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Il suicidio e la chiesa. La sostanza e la forma

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Palma, provo a rispondere alla tua seconda obiezione con una semplice riflessione. 

Nel momento in cui si ammette che la vita e' di tua proprieta', allora non riesco a capire quale possa essere la logica del rifiuto della pena di morte. Penso che noi tutti accettiamo che lo stato abbia un monopolio sulla violenza attraverso l'esercito e le forze di polizia che, talvolta, sono costrette a ferire e ad uccidere. Inoltre lo Stato ha la facolta', per motivi di carattere etico o di utilita' generale, di privarci della nostra liberta' individuale (attraverso la carcerazione) o di alcuni nostri beni (il sequestro o, piu' semplicemente, l'esproprio per costruire una strada o una scuola). A questo punto, perche' non potrebbe privarci anche della vita? Se, al contrario, si afferma che la vita e' un bene assoluto, di cui nessuno puo' disporre completamente, allora la pena di morte diventa assolutamente inaccettabile, non solo su un piano utilitaristico (conosciamo tutti i dati sulla sua inefficacia), ma anche su un piano assoluto (lo so, dovrei andarmi a ripassare Kant!).

In sostanza la vita e' un bene diverso da un libro o da una casa.

digressioni

palma 15/2/2007 - 18:42

Nel momento in cui si ammette che la vita sia di proprieta' di un singolo, si possono benissimo metter limiti alla sua alienabilita', ergo anche al diritto dello stato di togliermela.

Si consideri ad esempio una proprieta', forse, meno controversa: il tempo.

Mentre il mio tempo e' mio per cui posso usarlo a giocare al bigliardo, al tornio della Breda, in cambio di un salario, a leggere NfA, lo stato non ha il diritto di rendermi suo schiavo.

Con lo stesso ragionamento, mentre posso sostenere che la vita sia mia, posso

negare allo stato, per chi si oppone alla pena di morte, il diritto di togliermela.

 

Se l'argomento e' oscuro, come mi viene suggerito, si consideri il seguente, semplice (credo) ragionamento.

 

Il sottoscritto tiene per postulato --ritengo: da molti condiviso-- che non vi sia

un diritto generalizzabile a togliere a X quel che di X e'. Ne segue, propongo, che ne' Dio, ne' Stato, ne' servi, ne' padroni hanno diritto alcuno di obiettare al mio suicidio (a fortiori, non le chiese.)

Quod demonstrandum erat, per chi pensa che dio abbia una mainmise sulla mia vita, assumendo che sia un suo regalo a me stesso.

 

Mi si obietta (non so bene che rapporto ci sia con il problema) che

1. si assume che la pena di morte sia inaccettabile, moralmente o praticamente, o altrimenti.

2. mi sembra sia un'obiezione un pochino fasulla, visto che la condizione generale, sopra postulata, non implica che non vi siano condizioni attenuanti e limitanti. Esempi dati: la schiavitu' (come categoria legale, non come vezzo SM) non segue dal mio diritto di vendere il mio tempo come pare a me. Il mio diritto alla proprieta' non implica (secondo la dottrina di "eminent domani") che non vi possano esser cause per cui chicchessia (anche lo stato nel caso) possa limitarne l'uso che faccio (mettendomi in carcere, etc.)

 

3. en passant parlando del suicidio e delle reazioni clericali al medesimo in Spagna o in Italia, che "c'azzecca" (A. di Pietro) la pena di morte?

 

 

digresso

Siro Pillan 15/2/2007 - 18:44

sarò fuso, ma non ho capito un'acca

1. Palma: se la vita e' un dono (di Dio) allora diventa mia proprieta, quindi posso farne cio' che voglio

2. Giulio: ma allora devi ammettere la pena di morte, visto che lo stato in molti casi limita la proprieta' privata (espropriazioni, etc...)

3. Palma: vero, ma rimane il diritto di argomentare che non e' opportuno per lo stato farlo, cosi' come argomento che lo stato non deve dirmi cosa fare nel tempo libero

Andrea, sei un meraviglioso traduttore dal palmese all'italiano!

Re: digressioni

Giulio 15/2/2007 - 19:04

Beh, quando lo stato obbligava i giovani a fare la leva si appropriava di un anno della loro vita.

va bene, for "argument's sake".

Supponendo la vita mia sia proprieta' mia. lo stato deve avere ragioni specifiche, e fortissime, per essere legittimamente nella posiziione di potermela togliere.

Sia cosi' che tu vuoi impostare il problema. La "logica" di chi sostenga la legittimita' della pena di morte inflitta dallo stato sarebbe la medesima della

ragione per cui uno stato puo' mandare alla morte un carabiniere o un vigile del

fuoco. Spesso in questo contesto vengono invocati interessi generali (ordine

pubblico, necessita' di soddisfare la voglia di vendetta, eliminazione pura e semplice di chi e' troppo pericoloso, e cosi' via.

Si noti che non sto sostenendo che io condivida questi argomenti, non li condivido,

ma vengo spronato ad esplicitare la logica di chi li sostiene, la quale logica esiste.

Cio' detto, continuo a non vedere che rapporto debba essere intrattenuto tra

il diritto *mio* a disporre del mio bene (chiamatelo bene assoluto se vi fa piacere) e il diritto reale o solo supposto e immaginato dello stato a prendermi quel bene.