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Cani e porci, genoani e doriani, comunisti e liberali. Tutti insieme, al governo.

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Condivido le osservazioni di Ellegi, e colgo l'occasione per aggiungere un paio di riflessioni mie. Sono d'accordo sia sulle cause dell'instabilità presente (la coalizione di Prodi ha vinto di un soffio, NON ha vinto al Senato ed e' un'accozzaglia tenuta insieme solo dalla paura del lupo di Arcore) sia di quella di più lungo periodo. Il
paese è ideologicamente e socialmente diviso 50-50, ed il sistema della politica e' disegnato per mantenere lo status quo  dei poteri reali e delle loro rapprensentanze politiche. Molte aree del paese sono politicamente (e volontariamente) prigioniere di cosche politiche locali, più o meno deliquenziali o clientelari o, per lo meno,
severamente ideologicizzate. In ogni caso, governa lo status quo, sempre, sia con la destra che con la sinistra, e la distribuzione dei poteri e dei meccanismi decisionali e' tale che troppe lobbies, anche minime, hanno forte potere di veto su qualsiasi proposta di cambiamento. L'instabilita' governativa e' funzionale, ovviamente, al mantenimento dello stato di cose presente.

E' "possibile" che, con un differente meccanismo elettorale, ci
saremmo confrontati sia nel 2001 che nel 2006 a coalizioni articolate diversamente e questo avrebbe potuto condurre
ad un risultato elettorale differente. Differente non vuol dire necessariamente migliore. Fra gli scenari possibili, anche con un sistema elettorale "maggioritario", ci sono quelli "catastrofici" che Ellegi suggerisce (e che considero probabili). Ossia scenari in cui in
moltissime circoscrizioni uninominali il "rais", o "boss", o
"grand'uomo" locale viene eletto perchè ha un nocciolo duro
di elettori più o meno "comprati" da una prebenda o l'altra, o
anche solo ideologicamente "fedeli", ed a lui non si oppone nulla di forte abbastanza per unificare il resto della societa' civile (e qui le divisioni ideologiche guelfi-ghibellini contano, eccome se contano). Quando, in
parlamento, i parlamentari di questo tipo sono un numero sufficiente, è ovvio prevedere che
maggioranze trasformiste ed altamente mutevoli diventino la regola. Ed
allora le cose possono essere ancora peggio delle attuali.

Per questo non credo che la semplice adozione del maggioritario risolva
i problemi di "ingovernabilità" e di "governi impotenti e ricattati"
che oggi abbiamo di fronte. Per rompere lo status quo servono, a mio avviso, almeno tre altre
condizioni, non facili da ottenere.

Occorre trasferire sostanziale potere al capo dell'esecutivo eletto direttamente, ossia
optare per forme di governo presidenziali, in cui, una volta eletto (ed
anche se eletto da una scarsissima maggioranza della popolazione) il Primo
Ministro-Presidente ha poteri esecutivi sostanziali che poco dipendono
dall'appoggio parlamentare. Mi rendo conto che questo implichi seri
problemi di "democraticità", specialmente in un paese come il nostro
dove le regole costituzionali per la protezione delle minoranze sono
deboli, mentre è forte la tradizione (sia culturale che politica) di
usare in maniera sporca riforme istituzionali e maggioranze temporanee
per alterare le regole del gioco a proprio favore. In altri termini, io credo sia necessario un meccanismo "presidenziale" in cui, però i poteri del "presidente" sono ben definiti ed escludono chiaramente ed rigidamente tutti i diritti basilari, l'autonomia del legislativo e del giudiziario, le regole della democrazia e  le liberta' fondamentali. Questo non e' impossibile, mi rendo conto sia complicato oltre che rischioso, ma, credo, hic rodus hic salta. Sia la teoria che l'esperienza storica ed internazionale suggeriscono che tale passaggio è obbligato.

