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Il Campionato Europeo

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Scusa Michele, ma ho letto il tuo post solo dopo aver risposto velocemente a quello di Alberto.

Sulla NCAA, nulla da dire. E' un esempio molto azzeccato (e che mi sta particolarmente a cuore, specie in tempo di March Madness...) di tifosi VERY committed anche in USA. L'unica perplessità è sui tempi: quanto anni ci vorrebbero per (ri)creare lo stesso commitment in Italia su un campionato alternativo alla superlega europea? Sul monte salari, l'ho già scritto: forse ho peccato di entusiasmo, certezze non ve ne sono, ma non vedo quali altre "piccole" misure correttive possano esserci, dato il vincolo di mantenenere inalterata la struttura attuale del sistema calcistico. 

L'osservazione più stimolante è sul matching. Premesso che la mia conoscenza di tale letteratura si limita ai manuali di macro tipo David Romer, penso di poter dare per scontato che in tali modelli si tenga conto sia dell'elemento "cooperativo" di accoppiamento che di quello concorrenziale tra potenziali partner dell'accoppiamento stesso. Il punto è che però non riesco a capire come tali modelli possano essere applicabili alla realtà dello sport di squadra. O meglio, capisco che si possono applicare, ma sinceramente non mi paiono il tipo di modellistica più adatta per rappresentare un processo produttivo dove: 1) l'elenco dei partner è dato in partenza: sono le squadre iscritte ad un certo campionato o lega (discorso diverso sarebbe utilizzare il matching per selezionare dal pool di tutte le squadre professionistiche europee le 16-20 che accoppiate tra loro massimizzano una qualche misura del benessere sociale -  la superlega, appunto - e se è a questo che pensi, accetto in pieno l'osservazione, ma si torna al mondo del "virtuale"); 2) l'obiettivo del singolo match/processo è "distruggere" il partner (come esempio sessuale ti va bene la mantide religiosa? o Sharon Stone in Basic Instinct?), cioè batterlo ed appropriarsi di tutto il premio, che è indivisibile; 3) ma se ciò avviene, o avviene troppo sistematicamente, il match/processo successivo non ci sarà, perché da soli, appunto, non si gioca (ci sarà un match con un'altra squadra, ovvio, ma l'intuizione è che se il team X vince tutte le partite, le altre squadre falliscono o rinunciano a competere ed X rimane a giocare da solo); 4) questo ragionamento può facilmente essere legato ad un discorso sui ricavi e quindi a quello dei diritti televisivi (dove pure valgono le tue legittime e condivisibili considerazioni sulla grande difficoltà del definire in tal caso quale sia il mercato rilevante). 

La questione in estrema sintesi è: se come club ho il 100% dei ricavi totali della lega, compro il 100% dello stock di talento (considerato DATO in quasi tutti i modelli) e quindi vinco sempre e faccio felici i miei tifosi committed. Al limite, però, finisco a giocare da solo (perché gli altri club chiudono bottega) e quindi i miei ricavi diventano il 100% di zero! Ma se ho ricavi per il 50% del totale, vinco solo il 50% delle volte perché posso comprare solo il 50% dello stock di talento, ma forse ottengo comunque profitti MAGGIORI di prima perché un torneo equilibrato è più interessante e quindi più seguito dai tifosi, specie se uncommitted. Ma allora può forse convenirmi "tenere in vita" le mie rivali, ed anzi lasciar loro metà delle vittorie e/o dei ricavi. Infine, il policy-maker (lega o federazione) potrà spingere verso l'uno o l'altro esito a seconda di come costruiamo la sua funzione obiettivo. I corni del dilemma sono questi, almeno nella letteratura standard di team sports economics, che però riflette senza dubbio - sono il primo ad ammetterlo, anzi l'ho anche scritto in un paio di paper formali - una modellistica ormai datata perché nata negli anni Settanta.

Andiamo per ordine.

- Dedicati e non, questione risolta dall'esempio NCAA direi. L'aspetto quantitativo (quanto tempo ci vorrebbe) ha una risposta ovvia: SE sono davvero committed, sono committed alla squadra non allo specifico campionato. Allora, come prova l'esempio Juventus di quest'anno, i veri committed rimangono e non gli fa un baffo, anche se giochi nel nuovo torneo riservato alle squadre con padroni capitalisti di stato con la erre moscia e managers ladroni patentati.  Se non sono committed si guardano la Euro-league, e son ancora piu' contenti. Fine della storia, a meno che il problema non sia quello di preservare i redditi, il potere locale ed il potentato monopolistico dell'attuale padrone dell'Anconetana, o del Catania se e' per quello. Ma allora stiamo parlando di tutt'altre faccende, non piu' di fare il campionato di calcio che piu' diverte.

