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Il suicidio e la chiesa. La sostanza e la forma

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Noto che, da un lato, il problema di sostanza e forma non sembra interessare molto coloro i quali si manifestano come credenti. Non mi sorprende del tutto: per sentirsi parte d'una religione rivelata e organizzata, strutturata, con gerarchie interne ed eterne, rituali minuziosi, regole e regolette di tutti i tipi, occorre evidentemente credere che vi sia della sostanza nelle forme, e financo nel purissimo formalismo dei riti. In sostanza, la risposta che odo pur nel silenzio che ha fatto seguito alla mia domanda, e' che a "Dio" la forma interessa alquanto. Amen, e procediamo.

Anche l'altra domanda, posta dal Palma, "se vedete un
nesso tra l'insegnamento cristiano e il comportamento della chiesa,
ditemi quale sia" rimane inevasa. Ma e' stata recentemente posta, quindi apettiamo. Rassicuro comunque il Palma che, la prossima volta che incontro Felipito in un bar de copas gli sottomettero' cortesemente la tua gentile richiesta per una nuova pluma dal suo Ducato.

Il plot logico-morale sui fondamenti della teoria del dono s'infittisce, comunque.

Alla domanda su che cosa separi il suicida normale dal suicida martire, si risponde affermando che alla teoria del dono non e' rilevante se la vita venga data in dono come cessione completa o come comodato (contraddicendo, ahime', quella che speravamo essere una parziale ma coerente conclusione raggiunta a mezzo dei 50 posts precedenti) ma che, invece, e' ipotesi chiave capire che la vita ci viene donata "perchè noi ne facciamo a nostra volta un dono per gli altri." Il suicida normale, quindi, rinuncia a donare la propria vita agli altri, ci viene detto, mentre il suicida martire compie il proprio dovere. Suppongo che usando questo assioma si voglia anche derivare la necessita' della riproduzione (il matrimonio come dovere d'ogni credente, e la riproduzione come fine del matrimonio) dalla quale vanno esenti, per ragioni oscure, i preti. Suppongo la ragione dell'esenzione (meglio, del divieto) sia una variante del dono: i preti "donano" la loro vita ai fedeli, quindi non possono "donarla" anche a moglie e figli, rischieremmo di dovergli pagare dei costosi straordinari. Insomma, e' una variante del lavorare meno, lavorare tutti.

Faccio notare, in passim, che lungo quest'ultimo sentiero si finisce rapidamente in mezzo alle spine. Ad esempio, non si riesce a capire perche' un omosessuale non possa, coerentemente con la teoria del dono, adottare un pargolo (del sesso opposto, cosi' evitiamo il rischio di danni collaterali). Sembra oramai fuor di dubbio che i poveretti in questione sono tali per sbagli di natura (ahia, se prendo sul serio l'altra associazione fatta in un recente commento qui siamo davvero nei guai con la teoria dell'infallibilita', ma transeat) e quindi non possono donare la vita procreando: non ci viene, e la cura ancora non l'hanno trovata. Perche', allora, non possono scegliere di donare la loro vita aiutando, curando e facendo crescere un altro disgraziato a cui un terzo ha fatto il dono della vita, cambiando pero' dopo idea? Sembra di no. Sembra che, se sei finocchio e vuoi donare la tua vita, le uniche opzioni disponibili siano il sacerdozio (sembra un'opzione popolare, in effetti) o il martirio (su cui, vedi sotto). Ma fare da padre/madre a dei poveri orfani, e' dono vietato. Sembra lo sia anche donare il proprio sperma, magari anonimamente, ad una lesbica che vuole rimanere incinta al fine di donare, anch'essa, la vita ... Sono perplesso: perche' certi doni si e certi no?

La cosa si complica ulteriormente se poi applichiamo questa nuova ipotesi ai suicidi/martiri.