In secondo luogo c'è l'eterno problema di "migliorare" la qualità delle
elites politiche. Qui valgono i ragionamenti, ottimisti, di Sandro,
Gianluca ed altri: nel lungo periodo un maggioritario in cui gli
elettori si abituano a scegliere fra due candidati, ossia due "persone"
e non due "ideologie" o "partiti" o "coalizioni", potrebbe portare alla
selezione di politici migliori. Il fattore principale credo sia
l'incentivo che si determinerebbe per l'entrata in politica di gente
con caratteristiche e qualità migliori delle attuali. Però, c'è un però
grande come una casa: non solo questa operazione richiede molto tempo
(due o tre legislature? Come minimo: l'elettore italiano deve apprendere ad usare il nuovo sistema per scegliersi il rappresentante) ma richiede anche evitare che
si vada dal lato opposto, all'equilibrio completamente feudale. Se, per un
paio di legislature, vincolo i capetti locali, la politica nazionale di
rapina e trasferimento alle proprie cosche potrebbe consolidarsi e
generalizzarsi. A quel punto l'entrata in campo di candidati con
incentivi diversi (migliori) diventerebbe quasi impossibile.

Infine, occorre chiedersi quali riforme possano ridurre gli
incentivi ad una politica di tassazione/trasferimento come asse su cui
si formano e si mantengono le coalizioni governative. In Italia, da almeno 50 anni,
l'equilibrio del potere politico si regge su una regola semplice:
"tassare" produttori poco difesi e con debole rappresentanza politica
per "trasferire" a gruppi parassitici protetti, e fedeli a chi il
potere politico detiene. In questo equilibrio la separazione Nord/Sud e
pubblico/privato gioca un ruolo assolutamente cruciale: è lungo questi
due assi che le coalizioni si formano: ogni coalizione vincente ha
dovuto/voluto "tassare" una fetta di produttori per "comprarsi" la
propria fetta di votanti parassiti. Chi non vi è riuscito ha perso le
elezioni. Questo fatto storico sembra, a me, incontrovertibile. Da tale
equilibrio si esce solo - mi rendo conto che l'affermazione sia molto
perentoria ma credo sia sostenibile con argomenti cogenti ed un'enorme
mole di dati - con una riforma federalista come in Italia non è ancora
stata proposta da nessun partito politico visibile. Questa terza
condizione, che richiede affrontare la questione meridionale e la
questione del settore pubblico in termini nuovi, onesti e drastici, mi
sembra la più difficile da realizzarsi. Anzi, devo riconoscere, mi
sembra quasi impossibile.

Il che implica un pessimismo sostanziale: non vi è riforma elettorale
che tenga. Da sola, anche una legge elettorale "ideale" non porterebbe
a molto; ammesso e non concesso che una riforma "ideale" si possa
definire in assenza delle altre tre condizioni menzionate. Nella
migliore (o peggiore?) tradizione "Coasiana" le elites poltiche
esistenti smonterebbero (a mezzo di "accordi privati") qualsiasi
vincolo o paletto o buon incentivo che tale legge elettorale riuscisse ad
introdurre.

L'ottimismo della volontà, comunque, implica che a tale legge ideale, o almeno ben fatta, vale lo stesso la pena pensarci.

 

Leggo soltanto ora questo articolo ma alcuni eventi politici che sono accaduti in Italia in questi ultimi anni sembrano sconfessare che una maggiore "legittimazione popolare" e "stabilità governativa" favorita per lo più da meccanismi istituzionali possa essere da deterrente rispetto ad ipotesi trasformistiche o peggio a rischi di plebiscitarismo, e conferma, come affermato molto spesso da Sartori, che il sistema presidenziale funziona solo negli Stati Uniti (e quello dell'elezione diretta del primo ministro in Israele è fallito clamorosamente dopo appena tre elezioni).

L'evento di cui parlo è quello dello stato del governo in Sicilia, dopo le elezioni del 2008. Elezione diretta del Presidente della Regione, clausola simul stabunt simul cadent (più "presidenzialista" di così, anche l'eminente costituzionalista Enzo Cheli durante la sua audizione alla commissione bicamerale del '97 definì il sistema dell'elezione diretta del primo ministro come il più presidenzialista tra quelli parlamentari di Westminster e del Cancellierato, e persino molto più del semipresidenzialismo), e forti poteri dati alla giunta regionale nella ripartizione delle competenze.

Bene, dal 2008 il governatore Lombardo ha formato quattro giunte: la prima con Pdl, Mpa ed Udc, la seconda con Pdl, Mpa e tecnici, la terza con Mpa, Sicilia (gruppo Miccichè e finiani), tecnici di area Pd ed altri tecnici e la quarta con Mpa, Fli, Udc (area Casini), Pd.

