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Il Campionato Europeo

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Punto primo. Su un precedente intervento su lavoce.info avevo già detto più o meno quanto sostieni tu: vedi http://www.lavoce.info/news/view.php?id=20&cms_pk=1970&from=index . Per cui ti prego di non mettere in dubbio la mia onestà intellettuale verso gli utilizzatori del sito.  Anche perché il tema del mio secondo pezzo non era ripetere la solita, ed ovvia, tiritera sul potere di monopolio dell'UEFA (già sviscerata da altri, il mio infatti, non lo scordare, era un commento a numerosi pezzi precedenti). La tesi era solo chiedersi se la superlega fosse assolutamente un bene oppure se si dovesse andarci cauti e valutare attentamente costi e benefici. Si rischia la fucilazione se si afferma questo?

Punto secondo. Scusa, ma non esiste mica un solo modo per descrivere un fenomeno economico, o sbaglio? Non mi dirai che esiste monopolio proprio nel mercato delle idee? Nel caso del fenomeno "sport di squadra" a mio modesto, modestissimo, avviso, è più efficace, ovvero "spiega meglio", concentrarsi sull'aspetto della produzione congiunta, al limite descrivendo il contributo dei singoli club come veri e propri input complementari alla creazione dell'output "campionato": è quanto ha fatto, per dire, la Commissione UE nella decisione sui diritti per la Champions League. Ben vengano però spiegazioni alternative, tipo matching o modelli standard di IO basati sulla pura e semplice concorrenza tra imprese rivali (che, però, del tutto rivali appunto non sono...). Il vantaggio del "mio" approccio è che esalta l'aspetto del tutto peculiare, anzi unico, dello sport rispetto alle altre attività produttive. [Per esempio, sui diritti tv si può pensare che vi sia monopolio bilaterale tra Sky e, che so, Inter o Juve, mentre vi è monopsonio tra Sky e, che so, Atalanta; ma il punto chiave rimane che l'Inter, nella sua funzione obiettivo, dovrà in qualche modo tener conto anche dei  ricavi dell'Atalanta, pena la perdita di interesse del campionato, e quindi di ricavi per la stessa Inter]. Altri approcci esalteranno invece gli aspetti comuni tra sport ed altri settori. Di nuovo, si rischia la fucilazione a proporre una modellizzazione differente (che poi è quella mainstream nella piccola nicchia dell'economia dello sport) e se si trova che in tal modo i risultati di policy non vengon fuori clear cut?

Punto terzo. Non mi è chiara la tua frase "il fatto che ci sia bisogno di matching per produrre non ha rilevanti effetti sulla efficienza di mercati competitivi". Intuisco cosa significhi nel caso generale di un qualsiasi processo produttivo in cui l'impresa debba "matcharsi" con i lavoratori e, sempre intuitivamente, mi convince. Ma, davvero, non riesco a trasferirla al caso dell'economia dello sport. Colpa mia, s'intende, sono ignorante in materia... Che significa "c'è bisogno di matching" nel contesto sportivo? Che c'è bisogno, come dico io, di due imprese/club indipendenti per produrre un'unità di output/incontro? O, come forse pensi te, di due input diversi, ma complementari? O è formalmente la stessa cosa per il modello che hai in mente? E, ancora, di quale concetto di efficienza parli? Dal punto di vista della singola impresa/club, dei consumatori del prodotto finale "campionato" o della lega composta da n club? Infine, nel modello che hai in mente te è ammissibile che l'obiettivo individuale del matching sia appropriarsi di un premio indivisibile (la vittoria) ma che al contempo entrambi i club abbiano interesse anche a mantenere in vita la controparte per non rendere impossibili gli accopiamenti futuri?

Ti prego di credermi, sono sinceramente interessato a capire perché, come ho detto e ridetto sono molto insoddisfatto della modellistica corrente di team sports economics per cui ogni suggerimento in materia mi sarebbe di grande aiuto. Un bell'acknowledgment al dibattito su NfA ed a te personalmente è garantito!