Titolo

Perché si dicono tante sciocchezze nel dibattito economico in Italia

6 commenti (espandi tutti)

L'inferenza "Garegnani, dunque Bertinotti", mi sembra alquanto forzata. Gli Hobbsbawn e i Ken Loach esistono anche in Gran Bretagna (e sono anche giustamente stimati,a mio modo di vedere), tuttavia cio' non implica necessariamente l'esistenza di un Bertinotti britannico (un comunista presdiente della Camera) o cattiva informazione economica.

La stessa Cambridge che e' tuttora istituzione universitaria blasonata e rispettata anche per il suo approccio all'economia (tra l'altro anche da participanti a questo blog, vedi: http://www.btinternet.com/~pae_news/Camproposal.htm, dove l'appello e' firmato dallo stimato storico dell'economia Nicola Giocoli) non implica l'esistenza di cattiva informazione economica in UK.

Ancora, mia moglie che e' Italiana ed ha un master a Siena mi dice ad esempio che anche in Italia e' possibile fare ricerca economica seria e tuttavia non supinamente mainstream. In questo modo si puo' contribuire, arricchendolo, al dibattito di politica economica e sulla stampa, anziche' impoverirlo o, come sostiene Brusco, danneggiarlo.

Interessante questo movimento, non m'ero mai accorto che esisteva. Trovo affascinante l'idea di "cambiare" o "riformare" un intero campo di ricerca scientifica a base di appelli con firme raccolte mondialmente. Suppongo l'idea sia che se la "maggioranza" degli "economisti" firmano l'appello, poi aboliamo "mainstream economics" sulla base di un criterio democratico e facciamo la economics riformata. Infatti, la facciamo fare agli "studenti" che, contrariamente a quanto il loro nome suggerirebbe, se "studiano" a Cambridge evidentemente sanno già quello che dovrebbero imparare. Carino, veramente interessante come approccio. Che abbiano organizzato anche qualche sit-in alle riunioni dell'Econometric Society o della AEA? La cosa interessante, almeno per me, è notare che sulla rivista dell'economia anti-autistica appare un articolo (si fa per dire) di Joe Stiglitz (che una volta era un "normal economist" ma ora ha visto la luce della verità che fa vendere libri) nella quale ruba idee mie e di David K. Levine, ma da buon economista alternativo non ce ne riconosce la paternità. Poiché le distorce, non avendole evidentemente capite, e finisce poi per dire cose incoerenti, forse non dovrei risentirmene ... Evviva, dunque, l'economia alternativa. Rimango in ansiosa attesa dell'ingegneria aeronautica post-moderna, quando l'adottano fatemelo sapere che smetto di viaggiare ...

Passiamo ad altro. Si fa ricerca economica seria in Italia? Direi di sì, se ne fa un po' ed è abbastanza di più di quella che si faceva una volta. Ma è poca roba, concentrata in pochissimi posti, sempre pronta a morire travolta dalla "realtà dei fatti" e comunque minoritaria, ossia poco visibile, ininfluente nel dibattito culturale e completamente estromessa da quello giornalistico e politico. Su questo fatto, difficile da negare, si concentrava Sandro. 

Temo che a volte gli equilibri all'interno di una data disciplina (spero solo nel breve termine) dipendano dallo schierarsi di gruppi di interessi contrapposti che lottano per guadagnare fette di mercato.

All'interno di scienze politiche *negli USA* il movimento Perestroika ha lottato contro la supposta egemonia di quelli che usano metodi quantitativi e modelli formali. Anche con abbastanza successo:

http://www.btinternet.com/~pae_news/Perestroika/Miller.htm

Si potrebbe persino supporre che -tanto più una disciplina tratta di argomenti falsificabili- tanto meno queste manovre coordinate hanno minori probabilità di successo. Tanto per esemplificare con quattro casi:

1) fisica: impossibile cambiare la disciplina con una raccolta di firme

2) economia: quasi impossibile (forse escludendo l'Italia...)

3) scienze politiche: possibile, è on the equilibrium path!

4) letteratura: è tutta una lotta tra scuole di pensiero

 

Ricordo solo che l'appello menzionato da Jan Cigar (?) scaturiva da un caso di discriminazione intellettuale preventiva a danno di un gruppo di studenti di Cambridge. Di qui la mia adesione e, a giudicare dalle firme, penso anche quella di molti altri. Che non significava certo condivisione di una particolare scuola più o meno eterodossa di pensiero. E comunque "Let a hundred flowers bloom; let a hundred schools of thought contend" (Mao Zedong, 1957): chi crede nel mercato, anche delle idee, non può certo aver paura della competizione tra le stesse. [Purché di competizione appunto si tratti, e non di posizione dominante, ma qui, ahinoi, mi sa che nel caso dell'Italia abbia ragione Sandro] 

A me l'appello suona molto piu' "epistemologico" e "generale" piu' che legato a un fatterello di discriminazione. Ma a ognuno i suoi ricordi, caro Giocoli-cuor di leone...

Sarà pure come dici. Ma ho ripescato la mail originale del 2001, dove si leggeva che

<<But of the 27 PhD-students who initially expressed support for “Opening Up Economics” [l'appello incriminato, ndr] the majority feel that the likelihood of their being persecuted by the Cambridge Economics Faculty, if their support were to become known, is such that they feel they must remain anonymous for the time being.  Of course this climate of fear is not unknown in other economics departments.>>

e questo per me bastava per aderire "a prescindere".

(vedi il testo intero in http://www.paecon.net/PAEReview/wholeissues/issue7.htm). 

Al prossimo "sigaro" (magari firmato con nome e cognome) ...