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Il suicidio e la chiesa. La sostanza e la forma

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Scusa, Enzo: QUALE parte del mio argomento ti genera cotanta enfasi? 

In particolare, non riesco bene a capire la relazione fra la mia frase che tu citi, e quello che scrivi ... a meno che non sia per dirmi che sei d'accordo, anche se per ragioni del tutto personale (ossia che tu ritieni di sapere quali sono i diritti inalienabili di proprieta' che hai su te stesso, e non vuoi che nessuno venga a toccarteli).

Sul resto, che pero' poco c'entra con la discussione in questione, mi permetto di dissentire.

Mentre il "dovere" non e' unicamente e direttamente derivabile dallo "essere/esistere" (ci vuole anche il "piacere"), e' altamente improabile possa essere indipendente dal medesimo, per ovvie ragioni di raggiungibilita' ed implementazione. Insomma, condizione necessaria anche se non sufficiente.

In generale c'e' poi il problema duretto da risolversi su cosa siano i diritti di proprieta' su me stesso che gli altri non hanno il diritto di toccare. Data l'apparente esistenza di opinioni diverse su dove finisce la mia sfera inalienabile e dove comincia la tua, si finisce per litigare su questioni "morali", le quali non sono nient'altro che questo. Il dibattito sulla morale pubblica o condivisa sarebbe insensato ed irrilevante se tutti fossimo in perfetto accordo su dove comincia una sfera personale e dove finisce l'altra. Siccome non lo siamo, talvolta si discute, piu' spesso si litiga, ancor piu' spesso ci si ammazza. Ulteriore conferma che pensar di poter dedurre il "dovere" indipendentemente dallo "esistere" (di opinioni diverse dalla mia su cosa il "dovere" sia) e' alquanto impossibile, almeno nel mondo in cui viviamo. In altri mondi non so, non ci sono ancora stato. 

Scusa, Enzo: QUALE parte del mio argomento ti genera cotanta enfasi?

Enfasi? Io dissento solo dalla tua proposta di "dedurre i
precetti morali [...] a partire dalla comune accettazione del principio del libero arbitrio". Il fatto che l'arbitrio sia libero o no non ha implicazioni logiche sui precetti morali, e questi a loro volta hanno assai poco a che vedere con le leggi di uno stato laico e liberale (che dovrebbero occuparsi solo di por limiti ad atti che risultino nella violazione dei diritti altrui).

In generale c'e' poi il problema duretto da risolversi su cosa siano i
diritti di proprieta' su me stesso che gli altri non hanno il diritto
di toccare.

Messo cosi' in astratto e' certamente difficile non solo da risolvere ma anche da discutere. Piu' pratici casi concreti sono appunto quello estremo del diritto al suicidio, o anche a pratiche come il fumo, o l'alpinismo, o il prendere il sole sulla spiaggia, che mettono in pericolo unicamente la vita di chi le mette in atto. Proprio ieri su FT c'era un articolo di Amartya Sen che faceva due affermazioni secondo me assai discutibili:

1. Che per lo stato sia lecito bandire il fumo perche' da' assuefazione, e quindi limita la liberta' di smettere di fumare. Sen assimila la scelta di fumare a quella di vendersi in schiavitu', e si aggancia a cio' che di quest'ultima scrisse John Stuart Mill (per negarla). Ma il riferimento e' secondo me del tutto improprio, perche' Mill negava che lo stato debba far rispettare come valido un contratto di schiavitu': questo chiaramente e' inapplicabile a un'addiction. Come molti left-liberals, Sen pensa ai diritti come a qualcosa che deve essere attivamente fatto rispettare dallo stato; io, come i liberali classici, li vedo come la demarcazione di zone protette dall'azione dello stato. (A Sen probabilmente piace la bozza di Costituzione Europea di Giscard d'Estaing; a me invece piace il Bill of Rights).

2. Che lo stato abbia diritto di bandire il fumo perche' chi fuma lo grava di spese sanitarie, e sarebbe inumano rifiutare cure a chi decidesse di rischiare. Be', mica sono sicuro che i fumatori costino di piu': se muoiono prima, fanno anche risparmiare il sistema pensionistico, e non e' nemmeno detto che curare un cancro polmonare sia piu' costoso che assistere malati di morbo di Alzheimer o altre condizioni croniche della tarda eta'. E' un po' macabro discutere di queste cose, ma e' un terreno su cui e' sceso l'umanitario Amartya, non io (che, tra parentesi, neppure fumo...).

Alla fine della giornata, non vedo perche' non si possa invece scegliere come postulato quel che scrisse lo stesso JS Mill (oltretutto, in collaborazione con la sua quasi-socialista moglie Harriet Taylor):

That the only purpose for which power can be rightfully exercised over any member of
a civilized community, against his will, is to prevent harm to others. His own
good, either physical or moral, is not sufficient warrant.

fumo

Siro Pillan 13/2/2007 - 10:11

Riguardo al fumo o agli esempi sanitari riportati da qualcuno (un'ingerenza in campo non proprio?): i fumatori in buona salute (esclusi i danni diretti del fumo), se non particolarmente predisposti, in genere si ammalano ma sopravvivono aggravando la spesa pubblica... piuttosto col fumo passivo fanno ammalare tante altre persone (che, magari più predisposte, crepano). Un esempio molto più chiaro può essere quello delle cinture di sicurezza: statisticamente non è che non mettendole in caso di incidente si muore sicuramente; la maggior parte degli incidenti infatti con o senza cintura comporta feriti non morti, con danni e spese nettamente inferiori in caso di utilizzo della cintura.