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Il suicidio e la chiesa. La sostanza e la forma

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se sto massacrando la vita di un altro, per esempio il mio consorte, a causa della mia inferma presenza, forse togliermi di mezzo e' fare dono (all'altro) della propria vita (del controllo della quale la mia presenza lo priva), o no? D'altra parte, si potrebbe rispondere, l'altro sta donando la propria vita a te, malato terminale o semplice ed insopportabile criminal-demente che tu sia, accudendoti e rinchiudendoti (nell'ospedale psichiatrico) a seconda della bisogna. Suicidandoti privi l'altro dell'opportunita' d'esercitare tale dono. V'e' qui un plateale conflitto d'interessi fra i due donanti: se uno riesce nel suo intento (missione?) di donare la propria vita all'altro, l'altro necessariamente fallisce, e viceversa.

Non mi sembra che questa risposta sia sempre possibile. Tu la formuli in termini di "dono", tenendo dietro alla "teoria" originale. Ma, dal punto di vista del parente del malato terminale, non mi sembra si possa sempre parlare di "dono" a meno di usare rendere questo termine praticamente onnicomprensivo.
Mi spiego meglio. A volte i parenti di un malato terminale fanno di fatto dono della propria vita al malato, aiutandolo moralmente e fisicamente e sacrificando altri aspetti della loro vita. In questi casi, parlare di "dono" mi sembra appropriato.
Ma altre volte non c'e piu' di tanto da fare ed entrambi, malato e parente, riconoscono che l'eutanasia del malato sarebbe meglio per tutti e due: il malato allevierebbe la sua pena e il parente, che comunque non puo' fare molto, si sentirebbe percio' piu' sollevato. Insomma, che dono e' se il ricevente non lo vuole, perche' di fatto non gli serve, e l'elargitore capisce e approva le ragioni di tale rifiuto?
Mi sembra che il caso di Welby fosse proprio di questo tipo: la moglie, che pure gli era molto attaccata, voleva la morte di lui, come richiesto da lui stesso.

Tra l'altro, a fare proprio i cavillosi, la morte del malato offre al parente la possibilita' di usare le proprie energie per fare "doni" ad altri piu' in condizione di riceverli (tipo altri cari trascurati nel frattempo).

p.s.: volevo postarlo come replica a Michele ma ho sbagliato e l'ho postato come  commento a parte.

Tommaso, guarda che siamo d'accordo nel caso che tu descrivi.

Io stavo cercando di mettere in evidenza che, anche nel caso "estremo" in cui io voglio "donare" la mia vita a te e tu vuoi "donare" la tua vita a me, la scelta dell'eutanasia o del suicidio e' difficile da condannare, almeno sul piano logico, a partire dalla teoria della "vita e' un dono che occorre donare", la quale viene avanzata da alcuni nostri co-dibattenti credenti.

 

Sono d'accordo con te e adesso apprezzo meglio il tuo punto di sopra: anche se uno concede il caso "estremo", la teoria ha dei problemi.
Io volevo solo far notare come, comunque, non sia facile fare questa concessione.