- Matching, ho l'impressione che non ci capiamo. Appena ho un po' di tempo ci torno con i dettagli, ma, in soldoni: matching si puo' fare fra 2 o fra 22 o fra 222. Il paragone del sesso, nei casi con molte persone, diventa ancora piu' interessante. Non mi pare che il problema sia distruggere l'altro, ma produrre/vendere un prodotto (lo spettacolo calcistico) che compete con altri prodotti. Interpretare il campionato come un processo produttivo mi sembra un'operazione fantasiosa, e foriera d'interessanti predizioni. In un altro commento suggerisci che questo e' l'approccio standard (in Europa, aggiungo con certezza) in economia dello sport ed e' quello seguito dalla Commissione Europea. La cosa mi incuriosisce, si possono avere dei riferimenti tecnici, dei papers/libri/documenti dove questo modello venga sviluppato ed usato per interpretare la realta'? Mi sembra veramente interessante e vorrei capire qual'e' la logica visto che implica che l'integrazione verticale piu' completa e' buona e fa bene: chi vende macchine dovrebbe anche possedere le pompe di benzina? In ogni caso, insisto: poiche' non capisco nemmeno i presupposti di un tale modello, preferisco leggermi la documentazione che apparentemente esiste. Puoi per favore mettere dei riferimenti bibliografici accessibili o (se hai i PDF) mandarli? Grazie.

- In nulla di quanto ho detto, ne' nessuno dei ragionamenti che ho fatto ha come conseguenza logica che qualcuno dovrebbe appropriarsi del 100% delle risorse, tutto al contrario (e l'ho scritto; i piu' deboli hanno comunque potere di veto, se non sanno come fare che vadano a scuola da Bettino, o dai suoi allievi che sopravvivono e son molti). La tua logica della cooperazione sembra implicare che le squadre dovrebbero truccare le partite di piu' di quanto gia' non facciano per farle apparire piu' interessanti! Il tutto si basa, l'ho gia' detto, sull'ipotesi empiricamente falsa che il numero di talenti calcistici a disposizione e' molto basso e che vi e' spazio solo per pochissime, al limite una, grande squadra a causa della scarsita' esogena di tali talenti. Siccome questo e' platealmente falso, ed il mondo e' pieno di decine di migliaia di ragazzi che sanno giocare benissimo al calcio, il problema proprio non si pone. Vi e' possibilita' di free entry, ed il rischio di una squadra super ricca che vince tutto ed annoia non c'e' proprio. Non e' successo in F1, dove i talenti sono molto piu' scarsi ed i costi d'entrata molto piu' alti, immaginati se succede nel calcio finche' il Brasile, l'Argentina, il Messico, l'Est Europa, ed ora l'Africa tutta, esistono!

 

Allora, sui committed ti concedo volentieri il punto, anche se rimane il fatto che il loro benessere deve comunque essere considerato, per definizione direi, dal policy-maker benevolente che non può curarsi solo dei non-committed (tralascio le considerazioni se nel lungo termine sia più profittevole per i team avere pochi committed fedeli nei secoli o tanti uncommitted solo distrattamente interessati).

Sugli altri due punti: del matching parlo anche nell'ultima replica ad Alberto e chiedo quindi anche a te in che termini tale approccio si può adattare al caso dello sport tenendone salve le indubbie peculiarità. Sull'appropriarsi del 100% delle risorse il punto è che in tale modellistica il dato esogeno "which drives the system" è la dimensione del mercato dei singoli team (numero tifosi, ecc.). Il team con più pubblico avrà più risorse e quindi vincerà più partite (al limite il 100%), ma non conviene alla lega nel complesso e, sotto certe condizioni, nemmeno a tale team vincerne "troppe" perché un campionato troppo scontato perde spettatori, e quindi incassi, e perché se il rivale non può rimanere viable chiude e rende impossibile la disputa degli incontri. Ma non devi pensare alle combine alla Moggi, anche se un mio co-autore ha scritto un paper interessante proprio su questo tema. Semplicemente, si tratta di trovare il livello ottimo di investimento in talento delle singole squadre che max il profitto individuale e, se è il caso, della lega in aggregato. Formalmente, si usa un semplice funzione di ricavo individuale concava nelle vittorie Wi e con un parametro mi che indica la dimensione del mercato: Ri = miWi - kWi2 , con k che misura la reattività dei tifosi (può essere anche team-specific, e quindi diviene anche una misura del commitment) al fatto che una squadra vinca "troppo". Roba semplice, come vedi.

Ecco comunque alcuni riferimenti "classici" (per ora quattro, ma se serve ho una bibliografia molto più ampia). Nell'ordine, due survey uscite sul JEL (la prima riassume tutta la letteratura tradizionale, la seconda ha qualche idea innovativa ed è scritta dal n.1 indiscusso della disciplina), un paper sul JIO dove (finalmente!) si inizia a parlare di game theory, evidenziando un difetto grave dei modelli precedenti, ed un altro paper molto citato sul caso americano. Aggiungo anche un bel paper di storia economica che spiega perché in USA ed Europa i campionati hanno strutture così diverse (siamo dalle parti del tipping, mi pare).

Fort R. & Quirk J. 1995, “Cross-subsidization, incentives, and outcomes in professional team sports leagues”, Journal of Economic Literature, 33 (September), 1265-1299.

Szymanski S. 2003, “The economic design of sporting contests”, Journal of Economic Literature, 41 (December), 1137-1187.

 Kesenne S. & Szymanski S. 2004, “Competitive balance and gate revenue sharing in team sports”, Journal of Industrial Organization, 52 (1), 165-177.

Vrooman J. 2000, “The economics of American sports leagues”, Scottish Journal of Political Economy, 47 (4), 364-398.

CAIN L.P. & HADDOCK D.D. 2005, “Similar economic histories, different industrial structures Transatlantic contrasts in the evolution of professional sports leagues”, Journal of Economic  History, 65 (4), 1116-1147.