,
e persino il sottoscritto, ritengono ci si possa accordare, ogni
due-tre decenni o giu' di li', su di una definizione pragmatica ed
operativa di "libero arbitrio". non capisco perche' non partire da li'
per decidere cosa possono o non possono legalmente fare i cittadini di
un paese.

Non per ripetermi, ma che differenza fa se il libero arbitrio e' reale o un'illusione, e le nostre decisioni dipendono da una non ben definita "libera scelta" o dall'equivalente biologico di un computer stocastico? Mi pare che questo voler basare il diritto alla liberta' individuale sul processo fisiologico che porta a prendere decisioni sia un non-sequitur logico, un po' come la tendenza, criticata a suo tempo da David Hume, a voler far derivare testi prescrittivi come le Costituzioni da affermazioni descrittive della natura umana. Ma "ought" non e' logicamente derivabile da "is".

Io personalmente della mia vita voglio disporre come mi pare, sulla
base dei miei diritti di proprieta' su me stesso. Se altri pensano che
la vita umana appartenga a Dio, possono agire di conseguenza -- ma per
quel che riguarda la loro vita, non la mia. E considero del tutto inaccettabile (in quanto illiberale e teocratico) uno stato che non rispetti questo diritto per ognuno dei propri cittadini.

Scusa, Enzo: QUALE parte del mio argomento ti genera cotanta enfasi? 

In particolare, non riesco bene a capire la relazione fra la mia frase che tu citi, e quello che scrivi ... a meno che non sia per dirmi che sei d'accordo, anche se per ragioni del tutto personale (ossia che tu ritieni di sapere quali sono i diritti inalienabili di proprieta' che hai su te stesso, e non vuoi che nessuno venga a toccarteli).

Sul resto, che pero' poco c'entra con la discussione in questione, mi permetto di dissentire.

Mentre il "dovere" non e' unicamente e direttamente derivabile dallo "essere/esistere" (ci vuole anche il "piacere"), e' altamente improabile possa essere indipendente dal medesimo, per ovvie ragioni di raggiungibilita' ed implementazione. Insomma, condizione necessaria anche se non sufficiente.

In generale c'e' poi il problema duretto da risolversi su cosa siano i diritti di proprieta' su me stesso che gli altri non hanno il diritto di toccare. Data l'apparente esistenza di opinioni diverse su dove finisce la mia sfera inalienabile e dove comincia la tua, si finisce per litigare su questioni "morali", le quali non sono nient'altro che questo. Il dibattito sulla morale pubblica o condivisa sarebbe insensato ed irrilevante se tutti fossimo in perfetto accordo su dove comincia una sfera personale e dove finisce l'altra. Siccome non lo siamo, talvolta si discute, piu' spesso si litiga, ancor piu' spesso ci si ammazza. Ulteriore conferma che pensar di poter dedurre il "dovere" indipendentemente dallo "esistere" (di opinioni diverse dalla mia su cosa il "dovere" sia) e' alquanto impossibile, almeno nel mondo in cui viviamo. In altri mondi non so, non ci sono ancora stato. 

Scusa, Enzo: QUALE parte del mio argomento ti genera cotanta enfasi?

Enfasi? Io dissento solo dalla tua proposta di "dedurre i
precetti morali [...] a partire dalla comune accettazione del principio del libero arbitrio". Il fatto che l'arbitrio sia libero o no non ha implicazioni logiche sui precetti morali, e questi a loro volta hanno assai poco a che vedere con le leggi di uno stato laico e liberale (che dovrebbero occuparsi solo di por limiti ad atti che risultino nella violazione dei diritti altrui).

In generale c'e' poi il problema duretto da risolversi su cosa siano i
diritti di proprieta' su me stesso che gli altri non hanno il diritto
di toccare.

Messo cosi' in astratto e' certamente difficile non solo da risolvere ma anche da discutere. Piu' pratici casi concreti sono appunto quello estremo del diritto al suicidio, o anche a pratiche come il fumo, o l'alpinismo, o il prendere il sole sulla spiaggia, che mettono in pericolo unicamente la vita di chi le mette in atto. Proprio ieri su FT c'era un articolo di Amartya Sen che faceva due affermazioni secondo me assai discutibili:

1. Che per lo stato sia lecito bandire il fumo perche' da' assuefazione, e quindi limita la liberta' di smettere di fumare. Sen assimila la scelta di fumare a quella di vendersi in schiavitu', e si aggancia a cio' che di quest'ultima scrisse John Stuart Mill (per negarla). Ma il riferimento e' secondo me del tutto improprio, perche' Mill negava che lo stato debba far rispettare come valido un contratto di schiavitu': questo chiaramente e' inapplicabile a un'addiction. Come molti left-liberals, Sen pensa ai diritti come a qualcosa che deve essere attivamente fatto rispettare dallo stato; io, come i liberali classici, li vedo come la demarcazione di zone protette dall'azione dello stato. (A Sen probabilmente piace la bozza di Costituzione Europea di Giscard d'Estaing; a me invece piace il Bill of Rights).

2. Che lo stato abbia diritto di bandire il fumo perche' chi fuma lo grava di spese sanitarie, e sarebbe inumano rifiutare cure a chi decidesse di rischiare. Be', mica sono sicuro che i fumatori costino di piu': se muoiono prima, fanno anche risparmiare il sistema pensionistico, e non e' nemmeno detto che curare un cancro polmonare sia piu' costoso che assistere malati di morbo di Alzheimer o altre condizioni croniche della tarda eta'. E' un po' macabro discutere di queste cose, ma e' un terreno su cui e' sceso l'umanitario Amartya, non io (che, tra parentesi, neppure fumo...).

Alla fine della giornata, non vedo perche' non si possa invece scegliere come postulato quel che scrisse lo stesso JS Mill (oltretutto, in collaborazione con la sua quasi-socialista moglie Harriet Taylor):

That the only purpose for which power can be rightfully exercised over any member of
a civilized community, against his will, is to prevent harm to others. His own
good, either physical or moral, is not sufficient warrant.

fumo

Siro Pillan 13/2/2007 - 11:11

Riguardo al fumo o agli esempi sanitari riportati da qualcuno (un'ingerenza in campo non proprio?): i fumatori in buona salute (esclusi i danni diretti del fumo), se non particolarmente predisposti, in genere si ammalano ma sopravvivono aggravando la spesa pubblica... piuttosto col fumo passivo fanno ammalare tante altre persone (che, magari più predisposte, crepano). Un esempio molto più chiaro può essere quello delle cinture di sicurezza: statisticamente non è che non mettendole in caso di incidente si muore sicuramente; la maggior parte degli incidenti infatti con o senza cintura comporta feriti non morti, con danni e spese nettamente inferiori in caso di utilizzo della cintura.