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Recensione di "Contro le tasse" di Oscar Giannino

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Domanda complicata, per varie ragioni, quella di Giocoli suggerita anche da Giannino.

Ragione numero uno: le differenze di dimensione si accompagnano spesso a differenze di settore, quindi il confronto e' viziato. Paesi con molte imprese grandi tendono a concentrarsi in settori in cui la dimensione media e' grande (avete mai trovato raffinerie o acciaierie a conduzione familiare?), l'opposto per paesi con molte imprese piccole. Ora, la scelta dei settori in cui un paese si concentra non e' arbitraria, parte viene dalla storia, parte dagli endowments (difficile pensare ad una Arabia Saudita dove si produca molta carne di vacca) e parte dagli incentivi fiscali ed istituzionali.

Ragione numero due: le imprese nuove, innovative e molto produttive tendono ad essere piccole. Poi quando hanno successo e crescono diventano grandi. Questo crea un effetto che, statisticamente, occorre pulire con cura, altrimenti si rischia di esagerare la produttivita' delle imprese piccole.

Ragione numero tre: simmetrica alla precendente. Le imprese produttive crescono, quindi molte imprese sono grandi perche' sono produttive, e non viceversa. pensate a Microsoft: era molto piu' produttiva delle altre anche quando era piccola, ed ora che e' cosi' grande probabilmente lo e' meno (in termini di produttivita' pura, lasciate stare il potere di monopolio che non c'entra nulla).

Ragione numero quattro: appena detta. Molti fanno confusione fra potere di monopolio e produttivita'. Molte imprese grandi controllano una grossa quota di mercato ed hanno molti lawyers che fanno lobbying per loro, conquistando potere di monopolio con vari strumenti siano essi giuridici o strettamente "economici". Ma questo fatto, anche se aumenta i profitti, non aumenta necessariamente la produttivita'. Quindi occorre farci molta attenzione nel concludere che l'alta redittivita' di imprese grandi (penso alle farmaceutiche) corrisponda ad una loro alta produttivita': spesso non e' per niente vero.

Ragione numero cinque: molto spesso non e' la dimensione per se che rende l'impresa piccola poco produttiva, ma la mancanza di accesso a credito "sofisticato" dovuta alla sua dimensione, struttura proprietaria ed incapacita' di offrire collaterals per ottenere il credito che serve ad investire in tecnologie piu' efficienti. Penso alle imprese che in Italia fanno vino, altamente produttive di per se, ma incapaci di costruire consorzi e cooperare per raggiungere in massa i grandi mercati esteri e distribuire piu' efficientemente i loro prodotti.

Ragione numero sei: flessibilita'. La produttivita' si tende a misurarla ad un punto nel tempo, o in media sopra periodi di tempo mai troppo lunghi. Ma la produttivita' non e' tutto, anche la flessibilita', ossia la velocita' con cui si reagisce a shocks negativi, cambiamenti dei prezzi relativi, entrata di nuovi concorrenti esteri (Cina), e cosi' via, anche questa flessibilta' conta e come per il benessere sociale e per far crescere il reddito effettivo. Da questo punto di vista il fallimento di 100 imprese da 50 persone distribuite in molte provincie e' cosa molto meno grave del fallimento di una sola impresa da 5000 persone tutte in una medesima citta'. Il primo si assorbe facile, il secondo meno. Non solo, fra le 100 imprese forse 30 sopravvivono adattandosi rapidamente, licenziando qualche dipendente, facendo aggiustamenti che la grande impresa tende a non sapere o poter fare. Che sappia questo aspetto e' poco studiato, il che e' male.

Detto tutto questo, rimane il fatto che in media le grandi tendono ad essere piu' efficienti delle piccole. Gli studi abbondano, partite da questo se proprio vi interessa, ed andate a ritroso (la base di dati che questi ragazzi utilizzano la conosco ed e' particolarmente affidabile). Una rapida visita a Google Scholar mostra che la letteratura e' enorme ma anche parzialmente inconsapevole di alcuni dei problemi che ho appena menzionato. Il verdetto, comunque, e' che endogeneamente le imprese migliori crescono e che essere grandi permette di adottare, molte volte, tecnologie maggiormente efficienti che imprese piccole non possono permettersi. E' quasi un truismo, direi. L'aspetto flessibilita', che io sappia, non l'ha studiato seriamente nessuno. Se qualcuno conosce dei riferimenti seri, sarei grato di riceverli perche' e' un argomento che mi interessa strettamente. Come qualcuno forse sa, teorizzo da tempo che la competizione aperta - non i brevetti - e' il miglior stimolo per l'innovazione tecnologica. Un'implicazione di questa teoria e' che si innova quando si deve, ossia che la necessita' aguzza l'ingegno. Siccome la necessita' si manifesta spesso nella forma di shocks esterni e crisi, e' interessante studiare come imprese di dimensioni diverse e con diverso potere di mercato reagiscono a tali shocks. La teoria suggerisce che la grande maggioranza delle piccole spariscono o innovano a fronte di shocks esterni, mentre le grandi "resistono" mangiandosi il capitale, oppure investono in attivita' di rent-seeking e lobbying, cercando protezione politica dallo shock esterno. In questo caso le piccole sono piu' "produttive", socialmente, delle grandi. Questo suggerisce la teoria, cosa succeda in pratica credo sia stato poco studiato.