La clausola simul stabunt simul cadent ha dato stabilità (nessuna mozione di sfiducia, sennò tutti a casa) ma quale stabilità? Una stabilità trasformistica, alla Giolitti (e ricordiamo che c'era l'uninominale a doppio turno, ovviamente per la franchigia elettorale ristretta era facile controllare i voti tramite l'uso dei prefetti, come denunciato da Salvemini).

Oltre al caso siciliano vi sono tanti esempi su come funziona il presidenzialismo nel sudamerica. Poco e male.

Da Sartori, a Cheli, a Leopoldo Elia, viene sottolineata la flessibilità dei sistemi parlamentari (inglese, tedesco, spagnolo) e semipresidenziali ( in cui il motore principale è quello che ha la maggioranza in parlamento, quindi molto più vicino al parlamentare che al presidenziale, tant'è che si potrebbe chiamare semiparlamentare) per cui se un governo non funziona lo si cambia in parlamento senza andare subito ad elezioni (che se molto frequenti sono anche pericolose, perchè mettono sotto stress il sistema e lo rendono molto instabile). Quindi la superiorità del sistema parlamentare (incluso il semipresidenziale) rispetto al presidenzialismo o all'elezione diretta del primo ministro (con clausola simul stabunt simul cadent) è riconosciuta da tutti (giacchè il secondo funziona soltanto negli Stati Uniti, gli unici a far funzionare governi che sono in minoranza nel concresso senza sfociare nel trasformismo o in forme plebiscitarie del presidente, essendo questo sistema la copia conforme di quello inglese precedente al revolutionary settlement).

Detto questo, come si fa in un sistema parlamentare a ridurre la volatilità ed il trasformismo?

Per la prima basta la riforma del bicameralismo (da perfetto a quello differenziato).

Per la seconda sono i meccanismi elettorali.

a) Le maggioranze sono omogenee e compatte solo quando a seguito di risse ed altro il sistema elettorale (in caso di elezioni anticipate) può penalizzarle a scapito di un'altra coalizione facilmente riconoscibile e prevedibile. Quindi basterebbero sistemi uninominali, misti (tipo quello scozzese) o proporzionali molto razionalizzati (spagnolo).

b) Il trasformismo c'è anche con l'uninominale. Con il doppio turno di meno (ad es. Mastella potrebbe vincere nel collegio di Benevento con il 35% ma col doppio turno è molto improbabile che arrivi alla maggioranza assoluta poichè nè quelli di centrosinistra nè quelli di centrodestra voterebbero un trasformista mentre vince il candidato di partito che è capace di raccogliere più consenso anche tra gli altri partiti), poichè dovendo raggiungere un quoziente più alto (la maggioranza assoluta) i pacchetti di voti che "puzzano" contano molto di meno (lo ripete da 20 anni nei suoi editoriali sul Corriere Sartori). Basterebbe sottoporre l'accesso al rimborso elettorale ad uno statuto democratico interno ai partiti che consenta le primarie chiuse (tra iscritti) o aperte (ad elettori iscritti in elenchi secondo delle modalità di selezione) perchè se un deputato passasse da un partito ad un altro non potrebbe avere l'elezione riconfermata (attraverso il regalo di un collegio sicuro alle prossime elezioni) poichè gli iscritti/elettori del partito di arrivo non lo voterebbero, vista la sua inaffidabilità. Un altro esempio è quello inglese in cui i Whips espellono dal partito i parlamentari che non sostengono il governo, perdendo quindi il loro collegio (ma questo funziona perchè nel Regno Unito i partiti dell'opposizione non offrono collegi sicuri ai parlamentari della maggioranza che buttano giù un governo, insomma lì funziona perchè c'è una certa etica pubblica, anche in politica, qui, come abbiamo visto con la legge Mattarella no).

Le primarie sono possibili anche in circoscrizioni di piccola-media grandezza (come nel caso spagnolo).

E' il binomio a) paura dell'alternativa di governo + b) paura delle primarie nel partito d'arrivo in caso di cambio di casacca che porterebbe (naturalmente con una sola camera politica, poichè con il bicameralismo perfetto nessun sistema elettorale può garantire l'omogeneità delle maggioranze nei due rami del parlamento) ad una maggiore efficienza nella legislazione e nella finanza pubblica o almeno la favorirebbe, non servono "presidenzialismi vari".