Un problema l'ha gia' sottolineato Tempesti: se sto massacrando la vita di un altro, per esempio il mio consorte, a causa della mia inferma presenza, forse togliermi di mezzo e' fare dono (all'altro) della propria vita (del controllo della quale la mia presenza lo priva), o no? D'altra parte, si potrebbe rispondere, l'altro sta donando la propria vita a te, malato terminale o semplice ed insopportabile criminal-demente che tu sia, accudendoti e rinchiudendoti (nell'ospedale psichiatrico) a seconda della bisogna. Suicidandoti privi l'altro dell'opportunita' d'esercitare tale dono. V'e' qui un plateale conflitto d'interessi fra i due donanti: se uno riesce nel suo intento (missione?) di donare la propria vita all'altro, l'altro necessariamente fallisce, e viceversa. Sembra insolubile, e credo la soluzione della chiesa sia da sempre "non decidete voi, chiedete al confessore che lui la risposta la sa". Ma questo non fa che rinviare il problema ad un altro livello, visto che il confessore pure deve risolvere l'inerente contraddizione logica ... suppongo che per successivi gradini della scala gerarchica si possa arrivare finalmente a chi, per ragioni a noi imperscrutabili, tale contraddizione non vede e tutto risolve. Fine della logica, ancora una volta. Peccato.

La teoria del "suicidio come martirio o dono" apre altri orizzonti. Per esempio, se uno accetta l'ipotesi ancillare che il calcolo delle probabilita' e' attivita' sensata, detta teoria giustifica ovviamente la pena di morte e financo l'omicidio preventivo. Il tutto e' piuttosto ovvio: se mi trovo davanti ad un criminale, sulla cui efferatezza e sulle cui intenzioni criminali non ho dubbio alcuno (diciamo: e' il 1971 e sono a cena con Fidel Castro e Pol Pot allo stesso tempo) ed ho l'opportunita' d'ucciderlo, e' chiaro che dovrei farlo. Cosi' facendo faccio dono della vita alle migliaia o centinaia di migliaia di persone che, in valore atteso, costui uccidera' se non viene eliminato prima.

Lungo questa linea altri scenari interessanti sono facilmente immaginabili che, a me sembra, suggeriscono (sempre sotto l'ipotesi addizionale che il calcolo delle probabilita' non sia una minchiata atea) che la teoria del "dono che occorre donare" implica anche una giustificazione dell'aborto (terapeutico e non) e di svariati esercizi d'ingegneria genetica sulla giustificabilita' etica dei quali non ho, in principio, un'opinione molto chiara. Quanto lontano di possa andare dipende da ipotesi ancillari in relazione al tasso di sconto intertemporale, la nozione di "utilita' di individui non ancora nati, ne' concepiti" (vedasi al riguardo Conde-Ruiz et al, e Golosov, Jones and Tertilt), la comparazione interpersonale dell'utilita', eccetera. Devo dire che alcune delle implicazioni fanno paura anche a me ... e non mi considero molto tremebondo.

Rimango, quindi, su di un terreno piu' "normale". Considerate il caso, frequente in pratica, in cui la madre incinta si suicida (rinunciando a cure ed operazioni) per permettere la nascita della prole. Questo rientra nella teoria del dono, pero' la sistematica approvazione di tale atto da parte della chiesa sembra contraddire quanto appreso nel caso Welby. Perche' il suicidio del malato terminale, che restituisce la vita a X, e' peccato, mentre il suicidio della madre, che restituisce la vita a Y, non lo e'? Guardate che non si puo' dire che sto giocando con le parole, ossia che X (il curante del terminale) "la vita ce l'ha gia'" e quindi gli viene solo "restituita" mentre Y (il feto) "la vita ancora non ce l'ha" e quindi gli viene "donata" dal sacrificio della madre. Questo non si puo' dire, perche' implica che il feto non ha vita, quindi l'aborto non e' piu' omicidio. Il mistero, insisto, e' profondo.

Infine, per tornare a martiri pubblicamente riconosciuti. Consideriamo il caso d'un credente che in una situazione d'oppressione si suicida per portare testimonianza della propria fede a milioni d'altri. E' questo un peccato? Ovvero, l'intenzione di fare un "dono" e' sufficiente, di per se, o richiede certificazione esterna? O e' peccato solo se, per esempio, il suddetto si da fuoco alla Jan Palach mentre non e' peccato se si lancia inerme contro le baionette dei soldati posti ad impedire l'accesso dei fedeli alla basilica di, parlo ipoteticamente, San Giovanni in Laterano? Se io mi getto dalla cima della Torre Eiffel, lasciando uno scritto in cui certifico che tale atto e' un martirio volto a dare testimonianza della mia fede cattolica a fronte della decisione del governo francese di omettere, dal testo della redigenda costituzione europea, il cristianesimo ed includere l'illuminismo come "radice" dell'Europa stessa, commetto peccato oppure divento un potenziale beato?