Sulla questione specificissima delle imprese di distribuzione, insomma: sui negozi, la risposta e' molto meno arzigogolata. Sembra ovvio che le grandi catene siano piu' efficienti: l'evidenza empirica e' "aplastante". Quindi, non vi e' dubbio alcuno che occorra lasciare che entrino alla grande ed aumentino l'efficienza del sistema, ci mancherebbe. Anche perche', una volta che le grandi catene entrano, esse costringono i sonnolenti proprietari delle botteghe del centro a lavorare, cosa che non fanno da decenni. Non sarebbe male vedere proprietari di boutiques di tutti i tipi, macellai e pizzicagnoli, baristi e salumieri, lavorare e competere invece di godersi il potere di monopolio che il comune - a base di licenze negate - e l'associazione commercianti - a base di cartelli dei prezzi severamente imposti - hanno loro regalato dagli anni '50 in poi. L'evidenza poi mostra che, a seguito dell'entrata delle grandi catene, non tutti i piccoli negozianti spariscono, anzi. Da un lato, i piccoli negozi che offrono un servizio efficiente ed un prodotto particolarmente buono rimangono in vita ed anzi prosperano; dall'altro, i negozi inefficienti che spariscono vengono sostituiti da altri che o vendono i prodotti che i consumatori desiderano o vengono gestiti da gente che e' disposta a tenerli aperti 7 giorni alla settimana e sino a mezzanotte (tipo i cinesi, tanto per capirsi). Madrid, Barcelona, Paris e New York NON hanno visto i loro centri storici vuotarsi a seguito dell'arrivo delle grandi catene, ma semplicemente cambiare di conformazione e di tipologia d'offerta. In meglio, a mio avviso. Non credo vi sia dubbio alcuno che l'efficienza generale del sistema ed il benessere dei cittadini sia aumentato. Anche nelle citta' spagnole di provincia si puo' uscire alle 11 di sera e trovare un VIPS aperto che ti vende il latte, lo spazzolino da denti e le batterie, oltre a cibo, giornali e mille altre cose. Provate a Parma, o a Caserta!

Altrettanto ovviamente va detto che questo risultato non si ottiene inasprendo il carico fiscale sui redditi da lavoro (che danneggia anche la grande distribuzione la quale e' intensiva nel fattore lavoro, anche se non particolarmente qualificato) o inventandosi l'IRAP (che anche Coin e Macy's vorrebbero fare valore aggiunto, non solo il macellaio) come fa il nostro astuto vice Ministro delle Finanze. Questo, ossia favorire l'entrata di imprese efficienti, si fa liberalizzando orari e licenze, togliendo il potere di monopolio che Confesercenti e Confcommercio esercitano, eccetera. Solite manfrine ripetute mille volte ma sempre disattese sia dalla destra italiana che dalla sinistra.

Infine, sulle teorie di VV su come aumentare la produttivita' totale dei fattori in Italia. Avendo presente la carriera "accademica" (scherzo) e politica del personaggio, suonano purtroppo vere. Fossero vere, bisognerebbe dire che solo un comunista ignorante puo' pensar di fare politica industriale e generare innovazione a botte d'inasprimenti fiscali. Ma non vorrei attribuire al vice Ministro idee ed affermazioni che non ha fatto, quindi non lo dico e lascio il tutto solo ipotetico. L'idea, se fosse vera, sarebbe cosi' balzana da farmi ricordare uno di quei papers demenziali che arrivano continuamente ad Econometrica: sono cosi' assurdi che non sai neanche come cominciare a spiegare all'autore che non ha capito nulla.

Michele, grazie per l'esauriente risposta. Alcuni spunti - notevoli! - meriterebbero davvero maggiore ricerca, in particolare, credo, gli argomenti n.5 ed il n.6. Mi chiedo ad esempio se l'accesso a forme di credito più strutturato potrebbe p.e. favorire la costituzione dei c.d. centri commerciali naturali (= insieme di piccoli negozi indipendenti posti nella stessa via o in poche vie limitrofe) che rappresentano un modo di organizzare la distribuzione al dettaglio molto adatto alla storia ed alla tradizione delle città italiane e diverso dal modello Wal Mart.


