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FG si sbaglia, ovvero: l'errore dei "liberali di sinistra"

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A me sembra che il nesso da considerare sia: + libero mercato => + rischio.

Una comunità a lungo evolutasi nelle artificiose rassicuranti spire del welfare italico - che, tanto per esemplificare, garantiva sia il posto fisso a vita che la disoccupazione a vita, ma intanto garantiva... - è letteralmente terrorizzata anche solo da un pizzico di rischio in più. Persino la povertà che non peggiora è preferibile ad un rischio minimo di impoverimento relativo. I costi-opportunità sono per noi gravosissimi all' inizio, se ci propongono due tariffe telefoniche anzichè una non dormiamo la notte per la paura di aver fatto la scelta sbagliata...

Senza contare che le liberalizzazioni avvantaggiano un individuo che oggi è solo "statistico" (sarò forse io? Ho le qualità e la fortuna per essere io?) mentre colpiscono un individuo ben specificato e cosciente (dal lavoratore iper sindacalizzato, ai noti percettori di rendite). Il primo rimuginerà sulle sue sorti con un filino di speranza, il secondo invece farà un baccano d' inferno per bloccare tutto.

E' per questo che, devo ammetterlo, ho l' impressione che un po' di zucchero occorra per la pillola.

Dato il sadismo e l' invidia connaturata nel genere umano, forse il miglior modo per consolare chi si ritiene a torto colpito da forme di liberalizzazione, consisterebbe nel colpire anche il suo vicino con lo stesso bastone. Mal comune mezzo gaudio: questo principio sì che tiene conto anche del "fattore culturale" senza intaccare il "fattore istituzionale".

Quanto alle diseguaglianze interne ai paesi coinvolti nella globalizzazione, sarebbe corretto abbinarle con la dinamica delle eventuali diseguaglianze tra i paesi coinvolti nella globalizzazione. Solo così si puo' giudicare il feneomeno. La globalizzazione, come diceva Tabarrok in un bel dibattito, puo' essere difesa fino in fondo solo da chi ha a cuore la comunità internazionale prima ancora che le singole comunità.