Quanto alla flessibilità, forse si dovrebbe partire distinguendo tra flessibilità c.d. negativa (cioè capacità di assorbire agli shocks negativi) e flessibilità c.d. positiva (cioè capacità di creare ex novo ulteriori opportunità di investimento). Sono temi che si ritrovano frequentemente in certa letteratura di economia monetaria eterodossa (post-keynesiani e dintorni: la moneta come strumento di flessibilità nelle scelte sotto incertezza), ma al di là di piccoli spunti non li ho mai visti applicati seriamente a studi di industrial economics.


Non sono invece del tutto d'accordo su cosa accade al centro di una città quando ai piccoli bottegai tradizionali si sostituiscono negozi acchiappa-turisti o empori senza storia e senza tradizione. Ho davanti ai miei occhi il triste declino del centro di Firenze (ormai svuotato di fiorentini, anche a causa della chiusura dei negozi tradizionali uccisi dagli affitti astronomici e dalla cattiva amministrazione, e trasformato in una specie di Disneyland del Rinascimento). Immagino ai tuoi occhi sia lo stesso nel caso di Venezia e, francamente, non mi pare un modello auspicabile. Vogliamo difendere la diversità delle nostre città rispetto a New York, Londra o Berlino, oppure dobbiamo rassegnarci all'omologazione? 


Ovvio che la "ricetta Visco" (chiamiamola così per comodità) sia demenziale [BTW, te ne segnalo un'altra di spiegazione incredibile, sentita con le mie orecchie in un dibattito tra un rifondarolo pro-COOP ed un verde che lamentava il fatto che i supermercati generano traffico: "è meglio la grande impresa della piccola perché nella prima c'è più spazio per la sindacalizzazione dei lavoratori e la concertazione delle scelte con il potere politico"]. Rimane però ancora aperta la questione se sia davvero vantaggioso dal punto di vista del benessere sociale, inteso in senso davvero complessivo, favorire la grande impresa rispetto alla piccola. Anche a me piacerebbe avere un negozio sotto casa aperto alle 11 di sera e concordo con il fatto che aprire alla concorrenza stimoli tutti i piccoli bottegai ad offrire al consumatore servizi differenziati oppure perire. Ma concorderai che in nessuno dei due casi si può generalizzare rispetto ad una qualche misura di benessere sociale (molti non vogliono sotto casa il negozio gestito da extracomunitari e ci sono piccoli negozi già efficienti e diversificati che verrebbero comunque uccisi dall'apertura del supermercato).


Potrei anche ricordare una delle grande questioni che periodicamente ha fatto capolino nella storia dell'antitrust. Su quale idea di concorrenza è costruita la norma giuridica (p.e. lo Sherman Act)? Un'idea di concorrenza tra piccoli produttori indipendenti, privi di sostanziale potere di mercato, oppure tra poche grandi imprese oligopoliste la cui interazione va incanalata sul binario della competizione invece che della collusione? A seconda della risposta, cambia l'interpretazione della legge, come mostra p.e. la storia della Corte Suprema USA. Hai ragione, Michele, a raccomandare di non confondere il tema del potere di monopolio con quello della produttività, ma storicamente le due cose sono andate quasi sempre a braccetto. Per esempio, la (presunta) maggiore produttività dell'oligopolista rispetto alla piccola impresa ha spinto in certi periodi ad un'intepretazione dello Sherman Act del secondo tipo. Ed ovviamente questo ha avuto un feedback sul tipo di sviluppo economico dell'economia USA.  


Infine, la questione di fondo da me posta rimane. Siamo proprio certi che omogeneizzare la fornitura di alcuni beni e servizi promuova il benessere sociale? Che copiare il modello di sviluppo nel settore dei servizi o delle professioni degli altri paesi non intacchi il "capitale sociale" caratteristico dell'economia italiana? Personalmente, credo che gran parte di questo "capitale" ce lo siamo già mangiata da tempo, ma questa è un'altra storia... 

Sembra ovvio che le grandi catene siano piu' efficienti: l'evidenza
empirica e' "aplastante". Quindi, non vi e' dubbio alcuno che occorra
lasciare che entrino alla grande ed aumentino l'efficienza del sistema,
ci mancherebbe.

Il problema e' che in Italia non si e' capaci neppure di fare questo (vedi la faccenda Coop/Esselunga, qui, qui e qui).